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Guardiagrele: il piano Marshall per l’Italia è sui beni culturali

Guardiagrele, 16 dicembre. La copia integrale dell’Incoronazione di Maria attribuita a Nicola da Guardiagrele, padre legittimo dell’arte abruzzese e stella della figurazione nel periodo che in Europa preparò il Rinascimento, ora campeggia nella lunetta del Duomo, restituita alla vista per volontà di Pietro Rosica .

Un convegno da narrare attraverso le parole di due grandi, che hanno trascinato una platea intera nelle emozioni di un passato che fa il presente.

Philippe Daverio snocciola la storia d’Italia in dieci minuti: non quella dei libri di scuola, fatta di date e guerre, ma quella che solo un maestro può raccontare guardando dalla lente di una cultura da antropologo: perché tanti elementi di Guardiagrele riconducono alla cultura francese (come la  stradina “storta” dalla quale si accede alla Cattedrale; la bellezza estetica del Gesù e lo stile raffinato della sua corona: ai francesi piace il bello, agli italiani l’espressivo e la differenza è chiaramente declinata dalle rispettive tradizioni culinarie…), perché qui si esalta il Simec (Ladislao ivi batté moneta nel 1391), perché la criminalità organizzata in Abruzzo non c’è, perché il sentimento ostile all’unità d’Italia ha prodotto movimenti tra loro differenti nei pezzi che restano del regno delle Due Sicilie, come Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Abruzzo (che espresse i Briganti della Majella). L’Abruzzo è un’invenzione storica di Federico II di Svevia che ha fatto nascere una comunità estetica e comportamentale che parte da Ancona e arriva in Puglia. Sulmona fu capitale del Gran Ducato di Abruzzo nel 1233, è l’antenato dell’Abruzzo odierno: è forse un caso che Ovidio nacque lì? Non si sfugge dalla stratificazione comportamentale: gli uomini e gli artisti importanti nascono in posti importanti, la prassi insegna che dove c’è un personaggio bisogna scavare a fondo perché si troverà sicuramente dell’altro.

Insomma, domenica ci è stato riconsegnato un pezzo di storia ignorata, mai letta e, peggio ancora immaginata, sui banchi di scuola.

“Voglio restituire l’Italia al mondo, volevo chiamare l’Onu…: il nostro non è un fatto italiano, è un fatto internazionale, dobbiamo salvare il nostro meccanismo di patrimonio storico. Le opere d’arte in questo Paese sono di proprietà dello Stato ma noi dobbiamo riprendercele: il vero piano Marshall dell’Italia è quello sui beni culturali. Qui abbiamo una sensibilità all’arte maggiore rispetto a qualsiasi altro posto, che ci fa circolare in mezzo ad opere di grande valore senza che nessuno le tocchi: altrove una statuetta che fa capolino sotto a un portico sarebbe derubata anche per soli 40 euro, qui non lo fa neanche un drogato per una dose. L’idea del museo diffuso che perorai già qualche anno fa non ha avuto riscontro alcuno: siamo ancora a fare la fila ore e ore per vedere un quadro… Gli unici interventi finalizzati ad una ‘produttività dell’arte’ sono stati quelli volti a vendere le cartoline nei coffee-shop dei musei: senza prima fare i musei”. Dalla legge Ronchi, al Ministro omonimo e ai suoi successori, a Berlusconi, Monti, Bruno Vespa, Letta, Equitalia… una parola buona c’è stata per tutti. Con gli applausi della platea.

Altra lezione di eccellenza, Gianfranco Gorgoni: ha fatto toccare con mano cosa possa fare la passione, come possa travalicare ogni confine e irrompere dentro e fuori chi la possiede. Mi piace raccontarla così esattamente come l’ho sentita. La dedico ai giovani e ai loro genitori, perché non rubino i sogni ai figli soddisfandone i desideri prima ancora che vengano percepiti, accarezzati, vagheggiati.

“A vent’anni me ne andai in America: volevo fotografare i personaggi più famosi. Così gironzolavo  per teatri, concerti, gallerie. Comincia a scattare per  L’Espresso, ebbi anche delle copertine, ma niente di che. Un giorno mi chiamarono dal giornale per uno speciale sull’arte: un passaggio importante perché ufficializzava il mio lavoro lì e mi dava un pass-partout per vedere dal vero gli artisti, a lavoro piuttosto che alle mostre: esattamente quello che avevo sempre voluto fare. Negli studi incontravo anche giovani leve, per cui la testa mi si apriva agli stimoli più nuovi: un giorno da Jasper Johns vidi un tale (era Richard Serra) che tirava piombo contro un muro, rimasi esterrefatto, Jasper mi spiegò il significato… mi appassionai ancora di più… volevo vederne altri ancora. Conobbi in quel periodo i nomi degli artisti europei allora a noi poco noti. La mia conoscenza si allargava. Finalmente intercettai, per il tramite di Leo Castelli, un noto editore e direttore di galleria: eccitato lo raggiungo a casa, stava male, era a letto, per me andava bene lo stesso. Gli spiego la mia idea di sapere, vedere, scattare, lui comincia a tirare fuori carte e appunti, si entusiasma. Mentre mi parla, muore. Mi accascio. Disperato. Non so cosa fare, chiamo Leo. Sparisco dalla scena. A tragedia consumata, dopo giorni,  Leo mi dice che quello che aveva visto sul letto del suo amico testimoniava una chiara intenzione di voler condividere con me un percorso: per rispetto, nonché per la ferma convinzione del suo ottimo fiuto, avrebbe dato seguito a quell’ultima volontà. Da lì nacque tutto quello che feci”.

