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Gaetano Clavenna: quale impresa per l’Abruzzo

Mi piace guardare al 2005 con ottimismo e non senza qualche aspettativa.

E’ anche l’anno in cui la nostra Associazione compie il sessantennale della fondazione, circostanza favorevole per creare occasioni di incontro, scambio di idee e, perché no, per mettere mano a nuove iniziative, tra le quali non è ultima la rivisitata veste grafica del nostro periodico.

E’ vero che il 2004 si è chiuso con un bilancio non proprio positivo per la nostra provincia, nella quale sono ancora le istituzioni, quindi lo Stato, ad essere in prima linea per il salvataggio del poco della grande industria ancora presente sul territorio – le crisi di Olit e Kidko ad Avezzano, Magneti Marelli e Finmek a Sulmona, Flextronics e Lares Tecno all’Aquila. Tuttavia, se guardo a realtà come la St di Catania – che non cito a caso, ma perché mi è gradita l’occasione di segnalarvi l’intervento dell’Ing. Pasquale Pistorio (Vice Presidente di Confindustria per l’Innovazione e la Ricerca e Presidente della STMicroelectronics) nelle prime pagine di questo giornale – mi viene una gran voglia di incitarvi tutti a rimboccarvi le maniche perché le premesse ci sono.

Perché è vero, come pure ha sostenuto il nostro vicepresidente Pistorio e come sostiene il prof. Gallino (vedi l’intervista su L’Industriale di  luglio scorso) che la grande industria è ridotta all’osso: ma non ne possiamo fare a meno. E’ lì che si può fare la vera ricerca, l’innovazione di livello, perché ci vogliono grandi investimenti. Allora, si deve fare in cento quello che si faceva in uno: le piccole e medie imprese devono creare una grande industria virtuale, cioè lavorare su progetti congiunti e fare così innovazione, ricerca e sviluppo. Questa è la svolta. Inutile poi ragionare se il futuro sia il turismo o l’eccellenza: possono essere entrambi, ma nessuno singolarmente potrà essere il deus ex machina.

Non abbiamo una classe dirigente propria in grado di pilotare i grandi mutamenti e viviamo ancora una sorta di eredità mezzadrile che non fa scomparire l’estrazione contadina che nel settore dei prodotti tipici è una virtù unica, ma in quello imprenditoriale è un danno altrettanto unico. Il curare i “fatti propri” della realtà preindustriale deve essere lavato via con un grande sforzo di riqualificazione del capitale umano: la risorsa umana è quella che permette di competere, e su quella bisogna investire.

Pensare a competere con l’abbassamento del costo del lavoro o la riduzione degli investimenti in ricerca, è una battaglia persa in partenza, in più, noi dobbiamo andare avanti, non indietro, e il lavoro nelle condizioni in cui si lavora oggi in Cina o in India le abbiamo conosciute. Ed è un passato che non deve tornare. Abbiamo ben altro in tasca, e si chiama innovazione tecnologica.

Quando avremo raggiunto questi obiettivi, saremo anche in grado di attirare investimenti dall’estero: oggi, gli imprenditori scappano all’estero.

Analizzando la spesa in R&S della triade USA-Europa-Giappone si riscontra come gli Stati Uniti attraggano un terzo in più in investimenti in R&S da parte delle imprese europee rispetto all’investimento delle imprese USA in Europa. Quest’ultima, infatti, sta attraendo dagli Stati Uniti il 10% in meno in investimenti in R&S a vantaggio di Canada e Cina. L’Italia e i Paesi del Sud Europa, Portogallo, Spagna e Grecia sono ancora indietro rispetto al resto d’Europa, inoltre alla fine degli anni ’90 la ripresa di questi Paesi in fatto di R&S sembrava aver rallentato sostanzialmente.

Francia, Regno Unito, Austria, Irlanda che, invece, mantengono le loro posizioni intermedie, con la vistosa eccezione della Germania nella quale, infatti, si è verificato un crollo della spesa per R&S. Danimarca e Svezia sono invece su posizioni avanzate, ben oltre l’obiettivo di Lisbona.

Una economia della conoscenza, dunque. Non c’è soluzione.

L’Aquila, e l’Abruzzo, devono pensare ad una congiuntura distrettuale di piccole e medie imprese e per fare questo, forse, dovremmo premere per avere una legge che favorisca l’aggregazione. Ma alla base di tutto c’è il superamento dell’impresa di tipo familiare, quindi il sacrificio di una propria autonomia a favore di una economia di scala.

Economia della conoscenza, dicevo, nella quale le nostre attuali isole di eccellenza produttiva non siano più isole, ma parti di un sistema nel quale lo sviluppo industriale delle PMI e dei sistemi produttivi regionali sia all’interno del sistema universitario e dei centri di ricerca. Creare un polo universitario con centri di eccellenza e di ricerca, che sia aperto alla collaborazione con soggetti pubblici e privati, di livello locale, nazionale ed internazionale, e collegarlo alle imprese, significa poter lanciare l’economia della provincia e dell’Abruzzo.

Una realtà nuova, nella quale il trasferimento tecnologico, la cessione dei risultati, lo spin off accademico, la formazione mirata di nuove di nuove figure e nuove competenze porterà L’Aquila e l’Abruzzo a competere sul mercato nazionale ed internazionale.

 

Il Presidente dell’Unione Provinciale degli iNdustriali dell’Aquila

Gaetano Clavenna

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