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Francesco Sanvitale

Francesco Sanvitale, musicologo di fama internazionale ma anche studioso di storia e appassionato del Risorgimento. Una vita iniziata in Abruzzo, attraverso la Barattelli e I Solisti Aquilani, passando per l’esperienza nell’Istituto Nazionale per lo Sviluppo Musicale del Mezzogiorno, per diventare poi un simbolo della cultura musicale in Giappone e a Taiwan.

Quando ha iniziato la sua carriera, pensava di arrivare così lontano?

A dire il vero no. E’ stata una vita strana. Ho sempre amato la musica, essendo nato in una famiglia dove la musica era sacra. Dopo le scuole superiori ho preso Medicina, ma a 20 anni sono rimasto bloccato per due anni per una malattia. E’ stato questo il punto in cui si è decisa la mia svolta musicale e professionale. Mi sono dedicato totalmente alla Musicologia, ho portato avanti una vita di studi: d’altro canto, nella vita non siamo sempre noi a decidere.

Ho avuto fortuna nell’aver incontrato le persone giuste al momento giusto: Nino Carloni, il maestro Tintori, direttore del Museo della Scala.

E’ stata la mia passione per Francesco Paolo Tosti a portarmi all’estero: per me “Marechiaro” è stata una grande scommessa. Sentivo che c’era qualcosa in più e ora Tosti è conosciuto in tutto il mondo.

La sua vita è costellata di passioni e di scommesse: lei ha ricordato Francesco Paolo Tosti, ma ce n’è una che potrebbe sembrare lontana dal mondo musicale, quella per Giuseppe Garibaldi…

Già! Noi abbiamo una visione stereotipata di Garibaldi, lo immaginiamo sempre a cavallo: invece era un uomo di mare, difendeva i diritti dei popoli oppressi e si è spinto dal Mediterraneo all’Australia, fino a Hong Kong.

Prima ho approfondito il suo personaggio e poi mi sono appassionato sempre più alla musica Risorgimentale, che ho approfondito nel volume dal titolo Sinfonia Eroica. Garibaldi e la musica del Risorgimento Italiano. Anche l’Orchestra Sinfonica Abruzzese ha prestato la sua voce a Garibaldi: nel 2010 e nel 2011 hanno eseguito la cantata Era uno dei Mille, composta da me con musica di Marco Moresco.

Vede, le mie passioni nascono dalla voglia di nuove sfide. Come musicologi non credo che ci si debba occupare solo di Bach. La musica è altro, va altro e, come mi diceva sempre Carloni, “noi siamo chiamati a servire la musica, perchè la musica ti ripaga”. Diceva servirla, non servirsene.

C’è un po’ di amarezza in queste sue parole per come viene vista e considerata la musica. Di cosa avrebbe bisogno la musica, secondo lei?

Innanzitutto di una revisione sostanziale dei Conservatori, poi della diffusione della conoscenza della musica in tutte le scuole. Si dovrebbe educare alla musica, preparare i professionisti, dare delle risorse all’insegnamento. Abbiamo avuto dei grandi ministri della Pubblica Istruzione, come De Sanctis, Croce, Gentile, che però avevano una visione ludica della musica, l’hanno sempre messa in un cantuccio. Ora dobbiamo ripartire dai giovani perchè a intere generazioni è stato negato di fruire in maniera corretta e piena della musica in quanto forma di creatività.

E l’Abruzzo di cosa avrebbe bisogno?

Sarebbero molte le cose da fare, a partire dal rinnovare le classi dirigenti del mondo musicale e culturale abruzzese: dobbiamo dare spazio ai giovnai, alle nuove generazioni, dare loro la possibilità di potersi esprimere.

Quando ho lasciato la direzione dell’Istituto Nazionale Tostiano di Ortona l’ho fatto per consapevolezza: sono stati dieci anni pioneristici, ma serve rinnovare anche il percorso politico e culturale. Siamo in un momento di stallo.

L’Abruzzo patisce molto le sue divisioni interne: non ci sono collegamenti fra le aree. Esistono gli Abruzzi: quello citeriore, l’ulteriore: c’è una grande difficoltà a fare le cose insieme, a specializzarsi nei ruoli. Per questo sarebbe fondamentale mettersi in rete, così come sta tentando di fare l’Orchestra Sinfonica Abruzzese.

Qual è il consiglio che lei dà a chi volesse seguire i suoi passi?

 Bisogna essere curiosi, intraprendenti, passionali. La mia indole mi ha insegnato a spingermi oltre, ad essere a 360 gradi. La professione, poi, mi ha dato di più di quel che meritavo. Ma questa disponibilità, questa apertura verso l’altro, verso aspetti diversi, mi ha fatto avere di più. Dobbiamo misurarci anche con l’altro e mai essere statici. Rinnovarsi non significa tagliare a zero, ma ripartire.

Eleonora Falci

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