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Dai “lavori atipici” ai “lavori tipicizzati”

Di Fabio.Neri , ordinario di Economia del Lavoro alla Facoltà di Economia della Luiss G.Carli, Direttore del CESRI Luiss

 

Si tratta di un fenomeno rilevante che interessa oggi in Italia oltre il 20% delle posizioni lavorative dell’industria e dei servizi privati ed è ampiamente presente anche nel settore pubblico.

 

Il fatto che, fino agli anni ’60, l’occupazione industriale, in funzione della organizzazione produttiva, era caratterizzata dalla grande azienda, ha imposto, anche negli anni successivi, un modello di rapporto di lavoro basato sull’obiettivo di un’occupazione stabile e prolungata nel tempo, funzionale all’impresa, ma anche ai lavoratori e sponsorizzato dal sistema politico.

 

Questo modello di sviluppo, presente oggi in modo molto più contenuto anche in altri Stati della UE, è però entrato in crisi verso la metà degli anni settanta in quasi tutti i paesi europei (in Italia con un certo ritardo) quando le quasi contemporanee crisi del sistema monetario internazionale e del petrolio evidenziano che i modelli di sviluppo elaborati per ricostruzione postbellica non potevano più rispondere ai mutamenti economici mondiali che questo stesso modello aveva provocato.

Il processo di crescita dell’integrazione europea, che spinge i suoi membri a ricercare una stabilità nei tassi di cambio capace di semplificare almeno gli scambi fra i paesi della  Comunità Economica Europea, evidenzia anche la necessità di omogeneizzare i  “fondamentali” di questi ultimi ma l’Italia, fino ai primi anni 90, sembra incapace di affrontare le conseguenze di un’ effettiva unificazione monetaria a livello europeo, individuando quei comportamenti virtuosi e cogenti capaci di portale al passaggio delle competenze relative alla politica monetaria dal livello nazionale a quello comunitario.

 

Gli anni 90, iniziati con una deludente performance, in termini occupazionali, dell’economia europea, fanno registrare tassi di disoccupazione dell’ordine del 10% e ciò stimola, fra l’altro, il dibattito sull’efficienza delle istituzioni che presiedono al funzionamento del mercato del lavoro spostando sempre di più l’attenzione sulla rigidità che caratterizzava questo mercato la quale viene quindi indicata come la principale causa dell’alto tasso di disoccupazione ma, soprattutto, della scarsa capacità di creare nuovi posti di lavoro nei diversi paesi europei.

 

In Italia l’attacco alla virtuale “esclusiva” del contratto a tempo indeterminato avviene in una maniera quasi surrettizia, attraverso la delega al datore di lavoro di una parte dell’attività formativa in cambio della possibilità per lo stesso di concludere il rapporto di lavoro al momento della fine convenzionale di questa attività ovvero di passare ad un contratto a tempo indeterminato.

 

L’ultima fase di espansione dell’economia italiana, iniziata nel 1996, si  esaurisce peraltro nel 2001  e la crisi, certamente comune alla UE e agli USA, assume nel caso italiano, come ha fatto rilevare  più volte negli ultimi tre anni la Banca d’Italia, anche preoccupanti aspetti strutturali, che hanno drasticamente ridotto la competitività del nostro sistema, in particolare di quello industriale.

 

In altri termini, la richiesta di maggiore flessibilità nell’uso del lavoro, evidenziatasi soprattutto durante gli anni novanta e che ha trovato nella “ingegneria legislativa” dei “lavori atipici” una risposta quantitativamente non insignificante, ha solo ritardato ma non impedito la perdita di posizioni dell’ Italia nella competitività internazionale in quanto il nostro “sistema-paese” ha evidenziato la necessità di cambiamenti profondi, solo in parte avviati, come conseguenza del nuovo ordine monetario e del processo di allargamento della UE. La crescita dei “lavori atipici” è un fenomeno che ha però interessato, e sta interessando, in misura maggiore o minore tutti i paesi europei. In particolare però quelli in cui, nel recente passato, il settore industriale ha avuto un’importanza significativa e che, quindi, sono stati i più esposti alle pressioni di un cambiamento contrattuale derivante dalle diverse caratteristiche organizzative che si è accompagnato a) al processo di terziarizzazione dei sistemi produttivi, b) ad una più rapida e continua evoluzione delle qualifiche professionali, c) alla ricerca di una flessibilità quasi obbligata dal passaggio da un secondario più strutturato, anche sul lato della domanda, d) ad una prevalenza del terziario il quale deve invece essere in grado di rispondere tempestivamente ad una domanda di servizi di piccole dimensioni e qualitativamente e quantitativamente molto discontinua nel tempo.

