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GOVERNIAMO LA GLOBALIZZAZIONE! Costruiremo un mercato con regole ed etica certi

di FRANCESCO MANCINI

Il volto di una bambina del Terzo Mondo, ritratto dall’obiettivo di Sebastiao Salgado, il “fotografo della globalizzazione”, simboleggia lo spirito dell’iniziativa dei Giovani Imprenditori di Confindustria, che il 22 e 23 giugno si sono incontrati al tradizionale convegno di Santa Margherita Ligure.
Il convegno, dal titolo “La governance della globalizzazione. Mercati e regole per una società aperta”, è stato un momento strategico di analisi, dibattito, proposta a un passo dal vertice G8 che ha per protagonista proprio la globalizzazione.
I Giovani Imprenditori di Confindustria – da sempre all’avanguardia nel sostenere il ruolo sociale dell’impresa – propongono una riflessione sulle emergenze scaturite da una globalizzazione disordinata e sugli strumenti più idonei per governarla, massimizzandone i benefici e minimizzandone i costi in primo luogo nei paesi in ritardo di sviluppo.
Con il convegno di Santa Margherita Ligure è nato il progetto dei Giovani Imprenditori sulla globalizzazione: prossima tappa, nel mese di ottobre, la pubblicazione di un volume – una raccolta di saggi di autorevoli studiosi ed esperti della materia con il coordinamento editoriale di Antonio Calabrò e Lucio Caracciolo – che delinea con rigore scientifico i punti di forza e di criticità del processo di globalizzazione.

 

La globalizzazione non è un concetto astratto; è una realtà che tocchiamo con mano tutti i giorni: quando usiamo pc progettati nella Silicon Valley e made in Taiwan; quando facciamo il pieno di benzina; quando indossiamo scarpe o abiti fatti in estremo oriente; quando i nostri figli subiscono la pacifica ma non innocua invasione dei pokemon e dei digimon; quando decidiamo di spostare un impianto in Romania (dove, tempo fa, l’Associazione Industriale di Treviso ha anche tenuto la propria assemblea) o in Tunisia; quando assumiamo un senegalese o un filippino; quando contiamo le perdite o i guadagni in Borsa provocati dalle violenti fluttuazioni dei mercati finanziari internazionali. Si tratta, quindi, di una realtà che ha molte dimensioni e volti: economiche, politiche, sociali.

Attualmente, sul piano strettamente politico, la globalizzazione si può considerare, tuttavia, indubbiamente vuota; alla pressoché quasi totale libertà di circolazione dei capitali e un po’ meno di beni e servizi non si possono certamente fare medesime considerazioni sulla presenza di istituzioni capaci di incanalare il capitalismo globalizzato in maniera equilibrata in modo da prevenire squilibri di mezzi che possano ritorcersi contro se stesso e gli assetti democratici che lo sostengono.

Molti sono, quindi, gli aspetti che potrebbero essere presi in considerazione partendo dagli effetti che la globalizzazione sta producendo: dall’ambiente, al ruolo delle biotecnologie, allo “spettro” del digital divide, ai fenomeni migratori, agli effetti della finanziarizzazione dell’economia e diversi altri ancora, mi limiterò, nella circostanza, ad offrire spunti di riflessione sugli attori e interessi nella globalizzazione.

Nell’attuale panorama globale mi permetterei di individuare i seguenti tre soggetti:

1) gli Stati nazionali

2) le istituzioni internazionali

3) la società civile

Gli Stati nazionali soffrono, in questo momento, la cessione di sovranità che progressivamente ed inesorabilmente la globalizzazione dei mercati sta loro erodendo attraverso la libertà che le viene concessa dall’assoluta assenza di regole da parte della politica e che rischia di compromettere l’equilibrio economico e di consenso al proprio interno. In passato, la costituzione dell’esercizio della sovranità ha sempre preceduto quella dell’esercizio della regolazione e dei controlli e, più tardi, del welfare. Ora questo percorso non può essere più attuato: oggettivamente impossibile, ed anche pericolosa, l’istituzione di un governo mondiale; si potrebbe puntare, invece, alla simulazione dell’esistenza di un organismo sovrano capace di controllare i comportamenti del mercato a favore di tutti, attraverso una forte cooperazione tra Stati con il contributo di organismi sovranazionali aventi come missione quella di restituire, attraverso una forte collaborazione, la sovranità alle nazioni e non di espropriargliela.

