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I teoremi del no: tra presente e futuro una strada nuova

 

NIMBY. Acronimo inglese per “Not In My Back Yard” (letteralmente “Non nel mio cortile”). Ne ho parlato spesso, per indicare, a volte in modo un po’ sprezzante, la cultura del no, no a tutto quello che può stare vicino a casa propria.

Se la sindrome NIMBY colpisse ogni abitante della Terra, diventerebbe di fatto impossibile prendere tutti quei provvedimenti, indispensabili ad ogni comunità, che risulterebbero fastidiosi per la relativa zona coinvolta. Si arriverebbe così al paradosso che pur riconoscendo un impianto come essenziale, o comunque valido, non si riuscirebbe ugualmente a erigerlo. Gli anglofoni, per indicare la degenerazione estrema della sindrome NIMBY, utilizzano l’acronimo BANANA che sta per “Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything” (letteralmente “Non costruire assolutamente nulla in alcun luogo vicino a qualunque cosa”).

 

Per diffondere una cultura alternativa ha preso il via il movimento “PIMBY”, che sta per “Please In My Back Yard” (letteralmente “Prego, nel mio cortile”)che al contrario promuove un atteggiamento positivo nei confronti della realizzazione di opere che interessino la comunità.

Ma alcuni non hanno voluto guardare meglio dentro quell’etichetta “nimby”, tant’è che oggi ce la ritroviamo con un effetto decuplicato sotto forma di comitati, di associazioni, di movimenti… che l’unica cosa che hanno in comune è il “no”. Praticamente, in qualunque posto d’Abruzzo, d’Italia e del mondo, scegliere di dire no per non fare scelte sbagliate è un orientamento comune: il motivo sta nel fatto che il cortile si fa sempre più grande. E nel caso di acqua e atmosfera, diventa di dimensioni planetarie. E’ la globalizzazione.

 

La torcia al plasma in Marsica, i generatori eolici di Tocco Casauria, il piano di smaltimento e recupero dei rifiuti in Abruzzo, il centro Oli ad Ortona, la cava ed il cementificio nella Valle Peligna, il centro di ricerche Eni all’Aquila, il gasdotto di Sulmona, la centrale a biomasse dell’Aquila e quella della Marsica (e ne dimentico altre sempre nel territorio abruzzese) …. tutto fermo, tutto no. E così la Tav Torino-Lione, il Mose di Venezia, il Ponte sullo stretto di Messina, la base Usa di Vicenza…  Eppure la crisi ci divora, la disoccupazione promette di crescere, le imprese sono sempre più sole in un territorio che comincia ad essere deserto tanta è la deindustrializzazione che ci colpisce a ritmo costante.

 

Allora, forse, conviene guardare oltre la cortina massmediatica e indagare perché “la gente” rifiuta qualunque bagliore di cambiamento, miglioramento, crescita economica, perché di fatto decide di abbandonare l’idea dello sviluppo e del progresso che ne sono la premessa concettuale: vale la pena giacché fare muro contro muro non aiuterà nessuno, non il fronte del no, né quello del si, men che meno l’accrescimento intellettuale ed economico della società civile. E, si sa, il progresso civile lo fa l’intelligentia non la gente che, invece, è destinataria di programmi di educazione, informazione e crescita.

Ebbene, i movimenti del no stanno ad attestare che conflitto e  scarsa partecipazione sono le due gambe sulle quali stiamo camminando in questo momento: un modo piuttosto instabile per affrontare la crisi epocale che ci attanaglia.

 

Mentre la politica sostituisce i leader ai programmi e si va vieppiù svuotando fino a non esprimere più una democrazia rappresentativa, perché non rappresenta più nessuno, si sono andati sperimentando e sviluppando esperienze, saperi, aspirazioni e progetti che automaticamente si sono prefigurati come un’alternativa. E nel vuoto di pensiero e di azione colmato da soli figuranti, si è costituita una mobilitazione di risorse fatta di conoscenze, soprattutto del contesto locale, e di energie umane, che le istituzioni di governo non sono in grado di attivare: non hanno né la motivazione né l’intelligenza necessari per farlo.

Abbiamo conosciuto il liberismo sfrenato e abbiamo vissuto l’interventismo statale: due polarità verso le quali si sono direzionate sia le teorie economiche che le dottrine politiche nel corso dell’ultimo trentennio, con delle virate prima verso l’una poi verso l’altra, vedi la inversione di 360° degli ultimi due anni per fare fronte alla crisi finanziaria. Ma nessuna delle due alternative può dialogare, essere parte attiva in un mondo così cambiato rispetto ai tempi in cui sono nate e, soprattutto, in un contesto caratterizzato da molteplici, multiformi manifestazioni della crisi.

