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Europa: la lunga frenata delle auto made in UE

Peugeot taglia 14mila posti di lavoro e chiude uno stabilimento in Francia. Opel, che ha ridotto l’organico di oltre 8mila posti (e chiuso l’impianto di Anversa, in Belgio), si prepara a una nuova ristrutturazione. Fiat, che ha fermato a fine 2011 la fabbrica siciliana di Termini Imerese, sospende gli investimenti a Mirafiori e manda in cassa integrazione non solo gli operai, ma anche molti impiegati.

È solo l’effetto della crisi europea o il settore dell’automobile è di fronte a una trasformazione strutturale?
Il comparto è ciclico, ovvero soggetto agli alti e bassi della congiuntura. Negli ultimi anni le crisi sono state due: quella del 2008/2009, innescata dal fallimento della banca Lehman e dalla tempesta finanziaria; e quella odierna, legata alle turbolenze valutarie e alla congiuntura economica negativa, soprattutto nei Paesi del Sud Europa. Nel primo caso le vendite di auto in Europa hanno “tenuto” relativamente bene grazie agli incentivi varati dai maggiori Paesi per sostenere la domanda; ora il mercato è in caduta libera: per il 2012 si prevedono (nei Paesi Ue più Efta) 12,7 milioni di unità vendute contro i 16 milioni del 2007.
In Europa si vendono meno auto – molte meno – di quante gli stabilimenti del vecchio continente siano in grado di produrre.

La sovracapacità produttiva ha un impatto diretto sui conti dei costruttori. In un settore caratterizzato da elevati investimenti fissi per stabilimenti, linee produttive e nuovi modelli, per fare utili una fabbrica deve “girare” almeno all’80% della sua capacità teorica. Se resta al di sotto del 70%, brucia denaro – e ne brucia tanto più, quanto più basso è il tasso di utilizzo. Secondo un recente studio della società di consulenza AlixPartners, l’ultimo anno in cui l’utilizzo della capacità produttiva in Europa ha superato l’80% è stato proprio il 2007, l’anno del record di vendite. Il tonfo del 20% tra il 2007 e le previsioni 2012 equivale alla produzione di 10-15 stabilimenti di medie dimensioni.
In Paesi come l’Italia la situazione può essere tamponata a breve termine con la cassa integrazione; chiaramente, però, questa non può essere una soluzione di lungo periodo: la distanza tra domanda e offerta, a giudizio degli osservatori, non è congiunturale. Da un lato, il mercato europeo, con una popolazione che cresce pochissimo e un tasso di motorizzazione fra i più elevati al mondo, è saturo: secondo molti osservatori la domanda di auto potrebbe non tornare più ai livelli pre-crisi; dall’altro, negli ultimi vent’anni i costruttori hanno continuato ad aumentare la capacità produttiva, in particolare aprendo fabbriche nei Paesi dell’Est europeo per sfruttare i costi del lavoro più bassi. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania sono diventate in pochi anni basi produttive di tutto rispetto.

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