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FISCO IN BANCA – TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE E NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE

di NUNZIO BUZZI

 

Anche l’ultimo santuario è caduto e grazie alla legge 549/95, che ha apportato modifiche sostanziali alla normativa sul segreto bancario, il nostro conto in banca e quello delle nostre società è divenuto assolutamente trasparente agli occhi del verificatore fiscale.

 

Ai sensi dell’art. 3, commi 177 e 178 della legge 549/95, infatti, gli uffici possono richiedere ai soggetti sottoposti ad accertamento, ispezione o verifica, il rilascio di una dichiarazione che indichi i rapporti intrattenuti negli ultimi cinque anni con gli intermediari finanziari di qualsivoglia natura, pubblici o privati, nazionali o stranieri.

La richiesta deve essere assistita dal rilascio di una apposita autorizzazione del direttore regionale delle entrate o dal comandante di zona della guardia di finanza, e la mancata risposta, oppure la comunicazione di informazioni false, ha rilevanza penale, aumentando così la capacità accertativa e deterrente del nuovo marchingegno escogitato.

Previa autorizzazione del direttore regionale delle entrate o del comandante di zona della guardia di finanza, i verificatori possono richiedere copia dei conti intrattenuti dal contribuente con il sistema finanziario, concedendo all’intermediario finanziario un termine minimo di 60 giorni per fornire la documentazione richiesta.

I verificatori possono, inoltre, richiedere ulteriori dati e notizie relativi ai conti intrattenuti, mediante invio di questionari.

Ottenute le informazioni richieste e vagliata la documentazione, l’ufficio imposte invita il contribuente a fornire chiarimenti in ordine alle risultanze dei conti, e redige processo verbale delle dichiarazioni del contribuente, che ha diritto ad ottenere una copia del verbale stesso.

E’ opportuno ricordare che l’invito non è una facoltà ma costituisce un preciso obbligo cui l’ufficio deve ottemperare, pena l’illegittimità dell’intero accertamento.

Si passa, quindi, alla redazione del processo verbale definitivo che, in caso di mancata corrispondenza, non giustificata dal contribuente, tra risultanze bancarie e volume di affari o ricavi dichiarati, dà luogo alla contestazione di violazioni fiscali caratterizzate dal sempre più consueto e, se ci si passa il termine, rozzo criterio dell’inversione dell’onere della prova.

Il metodo consiste in questo: se nei conti correnti del contribuente risultano accrediti od addebiti che non sono stati considerati nelle scritture contabili, gli stessi verranno considerati alla stregua di ricavi.

Gli accrediti vengono considerati incassi non fatturati e gli addebiti acquisti in nero, cui fanno da corrispettivo altrettanto presunte vendite in nero.

Sta al contribuente dimostrare che i movimenti si riferiscono a ragioni che esulano dal campo fiscale, ed è in questo che si materializza il vituperato criterio dell’inversione dell’onere della prova.

Non è l’accusatore che deve portare le prove di un comportamento illegittimo, ma è l’accusato che deve dimostrare di essere innocente.

Orbene, se in caso di tenuta di una contabilità ordinaria difendersi, se non agevole, è certamente possibile, nel caso di contabilità semplificata, invece,  l’inversione dell’onere della prova equivale ad una vera e propria probatio diabolica.

Questo tipo di contabilità, infatti, non rileva i movimenti finanziari e rende impossibile la ricostruzione di accrediti ed addebiti bancari avvenuti anche cinque anni prima.

Lo stato, quindi, prima permette la tenuta della contabilità semplificata e poi stabilisce metodi di accertamento che ne vanificano la convenienza.

In ogni caso, al di là delle rivendicazioni che la differenza di forza davanti alla legge, tra parte accusante (il fisco) e parte resistente (il contribuente), rende purtroppo sterili, due strade rimangono aperte per una migliore difesa: passare alla contabilità ordinaria, con l’aggravio di costi che ne consegue, oppure predisporsi per tempo delle pezze giustificative, prima che sia troppo tardi.

Il segreto bancario non esiste più e, a meno di avere un conto cifrato nelle isole Cayman, conviene affilare le armi in tempo utile al fine di difendersi da un fisco sempre più invadente ed ingombrante.

Non sottovalutiamo questa nuova capacità accertatrice degli uffici fiscali.

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