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Duro colpo per l’economia abruzzese Per l’Abruzzo sono solo 81, su 350, i progetti ammessi alle agevolazioni Tanta voglia di impresa e capacità di progetto mortificate anziché difese ADDIO CINQUECENTO MILIARDI IL GOVERNO TAGLIA I FONDI CIPE DELLA 488 SULL

Non è confortante scoprirsi improvvisamente orfani (o quasi) di una classe dirigente. E in Abruzzo non è la prima volta che accade, purtroppo, per le attese degli imprenditori. Nonostante non siano “attese” coltivate con eccesso di fiducia e nonostante siano “attese” che coinvolgono le concrete possibilità offerte per la crescita di una sana struttura produttiva.

Era accaduto per la questione degli sgravi fiscali cancellati da un infausto Decreto Mastella; si è ripetuto con l’assegnazione dei fondi previsti dalla legge 488/92 per l’anno 1997.

I fatti sono sostanzialmente noti.

A valere sulla legge 488/92, gli imprenditori abruzzesi avevano presentato per il 1997 oltre 350 richieste, interessanti i settori della grande, media e piccola industria. Globalmente, erano chiesti contributi per oltre 1.500 miliardi di lire.  Si sapeva perfettamente che il numero dei progetti, al pari della somma complessiva richiesta, avrebbe nettamente superato le possibilità concrete di accoglimento. C’era però la motivata fiducia di poter contare sull’esito soddisfacente per almeno un terzo delle cifre citate e c’era la speranza, questa solo motivata dall’ultima esperienza fatta, di poter contare su una qualche quota aggiuntiva, in virtù della validità dei progetti e del distratto interesse di altre realtà regionali.

E’ arrivata una doccia fredda che più fredda difficilmente avrebbe potuto essere: la richiesta abruzzese è stata falcidiata.  Ben quattro progetti su cinque non sono stati dichiarati ammissibili; degli almeno seicento miliardi attesi, ne arriveranno non più di cento. E sono le risorse a disposizione da fonti nazionali come da fonti dell’Unione europea, integrati per l’anno 1997 da residui a disposizione nelle stesse voci sul piano di ripartizione dell’anno 1996.

Ci si aspettava un “sussulto”, una ferma presa di posizione, una qualche iniziativa determinata nei confronti del Governo nazionale quanto meno per trovare possibili strumenti atti a porre rimedio alla “falla” aperta nelle speranze degli imprenditori abruzzesi. Non si è andati oltre qualche “mugugno”, nei Palazzi istituzionali della Regione, e oltre la sollecitazione di qualche incontro presso “amici” più o meno potenti in Palazzo Chigi e dintorni, sperando in un impossibile recupero dell’ultima ora.

Recupero impossibile, dicevamo. Perché il durissimo colpo di mannaia inferto da Cipe e Ministero dell’Industria, a leggere i documenti ufficiali, non è privo di motivazioni.

Innanzitutto c’è stato un netto ridimensionamento (di circa il 40%) delle risorse complesivamente a disposizione sulla legge 488/92 per il 1997:  non più di 4.500 miliardi di lire su una previsione di oltre 7.500. Poi sono stati assunti per la selezione criteri che, gestiti in modi e termini particolarmente rigidi, non potevano che esprimere il risultato di cui oggi ci si lamenta.

Sono stati privilegiati meccanismi di pura contabilità aritmetica, carenti nella valutazione  socio-politica delle reali esigenze delle comunità interessate alla realizzazione di una struttura industriale, dopo un’estensione non lieve delle aree di applicazione della legge con l’individuazione e l’inserimento di diffuse aree “in declino industriale”.

E’ stato individuato un indice di riferimento fondamentale, per la ripartizione, nel rapporto tra la popolazione delle aree ineressate ai provvedimenti e  la percentuale di disoccupazione rilevata su base provinciale. In Abruzzo è emerso un indice di riferimento del 2,12% (L’Aquila 0,49, Chieti 0,60, Pescara 0,59 e Teramo 0,44). Quel 2,12% corrisponde perfettamente ai cento miliardi che sono stati assegnati, contro i 500 miliardi (almeno) sperati.

