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GRANDI O PICCOLE LE VOGLIAMO TUTTE Si alla piccola impresa ma senza disdegnare i colossi

di Maria Paola Iannella

 

L’Aquila soffre di un male incurabile, vecchio come le sue mura: la mancanza di iniziativa, di imprenditorialità.

Esiste, nel capoluogo, un apparato amministrativo voluminoso ed ingombrante nel quale tutti cercano di investire la propria forza lavoro. Burocrazia, uffici, carte, un legame sempre stretto con Roma, il centro del potere politico, una fitta rete di relazioni e rapporti che hanno fatto la storia dell’andamento dell’economia e della cultura locali.

Il suo peso politico e la sua forza nei ministeri hanno probabilmente segnato senza ritorno la politica economica che è così rimasta saldamente ancorata, cadendone vittima, ad un impianto sociale legato a doppio giro con le decisioni del Governo.

Ma oggi lo scenario è cambiato, e L’Aquila non sembra essersene accorta, e lo sviluppo non si gioca più soltanto nelle stanze dei bottoni di Roma ma si scontra e si confronta con l’intero Paese e con l’intera Europa. E, proprio per questo, l’attesa di un intervento dello Stato, come si usava un tempo, non può che essere una scelta perdente.

Il riferimento è chiaro e va diritto alle aziende che una volta chiamavamo statali, quelle del polo elettronico della nostra città.

Da tempo una sofferenza mai celata da parte delle stesse richiamava l’attenzione dei vertici su una situazione che presto o tardi sarebbe stata prossima al tracollo ed è appena il caso di sottolineare che, forse, già dieci anni fa si sarebbe dovuto mettere mano ad un progetto da sottoporre alla Ue con il quale chiedere un intervento per il processo di deindustrializzazione in atto. Il che non è stato mai fatto, neanche ventilato, abbagliati dall’Obiettivo 1, poi dal “97.3.c.”, poi dall’Obiettivo 2, poi dal “87.3.c” … tutto per restare con un pugno di mosche. Quello che ci rimane, adesso, è un’antipatica attitudine al piagnisteo al quale, nello scorcio di questi ultimi dieci anni, non si è stati capaci di accompagnare una progettualità che guardasse al futuro, alla costruzione di un sistema economico endogeno e autopropulsivo.

Confindustria ha capito da tempo che lo sviluppo della territorio non può essere derogato ad alcuno, e ne dà prova con un carnet nutrito di incontri e di seminari sulla promozione della cultura di impresa, rivolti sia alle aziende che al sistema scolastico. L’Aquila ha delle risorse accertate nel turismo, non solo culturale ma anche “ecologico”, nell’artigianato, nello sviluppo dei Parchi e farebbe bene a puntare le sue aspettative in questi settori. Ciò non toglie, ben inteso, che a fianco delle piccole e medie imprese possano, anzi debbano, convivere le realtà più grandi (per numero non per importanza) dei colossi industriali. Un sistema binario, in sostanza, che consenta di vivere del proprio ma anche di tenere una porta aperta sul mondo, con tutto ciò che questo comporterebbe: costituzione di un management forte, presenza sui mercati internazionali, investimenti sulla ricerca, personale altamente qualificato, formazione continua. Tutto nell’ottica di apparire appetibili in qualsiasi momento e di far fronte a qualsiasi negatività.

E in questo ha ragione il Presidente Pace quando dice che la perdita di duemila posti di lavoro avrebbe tutt’altro impatto su una città già forte, in grado di riassorbire, almeno in parte, la perdita di un numero elevato di occupati e che L’Aquila, già vittima di uno spopolamento preoccupante e di un invecchiamento senza ritorno, sarà messa in ginocchio con tutte le evidenti ripercussioni sui consumi e, quindi, sulla produzione e sulla produttività.

Adesso le scelte devono essere chiare e, soprattutto, devono essere assunte decisioni importanti e di svolta.