 

Sicuramente nessuno ha la ricetta per sistemare lo stato di cose. Ma l’unica strada che sembra suggerirci il senso della storia – ma soprattutto la letteratura economica più avanzata e libera da manipolazioni dirette a sostenere persone o entità – è la partecipazione e la condivisione.

Il metodo si chiama negoziazione sociale, un terreno poco praticato nel quale si intersecano risorse, saperi e obiettivi assunti come strumenti per la progettazione, la gestione e il controllo.

 

La condivisione può discendere solo da una negoziazione tra le parti sui termini della gestione del bene comune, secondo un antico paradigma che si rifà ai rischi del sistema esclusivo in luogo di quello inclusivo: se un progetto è presentato con inclusività (partecipazione alla costruzione, anche della sola idea, alla gestione e alla valorizzazione), nell’immaginario collettivo prevarrà la percezione dell’opportunità e non il disvalore.

 

Dunque, nel corso di una negoziazione, si possono costruire le forze necessarie per addivenire al buon esito del confronto, si fa chiarezza sulla posta in gioco, si coinvolgono e si distribuisce conoscenza a tutte le parti in causa nel territorio. Non c’è un conflitto più antico tra appropriazione e condivisione, è vecchio quanto il mondo: sarebbe improprio affrontarlo con atteggiamenti altrettanto vecchi.

 

L’approccio negoziale, del tipo Agenda 21 Locale, sposta le forze sociali da una collocazione di oppositori (comportamenti rivendicativi pubblici, organizzati…) ad una di interpreti e gestori delle opportunità offerte, semplicemente perché passa attraverso la costruzione/rafforzamento dell’identità sociale del territorio.  L’identità sociale è il radicamento locale: cancellare l’identità sociale/individuale equivale ad uccidere, e nessuno è pronto a morire senza combattere.

 

La partecipazione attiva di chi il territorio lo conosce, perché ci vive, ci lavora, ci gioisce e ci soffre, è un passaggio obbligato se si vogliono disconnettere i comitati del no: esistono le Conferenze di servizi, le Conferenze di soggetti, i Forum, gli spazi pubblici. Solo un esempio: quando si trattò di dare un volto nuovo al Porto di Genova la gente arrivò a picchiarsi, alle peggiori offese, accadde di tutto, ma tutto in piazza, dove ciascuno disse la sua, partecipò: oggi quel posto è il cuore dei genovesi, è l’identità di quelli del si e di quelli del no, ascendenti e discendenti, di oggi e di domani.

In sostanza, siamo di fronte alla difesa dei  beni comuni (che sono proprio i grandi temi dell’acqua, dell’ambiente, dell’atmosfera, dell’energia… ) che rimanda ad un rapporto con le cose, quindi ad una dimensione molto personale, che è di natura affettiva, estetica, emotiva… in questa si ritrovano ad operare e confrontarsi gli stakeholders. Si comprende ora la difficoltà.

 

Una strada da intraprendere congiuntamente insieme ad una variegata rete di forze sociali e di organismi quanto più eterogenei possibile, ma anche quanto più radicati possibile nello specifico del territorio, dei loro interessi, delle attività che li vedono impegnati, è stata disegnata da tempo. Nulla di tanto sconosciuto, ma un dove sociale di tipo trasversale con il quale parte delle Amministrazioni Locali (tramite l’Agenda 21) e dei quadri tecnici delle università e dei centri di ricerca e di studi – più certa imprenditoria innovativa, soprattutto in tempi recenti di tipo sociale – hanno operato bene e con impegno, addirittura restituendo in alcuni casi un senso positivo ad una delle parole più squalificanti in questo momento: politica. Decidere insieme agli interessi e alle culture locali il modo in cui vivere e gestire i rapporti reciproci chiede anche un altro sforzo: lasciarci alle spalle la dialettica del tipo “questo lo ha fatto la destra, questo lo ha fatto la sinistra…” che è solo la tecnica manipolativa del pensiero pubblico di chi ha interesse a conservare lo status quo.

 

Da ultimo, vale citare anche il Manifesto della Cultura che Confindustria ha voluto emanare a livello nazionale, onde diffondere i valori comuni delle imprese, valori da orientare sempre più alla responsabilità sociale di impresa, così come vuole il Mondo Nuovo.

Il nostro è un paese che ha bisogno di scelte responsabili e di affrontare i problemi con serietà ed equilibrio. Dobbiamo essere aperti al dialogo, per riportare le questioni alla loro reale dimensione, affrontandole senza generalizzazioni ed inutili pregiudizi; chiedo questo per lo sviluppo sostenibile, per l’occupazione, per le nostre imprese e per gli abruzzesi.

Insomma, cambiamo il dibattito e le metodologie se vogliamo andare avanti. Un altro modo non c’è. Non cercare l’unione di intenti ci consegna ai separatismi e alle mafie. E forse qualcuno vuole proprio questo.

 

 

 

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