Identici criteri rigidi di selezione, questa volta meno caratterizzati da valutazioni soltanto arimetiche, sono stati poi seguiti nella selezione dei progetti: per settori (grande, media e piccola industria), per tipo di investimenti, per credibilità dei progetti in relazione agli investimenti diretti dell’azienda, per le prospettive reali di nuova occupazione. Questi due ultimi criteri sono stati naturalmente privilegiati.

Nella stragrande maggioranza dei casi, i progetti abruzzesi  (ben 267 su 355) sono stati esclusi non per carenza di requisiti sull’ammissibilità ma per esaurimento dei fondi. Il che dovrebbe suggerire opportune riflessioni.

Intanto, vi è da dire che la delusione è stata tanto più cocente, nel mondo imprenditoriale, perché si erano contemporaneamente “incontrate” due poco felici occasioni negli ultimi mesi: l’ottimismo manifestato a gran voce dagli amministratori regionali, in particolare i vertici dei settori interessati alla promozione economica; una riconosciuta attestazione di stima sulla validità delle prosposte abruzzesi, con le assegnazioni relative al precedente anno, che hanno prodotto una crescita (sollecitata) delle richieste. C’era maggior fiducia, e più forte quindi è stata la delusione.

La riflessione da suggerire dovrebbe privilegiare il nodo centrale che l’Abruzzo ha interesse a sciogliere. Riguarda l’individuazione dei criteri di applicazione della legge 488/92  e, in particolare, pone l’attenzione sull’opportunità del mantenimento di rigidi criteri aritmetici nella valutazione delle esigenze reali delle singole comunità. Specie in materia di sviluppo economico.

La brutta esperienza di quest’ultimo anno ha nei fatti privilegiato investimenti in aree, ad esempio Torino, ove certamente si può e si deve parlare di “declino industriale”, ma in cui è comunque presente un tessuto industriale assolutamente non paragonabile a quello abruzzese.  Non è constatazione di scarso rilievo, ove si ricordi che la legge 488/92 ha sì finalità di sostegno e sviluppo, ma ha in particolare la finalità di “promuovere” la nascita di una rete industriale creatrice di ricchezza. Questo principio della “promozione” non trova congrua corrispondenza fra i criteri di selezione delle richieste da ammettere a godere dei benifici previsti.

Tanto premesso, è urgente che in Abruzzo si recuperi la consapevolezza – dieci anni fa c’era e fu elemento non secondario per vincere le resistenze dell’Europa al mantenimento dell’Abruzzo nell’Obiettivo 1 del proprio intervento – di una presenza molto impropria, assolutamente impropria, di una rete industriale (specie nel settore della piccola e media impresa). A guardarsi intorno, fra le quattro province, è facile constatare come il tessuto industriale sia interamente riferibile a quattro o cinque investimenti di grosso spessore, con centri direzionali e sedi legali spesso fuori regione; tutto ciò che resta, solo per facilità di esposizione  o orgoglio personale si può chiamare “tessuto industriale”, sia in termini di occupazione che di peso sul reddito complessivo prodotto.

Questa è la verità da riscoprire e la consapevolezza che va riproposta a fondamento di ogni iniziativa in tema di politica industriale.

E va riscoperta con urgenza perché finalmente comincia a vedersi fiorire una classe imprenditoriale, gente disposta a investire e rischiare anche del proprio. La conferma viene proprio dall’alto numero delle richieste di finanziamento presentate per il 1997 sulla legge 488/92. C’è una “voglia di impresa” del tutto inesistente qualche anno fa, e c’è anche una apprezzata capacità di progetto, riscontrabile dalla valutazione di ammissibilità espressa sulla stragrande maggioranza dei progetti presentati.

Queste due novità non vanno mortificate. Sono di per se’ un patrimonio da tutelare e da difendere.

Per favore, con qualche sussulto più che con mugugni rassegnati.

Guido Polidoro

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