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I GIOVANI E IL FUTURO Indagine doxa sull’occupazione e le aspettative dei giovani

a cura di Ezio Rainaldi, Presidente dei Giovani Imprenditori

 

 

Quali sono le aspettative dei giovani nei confronti del futuro? Qual è il loro atteggiamento nei confronti del lavoro? Sono anch’essi parte della cultura della immobilità  e della inflessibilità, o piuttosto costituiscono un mondo a se, con logiche, aspirazioni e speranze diverse da quelle degli adulti? Hanno interiorizzato i valori della cultura d’impresa, il merito, il rischio, la responsabilità, l’indipendenza, o aspirano ad essere assistiti e protetti da uno Stato paternalista? Considerano l’Europa, la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico come una minaccia o un’opportunità?

Per rispondere a queste domande i Giovani Imprenditori di Confindustria hanno chiesto alla DOXA di realizzare un’indagine presso un campione rappresentativo di giovani tra i 20 e i 26 anni. Ne è emersa una fotografia dei giovani come un insieme che condivide le stesse problematiche, le stesse incertezze, la stessa voglia di cambiare, di vivere e lavorare in un mondo migliore e si rileva una volontà comune, una spinta trasversale a fissare nuove regole sul mercato del lavoro, nell’economia e nella società.

Tra i giovani d’oggi il lavoro non è visto come una condanna, ma come un valore positivo, uno strumento per realizzarsi e per crescere, un modo di conoscere gli altri, una possibilità per migliorarsi. Tanto che molti di essi sarebbero disposti anche a lavorare gratis per un periodo di tempo limitato. E la flessibilità non fa paura a questi giovani che hanno abbandonato la cultura del posto fisso e sono pronti ad accettare un contratto a termine o di lavoro interinale. Anche la mobilità è entrata nella loro cultura: spostarsi in un’altra regione per lavorare non è più un dramma per la maggior parte di loro, nonostante rimanga l’ansia del nuovo e dell’uscita dall’ambiente familiare.

 

I Giovani e il Lavoro

Il lavoro è già una realtà per il 42,5% dei giovani italiani con una età compresa tra 20 e 26 anni, soprattutto per quelli residenti al nord (il 54,2% dei casi). Molti continuano a studiare (il 34,1%), oppure non lavorano né studiano (il 23,4%). Tra questi ultimi è rilevante notare che non tutti cercano lavoro, anzi una quota elevata dichiara esplicitamente di non cercarlo, di non studiare e di non lavorare (il 26,9%). In parte sono, paradossalmente, giovani che già hanno perso la speranza di trovare una occupazione regolare e dunque lavorano nell’economia sommersa (ma non lo dichiarano). E’ presumibile però che il fatto di vivere in famiglia spinga molti giovani ad adagiarsi senza cercare attivamente un inserimento nella società (come studente o come lavoratore).

Un dato forte – e sicuramente preoccupante – che emerge dall’indagine è che il lavoro si trova in massima parte attraverso canali informali (amici e parenti per il 56,3% degli intervistati che hanno lavoro) mentre è assolutamente nullo il contributo del collocamento pubblico (soltanto l’1,9% ha trovato lavoro in questo modo), la cui esistenza è giustificata ormai solo dalla volontà di controllare il mercato del lavoro piuttosto che di renderlo più efficiente. Ecco perché i giovani che lavorano non hanno bisogno di molto tempo per trovarlo: il 74,4% impiega meno di un anno, ribaltando l’impressione che l’attesa sul primo impiego sia molto più lunga, ma questo non sarebbe il risultato di maggiori capacità bensì soprattutto di maggiori conoscenze. Di contro non sono pochi, specialmente nel Sud, quelli che impiegano oltre due anni per trovare lavoro. Si delinea allora una offerta di lavoro segmentata, tra chi conosce i canali per trovare lavoro – e dunque lo trova in breve tempo – e chi invece non li conosce, piuttosto che l’esistenza di un meccanismo basato sul merito che premia i più istruiti o i più capaci, o perlomeno i più intraprendenti. Appare quindi particolarmente urgente riformare il sistema del collocamento, per assicurare un efficiente flusso di informazioni tra domanda e offerta di lavoro.

I giovani comunque, se lavorano, si dichiarano generalmente soddisfatti (nell’82,8% dei casi).

 

Il Ruolo della Scuola

Dall’indagine emerge una scuola che non avvicina alla realtà, né tanto meno al mondo del lavoro, ma rimane ancora una istituzione che isola, protegge e dunque crea illusioni.

In primo luogo la scuola, nell’ottica dei giovani intervistati, non aiuta a trovare lavoro, sia perché non offre le competenze adeguate, sia perché non svolge nessun ruolo nel processo di transizione. Non rappresenta cioè un canale di comunicazione: a questo proposito solo il 3,1% tra quelli che hanno dichiarato di lavorare ha trovato lavoro tramite il sistema formativo, nel cui ambito, è bene sottolinearlo, è compresa l’università. Non offre neanche competenze utili, soprattutto per coloro i quali non hanno una istruzione universitaria: tra chi possiede un diploma di scuola media superiore il 52,1% ritiene la scuola inutile per trovare lavoro e questa percentuale cresce tra chi possiede solo la licenza media.