L’obiettivo non è quello di avere un governo globale, ma di costruire un “funzione politica” globale. Tale funzione verrebbe esercitata con la definizione di uno standard da applicare ovunque dall’organismo sovranazionale che fungerebbe da braccio operativo; i singoli Stati agirebbero, invece, da presidio locale del mercato globale attraverso il rispetto di regole a cui anche loro avranno contribuito. Configurerei, così, una sorte di Federalismo globale sulla falsa riga di ciò che, molto lentamente, sta accadendo per l’Unione Europea anche perché nessuna ingegneria istituzionale potrebbe funzionare se non con un sistema monetario da cui scaturisca una moneta unica mondiale o un insieme di monete che ne simuli il comportamento determinandone gli stessi effetti.

Le principali istituzioni internazionali create dopo la seconda guerra mondiale dagli ideatori del nuovo ordine sono state l’Onu, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio ora Organizzazione per il Commercio Mondiale e il Gruppo dei sette/otto paesi più industrializzati. Già da allora la formazione di un quadro cooperativo internazionale implicò una cessione di sovranità da parte dei singoli Stati agli organismi sovranazionali. Tali meccanismi hanno egregiamente svolto il loro compito fino alla fine dei blocchi politici storici alternativi e all’emergere delle nuove tecnologie: ora si richiedono soluzioni diverse. Infatti, da un lato si è avuta la spinta della potenza americana e degli organismi internazionali (influenzata dalla prima), i quali ritenevano che tale modello potesse essere esteso, con facilità e senza eccessive cautele politiche, al resto del mondo, e dall’altro la spinta degli interessi internazionali organizzati ed avvantaggiati dalla liberazione dei capitali, che credevano di poter far crescere i paesi emergenti senza dover fare eccessivi cambiamenti modernizzanti nelle loro istituzioni. Tali spinte hanno prodotto l’ illusione di una crescita economica infinita senza alcuna revisione dei sistemi istituzionali.

L’ immagine attuale, in sostanza, è quella di una economia e di una tecnologia che ritiene di poter prosperare in ambiente anarchico dove il capitale globalizzato è libero di circolare ovunque senza un minimo di regole o di una qualche seria struttura di controllo a livello nazionale (vedi crisi Asiatica ‘97/’98, Messico ‘95, Russia ‘91/’99).

La causa è, a mio parere, da attribuire al conflitto, al rapporto squilibrato tra Stato , mercato e società; questo è il principale motivo strutturale che distorce il circuito di accumulazione nazionale ed internazionale della ricchezza, creando difficoltà nel funzionamento e rendendolo socialmente selettivo.

Tale discorso va, tuttavia, articolato in maniera diversa sulla base che si tratti di paesi democratici avanzati o di quelli in via di sviluppo che restano ancora ancorati ad un’ampia presenza di fenomeni tipici legati al sottosviluppo.

Nei primi non può esistere conflitto tra Stato come luogo di produzione e gestione delle garanzie e mercato inteso come luogo di generazione della ricchezza: i due sistemi devono fondersi in maniera soddisfacente ed equilibrata. Il mercato non possiede quelle facoltà che possono garantire una continua riproduzione del suo ritmo di crescita: ha bisogno di un sostegno complementare che organizzi e allochi le risorse con criteri diversi da quelli della remunerazione diretta e ravvicinata.

