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Europa. Grexit: cinque giorni per salvare (o meno) la Grecia

Ormai ci siamo: anche se si tratta dell’ennesima giornata decisiva per la vicenda della crisi finanziaria tra Grecia ed eurozona, stavolta si può essere abbastanza sicuri che quella del 12 luglio sarà una giornata veramente decisiva.

Domenica, infatti, nel corso del vertice di emergenza dei leader dei paesi dell’Ue, sarà formalmente consacrato l’accordo che permetterà alla Grecia di restare più o meno serenamente nell’eurozona. Sopportando nuovi pesanti sacrifici, ma con la certezza che il pazzesco debito accumulato sulle spalle dei greci sarà cancellato. Oppure, al contrario, il summit deciderà di far scattare il piano della “Grexit”, con cui i creditori (e si spera in modo concordato la stessa Grecia) metteranno in atto l’espulsione di un paese membro del club dell’euro.

In questi cinque giorni – c’è da esserne certi – ne vedremo di tutti i colori. Ieri la ripresa del confronto a Bruxelles dopo il trionfo dei no nel referendum greco e l’uscita di scena di Yanis Varoufakis è stata resa ancora una volta scoppiettante dalle trovate degli ellenici: il nuovo ministro delle finanze Euclid Tsakalotos ha scelto deliberatamente di non presentare alcuna nuova proposta ai suoi colleghi dell’eurogruppo (facendoli ovviamente infuriare). Una mossa destinata a evitare che – come sarebbe successo sicuramente in un consesso dominato dai “falchi” rigoristi e personalmente dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble – qualunque proposta greca fosse considerata inaccettabile se non risibile.

Tsakalotos (che peraltro è risultato meno abrasivo di Varoufakis) ha ceduto così la scena a Tsipras, che nel vertice dei capi di stato ha spiegato che oggi arriverà una formale proposta greca, fatta di nuovi sacrifici, di risorse per sopravvivere fino alla fine del mese, e di una domanda di nuovi importanti aiuti con respiro pluriennale presentata al Fondo salvastati (Esm). Ci sarà anche un intervento sul debito greco. Di tutto questo oggi il premier greco parlerà al parlamento europeo.

Non è affatto detto che funzioni. Anzi. Ieri la reazione di alcuni capi di stato è stata più positiva di quanto si poteva prevedere, a cominciare da quella del presidente francese François Hollande, il più solido, forse unico alleato del premier greco Alexis Tsipras. Più interessato del solito (o meglio, meno disinteressato) alla ricerca di una soluzione morbida è apparso anche il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi.

Fredda è stata la cancelliera tedesca Angela Merkel. Durissimi sono invece stati i commenti dei presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker e il polacco Donald Tusk. Per come sono messe le cose, a giudicare dall’atteggiamento dei tedeschi e dei loro alleati e “controllati”, è molto più probabile che le proposte greche siano respinte, anche a rischio di scatenare la Grexit.

Uno dei nodi da risolvere è quello della crisi di liquidità che sta uccidendo neanche troppo lentamente l’economia greca. La chiusura delle banche, ulteriormente prolungata, sta avendo effetti dannosi; la mossa della Bce di dare un altro giro di vite alla liquidità di emergenza concessa agli istituti di credito (effetto dell’innalzamento delle richieste di collaterale, ovvero le garanzie, che le banche greche devono avere per poter chiedere liquidità) sta per far saltare la più debole delle quattro banche greche, l’Alpha Bank. Generi alimentari, benzina e medicinali ci sono, ma la gente non ha soldi liquidi per comprarli. Gli scambi e le attività d’impresa sono ridotti al minimo.

Una situazione insostenibile a lungo. Il 20 luglio la Grecia dovrà rimborsare 3,5 miliardi di euro alla Bce, e senza un accordo sarà un nuovo (e più grave) default, dopo quello con il Fondo monetario internazionale del 30 giugno. Sulla carta ci sono soluzioni per dare alla Grecia risorse per rimborsare il prestito, anche se i tempi tecnici per l’ipotetico finanziamento Esm non ci sarebbero: la Banca centrale europea e i governi dell’eurozona devono pagare alla Grecia 3,3 miliardi di euro dovuti per profitti realizzati su scambi effettuati sui titoli pubblici greci (incredibile ma vero).

Dopo la scadenza, sempre il 30 giugno scorso, del programma di sostegno europeo alla Grecia, questi 3,3 miliardi sono stati congelati, ma se maturasse un accordo potrebbero essere restituiti al ministro Tsakalotos. Se l’accordo non ci sarà, però, per le autorità elleniche sarà necessario cominciare a pensare seriamente a come fronteggiare l’inevitabile disastro.

Roberto Giovannini su www.internazionale.it

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