Il sistema educativo inoltre separa anche nella visione del lavoro e delle prospettive: chi ancora studia, sembra vivere in una sorta di “gabbia dorata”, dove le informazioni sul mondo esterno arrivano in maniera ovattata, quasi filtrate dall’istituzione formativa. Questo crea speranze ma anche aspettative pericolose che rischiano di rivelarsi inesatte, almeno a giudicare dalle risposte fornite da chi già lavora, che risulta più disilluso e pragmatico, magari anche meno disposto a rischiare perché conosce la realtà e le difficoltà esistenti.

Il 44,9% dei giovani studenti si aspetta un futuro migliore rispetto alla possibilità di trovare lavoro, ma la quota si riduce fino al 30,6% per chi invece lavora; il modo do vivere sarà migliore per il 52,5% degli studenti, mentre solo il 45,1% dei giovani lavoratori spera in condizioni migliori.

 

La cultura d’impresa 

Qualcosa cambia: la mentalità del posto fisso sta deteriorandosi a favore di una cultura più orientata a cercare nuove opportunità. Il 56,9% degli intervistati ha dichiarato che, potendo scegliere e ipotizzando anche un guadagno netto identico, preferirebbe fare un lavoro indipendente: la percentuale sale tra quelli che ancora studiano (il 68,3%) e tra chi ha un grado di istruzione più elevato (il 70,8%). Inoltre va sottolineato che non vi sono differenze sostanziali tra regioni del paese in quanto la percentuale rimane sostanzialmente simile alla media sia tra i giovani del nord che tra quelli del sud. La voglia di mettersi in proprio, forse anche come risposta al lavoro che non c’è, è dunque una realtà anche per il mezzogiorno che non si spaventa all’idea di dover lavorare di più: solo il 14,2% dei giovani meridionali infatti dichiara che non vorrebbe fare un lavoro indipendente perché si lavora troppo, rispetto al 23,2% dei giovani del nord.

La sicurezza del lavoro rimane comunque un aspetto importante, in una realtà che presenta molte incertezze: posti di fronte alla scelta tra pubblico e privato, cioè tra la sicurezza del posto “a vita” e l’incertezza – comunque limitata – del lavoro dipendente in azienda privata, viene fuori una prima contraddizione perché i giovani ancora aspirano al pubblico, certo più al sud che al nord (il 37,6% dei giovani del nord e il 61,3% di quelli del sud).

Non possiamo allora affermare che vi sia una netta indicazione nei confronti del lavoro in proprio, anche perché bisogna tenere presente che circa il 20% di chi si dichiara pronto a svolgere un lavoro indipendente ha una rete di protezione dovuta alla presenza di attività commerciali/imprenditoriali/professionali già avviate in famiglia. La voglia di fare impresa scaturisce più da una necessità e dalla mancanza ormai di alternative piuttosto che dalla effettiva voglia di rischiare. Infatti l’avversione al rischio è ancora evidente tra coloro i quali dichiarano che non vorrebbero fare un lavoro indipendente: tra le ragioni indicate vi è al primo posto l’avversione al rischio e alle difficoltà (il motivo principale per il 61,9% dei giovani).

 

La cultura della mobilità e la flessibilità

Un dato di fatto sembra acquisito dall’indagine e cioè che i giovani non hanno paura della flessibilità, che è entrata nella loro cultura e spesso nella loro realtà. Per quanto riguarda la flessibilità di fatto, tre sono gli aspetti da tenere presenti. Il primo: si lavora anche senza contratto, pur di lavorare. Il 13,6% dei giovani che lavorano dichiara di non avere un contratto, ma tale quota sale drammaticamente nel mezzogiorno (il 40,3%). Ciò conferma l’urgenza di regole, per non alimentare nei giovani l’idea che flessibilità sia sinonimo di illegalità. Il secondo fatto: il 36,7% lavora più di 40 ore alla settimana e il numero di ore lavorate aumenta al diminuire del titolo di studio. Il terzo fatto: il 24,6% dei giovani riceve una retribuzione inferiore ad un milione e, ancora una volta, questi vivono prevalentemente al sud.

E’ la prova che esiste una flessibilità di fatto; ma è una flessibilità negata e spesso vietata. Il paradosso sta nel fatto che questa è comunque più diffusa di quella che dovrebbe essere la flessibilità legale. Infatti solo il 13,1% dei giovani intervistati lavora con un contratto di formazione e solo il 12,9% con un contratto a tempo determinato.