Stato e mercato dovrebbero, quindi, avere missioni definite e complementari: da una parte lo Stato a garantire le condizioni della diffusione del mercato, e dall’altra, il mercato ad occuparsi dei processi di creazione della ricchezza. La difficoltà di bilanciamento della diffusione della ricchezza deriva allora dalla difficoltà della politica di definire con precisione le missioni specifiche dell’uno e dell’altro.

Per i Paesi in via di sviluppo il discorso è altrettanto ampio e complesso: ci sono da considerare un’enormità di fattori ma, l’elemento senz’altro preponderante e che in sua assenza impedisce il muoversi di questi paesi verso direzioni realmente modernizzanti è la democrazia. In estrema sintesi si può accennare che lo sviluppo è tecnicamente possibile anche senza democrazia (vedi Paesi emergenti dell’estremo oriente), poiché la libertà economica, in effetti, si può anche realizzare al di fuori del ciclo istituzionale democratico: ma tale tipo di sviluppo è strutturalmente instabile, in quanto viene a mancare lo strumento che meglio assicura il consolidamento sociale dei processi economici.

Nei paesi ora alla fame e nel totale disordine potrebbero passare decenni per ottenere il passaggio verso un modello democratico; la cosa più importante sarà, tuttavia, la politica che, in questi paesi, dovrà basarsi sul requisito della democratizzazione da raggiungere il più velocemente possibile affinché ogni processo evolutivo si avveri attraverso la negoziazione tra uno standard globale democratizzante e una flessibilità interna concordata.

Forte è il timore , che la prossima riunione dei G 8 possa offrire un enorme eco della protesta del cosiddetto popolo di Seattle. Ad incrementare la confusione, contribuisce anche un quadro di riferimento ancora piuttosto confuso. Fra gli anti-globalizzatori convivono allegramente l’ anticapitalismo vecchio e nuovo, i nemici delle multinazionali, i terzomondisti, gli ecologisti, i new age delle varie tendenze, i sindacalisti, gli agricoltori, soprattutto europei, gli animalisti e dulcis in fundo, gli anti-sistema in genere sopravvissuti all’ultimo trentennio.

Forte, comunque, è stata anche l’evoluzione valoriale di questi contestatori: la protesta (a prescindere dall’ astrattezza dei più facinorosi e probabilmente dei più numerosi) si sta evolvendo da forme pseudo corporative iniziali, a nuove forme di risveglio della coscienza dei cittadini e dei consumatori.

Si tratterà, ora, da una parte, di prendere in mano le frange sfilacciate dell’opposizione protestataria e trasformare le loro incoerenze in parole e azioni concrete e soprattutto sensate, e dall’altra comunicare e pensare come poter implementarele rivendicazioni meditate che provengono invece dalla parte più matura.

 

La diffusione della cultura del lavoro e del sistema economico

Torna nelle scuole il Progetto trenta ore

 

Il Progetto 30 ore ha ormai un suo spazio nelle scuole dove viene salutato con entusiasmo ed interesse. E’ dal 1997 che il Movimento dei Giovani Imprenditori di Confindustria della Provincia di L’Aquila lo promuove con successo con l’obiettivo di diffondere la cultura del lavoro e del sistema economico. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione che ha riconosciuto il merito di insegnare nuove materie con un modulo flessibile, facilmente applicabile anche dalle autonomie scolastiche. Il progetto è un vero e proprio work-in- progress, è in continuo cambiamento ed evoluzione; gli unici punti fermi sono gli obbiettivi che si pone di raggiungere:

– la creazione di occasioni di incontro per favorire la conoscenza reciproca fra mondo della formazione e sistema delle imprese finalizzato anche a realizzare momenti programmati di formazione on the job;l’aumento della conoscenza dell’impresa come sistema che crea e diffonde ricchezza per la collettività’ e come motore dello sviluppo di un territorio;

– l’acquisizione di conoscenze e strumenti operativi che facilitino l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro ovvero crediti formativi e indicazioni concrete a chi desideri avviare una nuova azienda.

– la comprensione dei valori, della mentalità e delle capacità che è importante possedere per entrare ed avere successo nel mondo del lavoro essendo, prima di tutto, “imprenditori di se stessi.