Sono intervenuti anche: il senatore Fabrizio Di Stefano, l’assessore regionale alla cultura Luigi De Fanis, la prof.ssa Lucia Arbace, Soprintendente per i Beni storici, artistici Abruzzo.

Maria Paola Iannella

Le fotografe della giornata sono disponibili nella nostra Galleria Eventi

 

PHILIPPE DAVERIO

Nato il 17 ottobre 1949 a Mulhouse, nella regione francese dell’Alsazia, da padre italiano e madre alsaziana, vive stabilmente in Italia, a Milano.
Nel tempo ha dato vita a 4 gallerie d’arte a Milano e a New York.
Specializzato in arte italiana del XX secolo (futurismo, metafisica, novecento, scuola romana), ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento.
Come gallerista ed editore – nell’81 ha inaugurato una casa editrice e nell’84 una libreria, sempre a Milano – ha pubblicato una cinquantina di titoli vari tra cui: Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio de Chirico fra il 1924 e il 1929, Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini, Fillia e le avanguardie fra le due guerre, Ver Sacrum (Valentina Edizioni 2004), Giuseppe Antonello Leone (Skira 2010).
Opinionista per periodici come Panorama, Liberal e Vogue, consulente per la casa editrice Skira, Daverio si è sempre definito uno storico dell’arte. Così infatti lo ha scoperto il pubblico televisivo: nel 1999 come inviato speciale della trasmissione di Ratre “Art’è” e nel 2000 come conduttore del programma “Art.tu” sempre per Rai3. La sua popolarità televisiva arriva con “Passepartout”, un vero classico nella programmazione di Rai3, visibile anche su Rai5, dove gli spettatori hanno potutto seguire anche “Emporio Daverio” una proposta di viaggio attraverso le città d’Italia e le realtà minori del Belpaese.
Assessore a Milano dal 1993 al 1997 nella giunta Formentini, con le deleghe alla Cultura, al Tempo libero, all’Educazione e alle Relazioni internazionali, si è occupato del rilancio di Palazzo Reale, del suo restauro e del riposizionamento del sistema museale nell’insieme del patrimonio civico.
Professore ordinario alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e incaricato al Politecnico e allo IULM di Milano, è direttore della rivista Art e Dossier.
È autore e conduttore in tv di Passepartout e di Emporio Daverio. Nel 2011 esce il suo Museo immaginato (Rizzoli), che ottiene uno strepitoso successo di pubblico; mentre è dell’aprile 2012 la raccolta di scritti L’arte di guardare l’arte (Giunti).

 

 

 

GIANFRANCO  GORGONI

Gianfranco Gorgoni è nato a Roma nel 1941. Nel 1968 decide di trasferirsi a New York, dove la sua prima passione, la fotografia, diventa un lavoro a tutti gli effetti. Fin dai primi mesi negli USA, Gorgoni è incuriosito dalle nuove dinamiche sociali americane legate al mondo dei giovani e dell’arte. Nel 1969, si trova a Woodstock, dividendosi tra il teatro Grotowki e la Galleria Leo Castelli. E’ proprio il famoso gallerista newyorkese a dargli accesso agli studi degli artisti più famosi, quali Andy Warhol, Richard Serra, Keith Haring, Robert Rauschenberg, James Rosenquist. Grazie a questa vicinanza ai più grandi geni creativi del periodo si delinea il lavoro fotografico di Gorgoni, che diventa una vera e propria documentazione della storia dell’arte contemporanea. Diversi magazines internazionali, quali L’Espresso e il New York Times, hanno richiesto la sua collaborazione, riconoscendo l’unicità dei suoi scatti, capaci di immortalare le figure più rappresentative del secolo scorso: da Fidel Castro al presidente Carter a Papa Woytila. Numerose sono state le mostre personali e collettive, tra le principali la personale del 2005 al Museum of Outdoor Arts in Colorado e quella del 2009 presso Jim Kempner Fine Art di New York; nel 2009 ha partecipato alla collettiva di Photology “The New York Scene” e alla mostra collettiva “UAI – United Artists of Italy” alla Fondazione Stelline di Milano.

 

 

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