La flessibilità diffusa richiede allora la definizione di regole certe per il mercato del lavoro giovanile, per passare da un mercato del lavoro precario ad un mercato del lavoro delle opportunità. Tra i giovani la flessibilità del mercato del lavoro è intesa come una opportunità in più rispetto alla disoccupazione, ma anche come un mezzo per avvicinarsi al mondo del lavoro. I giovani infatti ricercano, almeno all’inizio, opportunità di lavoro piuttosto che il posto fisso: non deve allora sorprendere che il 67,1% degli intervistato sarebbe disposto a lavorare gratis per alcuni mesi, pur di entrare nel mondo del lavoro. Questa percentuale sale per i più giovani, quelli cioè con una età compresa tra 20 e 23 anni (il 70,2%), per le femmine (il 71,5%), e diventa addirittura del 84,3% per chi ha un grado di istruzione universitaria. Il lavoro viene vissuto, probabilmente più della scuola, come il vero mezzo per imparare una professione e la formazione aziendale rappresenterebbe la vera retribuzione attesa dai giovani, piuttosto che quella monetaria.

In secondo luogo i giovani vogliono lavori interessanti, anche se a tempo indeterminato. Il 72,4% degli studenti è disposto infatti ad avere all’inizio un lavoro a tempo determinato, se assicurasse uno stipendio un po’ più alto e un lavoro un po’ più interessante. In terzo luogo non si ha paura del lavoro interinale, anzi, è visto come un’opportunità, una via di uscita, soprattutto da chi ricerca lavoro: il 59,9% di questi ultimi si dichiara interessato all’ipotesi di lavorare secondo questa formula.

La cultura della flessibilità del lavoro si accompagna ad una diffusa cultura della mobilità. Si è disposti, anzi si preferisce, cambiare azienda ogni 4-5 anni piuttosto che lavorare sempre con lo stesso datore di lavoro. Questo viene visto dal 45,1% di chi esprime una opinione non come elemento di precarietà ma come opportunità di crescita professionale. Ancora una volta sono gli studenti i più propensi a rischiare in quanto la percentuale sale in questo caso al 59.6%.

Per quanto riguarda inoltre la mobilità territoriale, questa non spaventa più, anzi viene vista come l’opportunità per ricercare migliori condizioni di lavoro rispetto a quelle vigenti sul mercato del lavoro locale: in media il 60,3% dichiara di essere disposto a cambiare regione, ma la percentuale cresce sensibilmente tra gli studenti (l’80,4%) che non hanno ancora legami lavorativi e dunque hanno poco da perdere da questo punto di vista. In particolare nel mezzogiorno i giovani mostrano una propensione alla mobilità territoriale, alla ricerca di opportunità di lavoro: infatti se solo il 47,6% di chi risiede al nord è disposto a spostarsi, nel sud diventano il 73,8%.

 

Il Futuro

Il tema più scottante che riguarda soprattutto i giovani è quello del sistema pensionistico. A questo proposito emerge un dato estremamente interessante e forse per certi versi sorprendente: lavorare di più fa paura, soprattutto a quelli che già lavorano, che si dichiarano contrari (per il 60,5% dei casi) alla proposta di andare in pensione non prima dei 65 anni. Questa opinione dei giovani rischia di alimentare il fuoco demagogico di chi ancora sostiene l’intangibilità del sistema pensionistico, ma, proprio a confutare questa opinione, emerge chiaramente da parte del 62,8% degli intervistati la disponibilità a passare ad un sistema di pensioni di tipo privatistico, cioè ad un passo indietro dello Stato a favore di una gestione più diretta da parte del contribuente.

In ogni caso è un futuro a due facce quello che si aspettano i giovani italiani. Da una parte la speranza nei grandi cambiamenti in atto (l’Europa, la globalizzazione dei mercati, lo sviluppo delle tecnologie), dall’altra parte la disillusione che qualcosa possa cambiare nel nostro Paese. Come interpretare infatti quel 47,5% che dichiara che l’Italia sarà, fra 5 anni, un paese migliore dove vivere? Considerando che è la generazione che ha vissuto la recessione economica dei primi anni ’90 ed ha visto l’emergere di un sistema costruito sulla corruzione generalizzata, fa spavento pensare che più della metà dei giovani non veda qualcosa di meglio negli anni a venire. Non ci si aspetta una classe di governo più seria e onesta (solo il 23,7% è ottimista), non ci si aspetta una classe di governo più competente e capace; inoltre soltanto il 17,5% ritiene che nei prossimi 5 anni l’Italia sarà migliorata dal punto di vista della criminalità e della delinquenza. Tutto ciò si ripercuote sul fatto che per il 56,5% degli intervistati le possibilità di trovare lavoro non miglioreranno oppure addirittura peggioreranno.

La fiducia sul futuro è allora tutta riposta nelle grandi forze del cambiamento: l’Europa soprattutto (solo il 5,1% la giudica come un pericolo), ma anche la globalizzazione dei mercati (fattore positivo per quasi il 60%) e le nuove tecnologie, che offriranno più opportunità secondo il 69,2% dei giovani.

 

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