Naturalmente bisogna sempre tener presente che non è mutata solo la domanda di lavoro. Anche l’offerta ha subito i condizionamenti di una società che vede una struttura familiare e sociale decisamente diversa, caratterizzata a) da un calo delle nascite, oramai consolidato praticamente in tutti i paesi europei, b) da un’ ulteriore, anche se più rallentata, crescita del livello medio di scolarità, c) da una maggiore anzianità della popolazione d) da nuclei familiari, molto meno stabili nel tempo, in cui la componente femminile ha un nuovo e diverso ruolo che spinge percentuali crescenti di donne a proporsi sul mercato del lavoro con esigenze di reddito e di orari diverse rispetto al passato.

Non bisogna quindi nasconderci le presumibili conseguenze della crescita percentuale dei “lavori atipici”, che oggi più correttamente dovremmo definire “tipicizzati” dalla “legge Biagi” , rispetto al totale dell’occupazione sia sul lato della domanda di lavoro ma anche su quello dell’offerta, sia di breve che di lungo periodo, nonché dei significativi riflessi, attraverso la rappresentanza politica, anche sulla spesa pubblica, soprattutto nella sua componente sociale perché, anche nella improbabile ipotesi di livelli contributivi invariati, la minore anzianità contributiva di questi lavori non continuativi si rifletterà certamente sul livello delle erogazioni differite.

Se considerassimo i valori medi europei (molto prossimi peraltro a quelli riscontrati in Francia ed in Germania) della presenza complessiva di lavoratori part-time e a tempo determinato rispetto al livello degli occupati come un obiettivo tendenziale delle trasformazioni oggi in atto nel nostro continente, certamente la distanza da percorrere in questa direzione da parte del nostro paese sarebbe molto lunga e le conseguenti tensioni sociali certamente molto forti. In effetti, anche se non è chiaramente individuabile un rapporto causa-effetto fra maggior presenza di lavori atipici e maggiori tassi di occupazione, in particolare per quelli femminili, è indubbio che i paesi caratterizzati da maggiori percentuali di occupazione hanno contemporaneamente: a) la presenza di una forte terziarizzazione del sistema produttivo, b) un elevato tasso di occupazione femminile e c) una percentuale di circa 1/3 di “lavoro non standard”.

Non dobbiamo perciò nasconderci le presumibili conseguenze della crescita percentuale dei lavori atipici rispetto al totale dell’occupazione, sia sul lato della domanda di lavoro che su quello dell’offerta, sia di breve che di lungo periodo. Ricordiamone quindi brevemente, per pura memoria, le principali: 1) un’articolazione della domanda con diverse caratteristiche a) di durata del lavoro (orario, giornaliero, settimanale, stagionale, ecc), b) di durata del contratto (a tempo determinato o indeterminato), c) di livello contributivo e d) di costo del lavoro che si innesti su una situazione occupazionale in essere, crea immediatamente una segmentazione del mercato con tutti gli effetti che la letteratura specifica ha ampiamente analizzato, 2) sempre sul lato della domanda di lavoro,  la maggiore flessibilità dell’occupazione significa anche: a) una maggiore difficoltà a ricorrere al “sapere consolidato dei lavoratori”, anello di raccordo fra vecchio e nuovo occupato, e b) l’introduzione di nuove tipologie di problemi organizzativi aziendali., 3) sul lato dell’offerta, i riflessi differenziati nel tempo quali: a) il livello pensionistico, b) la copertura assicurativa, c) il probabile reiterato passaggio disoccupazione/nuova occupazione, sono tutti elementi che certamente influenzano la propensione al risparmio, la capacità contrattuale del lavoratore nelle sue relazioni con il sistema bancario e, quindi, il livello della domanda aggregata anche nella componente dei beni di consumo durevole.

AVVISO

Dai “lavori atipici” ai “lavori tipicizzati”

Il prossimo 26 novembre alle h 17 nell’Aula Nocco della Facoltà di Giurisprudenza  dell’Università Luiss G.Carli di Roma verrà presentato il libro: Il “nuovo” nel mercato del lavoro. Analisi comparativa tra Italia, Francia,Germania e Spagna della Luiss University Press (Quaderni del CESRI – Centro per lo studio delle relazioni industriali – diretti da Fabio.Neri , ordinario di Economia del Lavoro alla Facoltà di Economia della Luiss G.Carli).

Al libro ha apportato il proprio contributo anche il prof. Antonio Cocuzza professore dell’Università g. D’Annunzio di Chieti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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