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Doha, vertice clima: nessuna novità, crescita a ogni costo

Si chiama Doha Climate Gateway. E’ l’ultimo figlio della creativa diplomazia delle Nazioni Unite per tenere in piedi un negoziato che sta sempre più mostrando limiti ed inadeguatezza. Si chiude così, un giorno dopo il programma ufficiale, la più lunga, prevedibile e meno attesa COP Onu sul cambiamento climatico che si sia mai fatta…Un paradosso, se si pensa al 31 dicembre 2012 come un momento di passaggio visto che scade il primo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto, ma i risultati deludenti e, senza eccesso, scadenti di questa Conferenza mediorientale erano già nelle premesse. Intanto la scelta del Paese, il Qatar, tra i principali esportatori di gas naturale al mondo tutto avrebbe potuto fare piuttosto che favorire una reale transizione ad una low carbon society. Ma se si considera che la scelta per la prossima COP è Varsavia, capitale di uno dei peggiori Paesi membri dell’UE in campo ambientale, che oltretutto ha svolto un ruolo più che attivo per affossare Kyoto, l’impressione è che, usando un eufemismo, la burocrazia dell’UNFCCC sia ampiamente disattenta.
  
Doha partorisce Il Climate Gateway un vero e proprio ponte che dovrebbe accompagnarci all’accordo globale del 2020, come deciso a Durban esattamente un anno fa. Che questo pacchetto sia sostanziale ed efficace nel combattere ilclimate change è tutto un altro paio di maniche. Kyoto 2, il secondo periodo di impegni previsto dal Protocollo stesso, viene sdoganato fortemente indebolito e mezzo abbandonato. Avanti all’abbandono del Canada, l’opposizione della Russia e la presunzione degli Stati Uniti che non hanno mai aderito al Protocollo, rimane un pugno di Paesi che tutti insieme a malapena raggiungeranno il 15% delle emissioni totali, di cui l’11% sono quelle dei Paesi dell’UE a 27. Che dovranno sottostare ad impegni di riduzione che devono essere ancora decisi.
  
Rimane in piedi la struttura insomma, ma i contenuti sono ben lontani da una definizione.
  
Così come rimane ambiguo il Fondo per il clima, il famoso Green Fund da 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, che riesce a raccogliere poco meno del 7% di quello che servirebbe per fare un lavoro quanto meno decente. E così come viene fuori una rinnovata attenzione al loss and damage, cioè i danni da eventi climatici estremi, su cui però bisognerà fare i conti e capire chi metterà mano al portafoglio.
  
Ancora una volta la comunità internazionale, e quindi i Governi che la compongono, si sono dimostrati inadeguati. Tutti, nessuno escluso, anche i cosiddetti paladini del clima, come l’Unione Europea della commissaria Connie Hedegaard, che promette impegni poco faticosi, come il 20% entro il 2020. E che magari non riesce a vedere che accade in altri tavoli negoziali, come ad esempio quelli commerciali guidati dal Commissario al commercio dell’UE, che a causa della liberalizzazione dei mercati nei vari Accordi di libero scambio bilaterali contribuirà ad un aumento sostanziale delle emissioni. Visto che il modello di sviluppo rimane profondamente quello liberista.
Con buona pace della retorica negoziale e di un futuro sempre più imprevedibile e pericoloso.
9 Dicembre 2012
Alberto Zoratti, per Valori.it

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