Nel 2000 sono stati ben 85 gli studenti delle classi IV dell’Istituto Tecnico “G. Galilei” di Avezzano che hanno partecipato al progetto “30 ore” che ha visto come testimonial e relatori: Valentina Bianchi, Presidente Regionale dei Giovani Imprenditori, il Paolo Gargano e il Carlo Imperatore dell’Unione Provinciale dell’Aquila, Gaetano Clavenna Direttore della Dompè ed l’imprenditore Giuseppe Bonsanti della Euroconic.

La fase iniziale del progetto è sata un’analisi del contesto locale, infatti si è trattato dell’industrializzazione nella Marsica, per poi passare al secondo modulo, nel quale si è esaminata la convergenza attuale ed i cambiamenti in atto che modificano continuamente e profondamente lo scenario nel quale si muovono le imprese, in particolare: l’innovazione tecnologia, l’informatizzazione, Internet e la TV, il telelavoro, la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. Grande attenzione è stata rivolta anche al rapporto ambiente – impresa, un binomio indispensabile e ricco di opportunità di lavoro e d’impresa. Sono state effettuate anche due visite aziendali presso la DOMPE’ S.p.A. a L’Aquila e l’EUROCONIC S.r.l. di Avezzano e sono stati analizzati, per quanto riguarda l’organizzazione del personale e la formazione continua, il caso MICRON di Avezzano e le esperienze di alcuni giovani imprenditori locali, in particolare della cosiddetta industria “della carota”. A dimostrazione della continua evoluzione del Progetto Trenta Ore, oltre che della crescita e del continuo miglioramento, possiamo anticipare che da quest’anno il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Abruzzo, caratterizzando e innovando l’originale progetto nazionale, hanno creato un azione speciale organizzando la messa a punto di un sistema integrato di servizi e consulenza a favore dei giovani studenti abruzzesi costituito da un sito internet con connessa banca dati (stage). Tale sistema si aggiunge alla fase di vera e propria formazione degli studenti, svolta dai docenti del progetto e dagli stessi imprenditori di Confindustria, a sua volta implementata da un Manuale sulla Cultura d’Impresa ed un “Cd Rom 30 Ore” come strumento multimediale ed interattivo.

 

MONICA PETRELLA È IL NUOVO PRESIDENTE DEL GRUPPO GIOVANI IMPRENDITORI DELL’AQUILA

 

Da giugno Monica Petrella, già vicepresidente dei G.I. dell’Aquila nonché membro della Commissione Economica del Comitato Centrale G.I. di Confindustria, è il nuovo Presidente del gruppo giovani imprenditori dell’Aquila. Succede a Valentina Bianchi che ha lasciato l’incarico per la presidenza regionale.

Trentuno anni, dell’Aquila, ha iniziato fin da giovanissima il proprio impegno da imprenditrice nel settore delle vernici, con l’azienda di famiglia.

Il programma della neo Presidente è tutto rivolto all’impresa e alla sua evoluzione, secondo i parametri decisi dal Gruppo sotto il precedente mandato: dalla cura delle rubriche sul giornale dell’Unione “L’Industriale” agli incontri presso le grandi aziende presenti sul territorio, dall’organizzazione di convegni allo sviluppo di collaborazioni con gli Istituti Superiori della provincia nell’ambito del “progetto 30 ore”, progetto che tanta parte ha avuto nella promozione a livello scolastico della conoscenza del mondo imprenditoriale, e per il quale i Giovani Imprenditori della provincia hanno ricevuto importanti riconoscimenti anche a livello nazionale.

Per il prossimo triennio i Vicepresidenti saranno William Di Carlo e Pierluigi Panunzi, e i consiglieri: Fabio Spinosa, Alessandra Rossi, Francesco Seritti, Barbara Petrella, Franco Gatti e Paolo D’Amico, tutti rappresentanti delle varie zone della provincia dell’Aquila.

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