Il Polo elettronico non può essere abbandonato e non possiamo consentire che ci vengano portati via venti anni di lavoro e di investimenti. Per cui, è tempo di dare una spolverata a quel Contratto di Programma che, seppur ancora in embrione, giace nei piani alti del Ministero in attesa di un si. Contemporaneamente bisogna incentivare la formazione di un tessuto imprenditoriale e di una intelligentia in grado di guidare la città verso una logica ed un sistema non più borbonici ma di autoproduzione, creazione, invenzione dell’impresa e dell’imprenditorialità.

Allora la Regione dica la sua, non stia a guardare e, se c’è, batta un colpo. Da qualsiasi parte, ma che si sappia quale parte.

Basta con le esternazioni casuali, tappa buchi, con i pigliar tempo. Chi lavora nell’impresa sa che il tempo è denaro, e non può aspettare con la spada di Damocle sulla testa. Se la Regione crede nel Contratto di Programma, e immagino di si perché lo ha sottoscritto con tutte le altre parti sociali – salvo ogni possibile comportamento schizofrenico, deve serrare i ranghi intorno a questo progetto e perorarlo a Roma come la prima delle istanze del capoluogo, non la seconda, terza, una delle possibili: via ogni condizionale e ogni incertezza.

E mi preoccupa la dichiarazione dell’Onorevole Pace che, certamente con rammarico, certamente con espressione dolorosa e pensosa, ma forse con la franchezza che gli appartiene, ha detto che per il Contratto probabilmente non c’è più nulla da fare!

Allora, se dobbiamo togliercelo dalla testa è bene che qualcuno ce lo dica e con le giuste motivazioni del caso, non solo, ma anche con una proposta alternativa, un progetto sostitutivo, un altro obiettivo da perseguire..

E’ evidente che non staremo con le mani in mano ad aspettare il tracollo o che la Regione ci regali qualche spicciolo. Faremo tutto quanto necessario per salvare il Polo elettronico ma, contemporaneamente, pretenderemo dalle autorità preposte chiarezza e fermezza con lo scopo di dare una sterzata storica alla nostra provincia.

Noi siamo decisi a rimboccarci le maniche: Regione, Provincia e Comune che intenzioni hanno?

 

 

 

Tiriamo avanti fino a primavera:

intanto facciamo formazione e ricerca

 

C’è poco da essere ottimisti.

La crisi c’è, e non è aquilana, è mondiale. Anche se trovassimo un acquirente di Siemens comunque il problema si sposterebbe sul nuovo parter perché il mercato dell’elettronica, in questo momento, è fermo per tutti.

L’idea di Giovanni Pace – Presidente della Regione Abruzzo – è quella di evitare che all’Aquila venga inferto un colpo letale.

Come Presidente?

Cercando di convincere Siemens a ridurre la sua presenza aquilana, anziché smantellare tutto, e a intervenire contemporaneamente anche su qualche altro sito del territorio nazionale. Mi spiego. Se L’Aquila perde 2000 posti di lavoro su una popolazione di settantamila abitanti si crea una frattura non più sanabile. Se lo stesso numero di occupati scompare a Milano… bè’, non è la stessa cosa. L’Aquila non si potrebbe rialzare da un colpo del genere perché non ne ha gli strumenti né le condizioni. Allora, forse diminuendo la presenza di Siemens in diverse sedi, si consentirebbe all’azienda di riprendere fiato e all’Aquila di conservare una speranza.

Speranza di che?

Di riprendere in primavera. Gli indicatori dicono che per la metà del prossimo anno il mercato sarà in ripresa. Fino a quel momento, anche se mutilati nella forza lavoro, potremo non solo resistere ma prepararci a ripartire a tutta birra.

Questo per noi deve essere un momento di pausa proficuo: dobbiamo metterci a lavoro con la formazione e la ricerca in modo da non farci cogliere impreparati appena il mercato sarà ripartito. Dovremo fornire nuove capacità professionali all’azienda.

Quando dice azienda pensa sempre e solo alla Siemens?

La Siemens, qualcun altro o tanti altri. I processi industriali sono profondamente modificati e c’è spazio anche per le piccole imprese. Quello che è importante, in questo discorso, è soddisfare l’esigenza di un piano industriale: gli Industriali devono farlo e la Regione li sosterrà.

