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I Distretti, le zone franche e le zone di sviluppo di impresa rispetto alla normativa comunitaria. Intervista a Victor Uckmar

Una parte dei teorici sostiene che l’Italia deve puntare sulle PMI e non più sulla grande industria.

Un’altra parte, invece, sostiene  che è una follia rinunciare alla grande industria (che, però, in Italia sembra essere quasi scomparsa) e che bisogna puntare sui distretti industriali nei quali consorziare un certo numero di imprese in modo da ottenere una sorta di grande impresa unica capace di competere sui mercati internazionali.

Secondo lei bisogna parlare di distretti o di zone franche tramutate – per via dei cambiamenti imposti dall’esistenza della Ue – in zone di sviluppo di impresa?

 

 

Lo stesso Presidente Clinton, a suo tempo, elogiando la economia italiana ebbe a dire, riferendosi alle piccole imprese, che “Smaller is better”; aggiungo io, che “Ciò è vero quando vi siano anche le grandi imprese (specialmente quando si deve operare all’estero), che facciano da ombrello anche per programmi a lunga distanza.
Le grandi imprese possono permettersi di pianificare i loro progetti per anni a venire e così per conquistare un mercato, mentre le piccole e medie imprese, se isolate, debbono fare previsioni a distanza di tre-quattro anni.
I distretti italiani hanno dato ottimo risultato anche se non sono state utilizzate, per grave negligenza, le zone di impresa agevolabili nell’ambito comunitario.
La zona di  sviluppo di impresa riesce a schivare le restrizioni comunitarie? e se si come? Forse sarebbe opportuno creare zone di sviluppo di impresa ad alta tecnologia?

La zona di sviluppo,  come la si vuole chiamare, può essere compatibile con la normativa comunitaria in presenza di precise condizioni che sono state rese molto severe dalla Comunità europea.
Un punto molto importante è quello della coerenza fra le aree ammesse a fruire dei fondi strutturali e i territori che possono fruire di assistenza comunitaria e che indubbiamente apre la possibilità di realizzare zone di crescita caratterizzate dalla presenza di agevolazioni sostanziali in deroga al regime, anche fiscale, ordinario.
In tal senso il Mezzogiorno presenta ancora notevoli potenzialità.
Oltre a questo aspetto però bisogna considerare che una zona può diventare un distretto dotato di appeal per gli investitori anche grazie a strumenti diversi: penso, per esempio, per rimanere nel campo delle agevolazioni non di tipo strutturale, alla semplificazione di procedure amministrative o formalità di interesse per le attività produttive insediate in certe aree svantaggiate. Strumenti che presentano un alto grado di compatibilità con la normativa comunitaria.
Come si fa una zona ad alto sviluppo: quali sono le tappe formali e sostanziali?

Se per zona ad alto sviluppo intendiamo una zona dove comunque vige un regime eccezionale, a prescindere dal suo contenuto, lo strumento non può che essere un atto legislativo. Solo una legge, infatti, può derogare un’altra legge.
Il primo vero passo però è in Europa: non si possono varare norme di agevolazione se non nei limiti entro i quali è possibile introdurre aiuti di Stato e quindi secondo i Progetti che ciascuno Stato presenta.

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