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DOVE VA LA CINA?

di FRANCO TEMPESTA

Sembra un paradosso: il gigante comunista forse diventerà la più grande economia di mercato del mondo.  Infatti, se riuscirà a mantenere l’attuale ritmo di crescita, nel 2000 la Cina potrebbe essere la prima potenza economica mondiale, sempre se i parametri di valutazione saranno condivisibili dalle autorità monetarie.  Il problema di fondo, quindi, è quello di trovare un codice comune di interpretazione attraverso il quale valutare la ricchezza dei singoli paesi. 

In linea generale, l’economia di un paese si misura in base al reddito pro capite, che si calcola convertendo in dollari, al tasso ufficiale di cambio, il valore del Prodotto Interno Lordo del paese preso in considerazione.  Questo metodo però presenta qualche difficoltà quando la moneta nazionale si indebolisce rispetto al dollaro, perché la moneta interna perde automaticamente valore con un effetto distorcente: è esattamente quello che è successo in Cina tra il 1978 ed il 1992, quando lo Yuan scese da 1.7 a 5.5 rispetto al dollaro. 

Nel 1993 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) scelse di percorrere un itinerario diverso, abbandonando la conversione del PIL in dollari in favore del metodo della parità di potere d’acquisto. Con questa chiave di lettura il Prodotto Interno Lordo non viene più calcolato convertendo in dollari il PIL, ma valutando il potere d’acquisto interno della moneta nazionale, confrontato con il potere d’acquisto delle altre monete.  In questo modo si scopre che nel 1992 la Cina aveva prodotto beni e servizi per 1.7 trilioni di dollari contro i 400 milioni stimati con il metodo “tradizionale”, con un reddito pro capite di 1.600 dollari e non di 370.  Senza contare che alcuni economisti valutano il reddito pro capite cinese intorno ai 4.000 dollari e che, se ciò fosse vero, il Prodotto Interno Lordo cinese ammonterebbe a 4.800 trilioni di dollari, cifra che deriva dalla moltiplicazione: 1,2 miliardi di abitanti x 4.000 dollari: il che significa il doppio di quello giapponese. 

Sono comunque dati statistici, pertanto ciò non vuol dire che tutti i cinesi se la passino bene: ad esempio le province del Sud della Cina stanno meglio di quelle settentrionali e centrali.  È tuttavia significativo che più di 1 milione di cinesi sia milionario (in dollari americani!), e che la stragrande maggioranza dei giovani imprenditori cinesi sia imbevuta di imprenditorialità.  Se mediamente nel 1981 si contava in Cina un televisore ogni cento famiglie e nel 1991 già erano 70, tutto lascia presupporre che oggi non meno dell’80% delle famiglie ne possieda uno (o forse più di uno).  Sempre nel 1981 solo il 6% delle famiglie cinesi possedeva una lavatrice, mentre nel 1991 erano già più di 80 famiglie ed oggi sono forse 90 ogni cento. 

Parte del successo cinese, dopo le scelte strategiche di politica economica volute da Deng, è da imputare alle importazioni: nel 1978 la Cina esportava per 21 miliardi di dollari, nel 1991 per circa 135 miliardi e l’anno successivo per 170 miliardi. 

Viene da chiedersi se potrebbe succedere la stessa cosa nell’altro grande mercato ex socialista, la Russia, ma questo è da escludere.  Almeno per tre validissimi motivi: innanzitutto, a differenza della Russia, la Cina è vicina ai vivacissimi mercati orientali, le cosiddette “tigri asiatiche”, dove vivono milioni di cinesi che mantengono stretti legami con il proprio paese, che ha subito gli effetti benefici dell’onda lunga dell’High Tech dell’Estremo Oriente.  Un altro motivo, a nostro avviso importantissimo, è da ricollegare a ragioni, per così dire, storiche: mentre la Russia scelse i mega impianti industriali per ogni singolo settore, la Cina vanta moltissime piccole fabbriche sparse su tutto il territorio nazionale, le quali, con il passaggio da una economia centralizzata ad una di tipo capitalistico, si sono rese più facilmente gestibili nel nuovo processo produttivo. 

Infine, un motivo sicuramente non trascurabile è che i cinesi hanno un buon orientamento al business: si calcola che fuori dai propri confini vivano non meno di 60 milioni di cinesi e che, tra di loro, vi è una altissima percentuale di ricchi, decisi a tornare per investire in patria.  La loro presenza è cospicua anche nell’area del Sud-est asiatico: ad esempio in Malesia, investita nelle settimane scorse da tumulti e saccheggi nelle strade della capitale Kuala Lumpur, più dell’80% del commercio è in mano ad una ristretta cerchia di proprietari, il 90% dei quali è cinese.  

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