Il Contratto di Programma c’entra qualcosa?

No. Non credo. E’ difficile recuperarlo.

Cosa vede nel futuro lontano per il capoluogo?

Il turismo, com’è nella sua vocazione.

(M.P.I.)

 

 

DAI SINDACATI

La Siemens rispetti gli accordi

Scarso l’impegno di Comune e Provincia per il capoluogo

 

 

PIETRO PAOLELLI

UIL

Il Polo elettronico è l’unica risorsa dell’Aquila. Il Contratto di Programma è in alto mare – grazie a Comune e Provincia – , il Patto Territoriale è morto sul nascere, i Parchi mal gestiti si sono rivelati un ostacolo anziché un volano. Insomma, una situazione drammatica. Non possiamo consentire alla Siemens di fare il bello e il cattivo tempo: ha sottoscritto dei patti col Ministero e adesso deve rispettarli. Come è possibile che solo dopo qualche mese dagli impegni assunti abbia chiesto la cassa integrazione? Mi pare un chiaro segno di malafede. Negli accordi è scritto che Siemens avrebbe portato al Polo commesse per tre anni e che, contemporaneamente, le altre aziende insediate avrebbero lavorato su commesse proprie. Nulla di tutto questo è accaduto. Sparite le commesse della Siemens contemporaneamente spariscono le commesse di Flextronix, Lares eccetera. Un po’ strano no?

Siemens e “sorelle” devono dirci cosa hanno veramente in mente.

 

ERMANNO GIORGI

CISL

Per costruire un laboratorio di ricerca ci vogliono quindici anni e noi non possiamo farcelo smantellare, né consentire che la Siemens investa altrove per rimetterne in piedi uno nuovo. Quello che c’è all’Aquila è un patrimonio che dobbiamo difendere a tutti i costi perché è il frutto di vent’anni di lavoro, di impegni, di denaro investito. Se la Siemens chiude perdiamo ogni possibilità di ripresa futura.

Sono d’accordo sulla scelta di dover individuare un partner all’azienda in modo che questa resti almeno in parte ancorata al territorio e si possa così continuare a fare la ricerca. Se Siemens deve fare ricerca, come è, deve farla all’Aquila e non a Milano. Dunque cerchiamo di formulare delle offerte allettanti, cosa non facile data la difficile posizione del capoluogo, fuori da ogni Obiettivo e anche dall’87.3.c: aver ridimensionato la legge 488 è stato ed è uno degli aspetti più penalizzanti per le imprese.

Parallelamente avviamo un solido sistema di piccole e medie imprese che comunque garantiscano una sopravvivenza e media occupazione, ché una nuova crisi non ci colga impreparati.

 

GIANNI DI CESARE

CGIL

Credo che i sindacati siano tutti d’accordo e uniti in un unico obiettivo: la Siemens deve restare all’Aquila per tre anni, e fare ricerca e sviluppo così come promesso solo pochi mesi fa. Si tratta di grandi aziende e non si può pensare che non siano in grado di fare delle scelte a breve e medio termine: le aziende sono quelle giuste e noi siamo il posto giusto: abbiamo l’Università con le facoltà scientifiche, l’esperienza, una criminalità irrilevante, l’aria pulita.

Certo è che se il capoluogo avesse difeso il Contratto di programma, oggi avrebbe un piano di sviluppo come tutte le altre province dell’Abruzzo. E’ facile piangere e lamentarsi, ma quando si è trattato di darsi da fare nessuno si è mosso per difendere un progetto sostenuto da tutte le parti sociali. E secondo me c’è un legame tra i seguenti due fatti: lo stesso giorno in cui il Ministro Visco ha deliberato sui Contratti di Programma di tutta Italia tranne che su quello aquilano, ha deliberato invece favorevolmente sulla metropolitana di superficie, lasciando al palo la contrattazione programmata. Detto questo, è evidente che non tutti hanno a cuore il presente e il futuro della città.

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