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Confindustria dichiara guerra a sprechi e doppioni

Aziende che chiudono i battenti e altre che non ce la fanno più a corrispondere i contributi associativi. La crisi morde anche in casa Confindustria, tanto che l’associazione imprenditoriale si appresta a varare un programma di spending review, che inevitabilmente finirà con il coinvolgere anche le strutture locali. L’appuntamento è fissato per giovedì 25, quando Carlo Pesenti presenterà i risultati della commissione per la riforma di Confindustria di cui è presidente. Il consigliere delegato di Italcementi ha lavorato negli ultimi mesi per individuare sprechi, sovrapposizioni e costi relativi a servizi non indispensabili. Cifre in merito non sono trapelate, ma la sensazione è che si agirà con l’accetta, per una serie di ragioni: innanzitutto perché la crisi sta mettendo alla prova i conti degli associati, che chiedono di ridurre sensibilmente i costi di adesione (le stime parlano di 15mila euro per un’azienda con 50 dipendenti). Questo nel migliore dei casi perché poi vanno considerate tutte quelle aziende che hanno chiuso i battenti. Vi sono inoltre ragioni di opportunità: nelle ultime settimane il presidente Giorgio Squinzi va ripetendo come un mantra che lo Stato deve impegnarsi per ridurre i costi della macchina pubblica. Quanto sono credibili questi appelli senza un impegno anche in casa propria? Negli anni Confindustria è cresciuta, fino ad assumere dimensioni elefantiache: 18 realtà regionali e 98 associazioni provinciali, alle quali si aggiungono 24 federazioni di settore e 2 di scopo, oltre a 95 associazioni di categoria. Il peso di tutta la struttura si aggira intorno al mezzo miliardo di euro. Troppi per le 148mila aziende associate. La relazione di Pesenti dovrebbe andare nello specifico dei capitoli di spesa da tagliare, nella consapevolezza che non mancheranno le resistenze in fase attuativa. Il direttore scientifico della Fondazione Nord-Est, Daniele Marini, è stato coinvolto nella prima fase di questo progetto: «Dall’estate all’autunno dello scorso anno ho lavorato con altri esperti alle linee guida principali della riforma confindustriale, consegnando poi gli esiti del lavoro a Pesenti». «Di sicuro posso dire che la riorganizzazione è indispensabile non solo per la congiuntura negativa che stiamo vivendo, ma anche per come sta evolvendo il quadro economico e istituzionale. Occorrono organizzazioni territoriali più ampie, come si sta cercando di fare a livello politico con la riduzione delle province, e strutture più efficienti capaci di assistere le aziende impegnate nell’espansione internazionale». Un orientamento che trova d’accordo Alessandro Calligaris, presidente uscente di Confindustria Friuli Venezia Giulia. «Stiamo lavorando per snellire l’organizzazione e accentrare presso la struttura regionale una serie di servizi oggi somministrati a livello territoriale. Penso ad esempio ai servizi per l’internazionalizzazione e ai rapporti con le società di servizio come quelle energetiche». Per Calligaris, l’esempio da seguire è il percorso di integrazione in corso tra le Confindustria di Trieste e Gorizia. «Due piccole province di una piccola regione, che ha bisogno di rinnovarsi per tenere il passo della competizione mondiale», osserva Sergio Razeto, presidente di Confindustria Trieste. «Abbiamo firmato un patto federativo, che porterà a un’integrazione entro la primavera con l’eliminazione di tutte le sovrapposizioni, un consiglio direttivo snello, con Monfalcone scelta come sede operativa e Trieste come rappresentanza». Il direttore di Confindustria Trieste, Paolo Battilana, entra nello specifico dei risparmi attesi: «Grazie alle economie di scala puntiamo ad abbattere a regime le spese di rappresentanza e di trasferte del 40%, le attività associative come spese telefoniche e abbonamenti alle riviste nell’ordine del 30%». Risparmi che dovrebbero consentire di rimodulare il contributo di adesione da parte delle aziende (gli iscritti in provincia sono attualmente 480, con un trend in leggero calo a causa delle chiusure dovute alla crisi) nell’ordine del 15-20%. «Quanto al personale, nessuno perderà il posto – assicura Razeto – ma sarà destinato a nuovi servizi che andremo a offrire alle imprese, dopo un’adeguata formazione». L’esperienza giuliana è un esempio da seguire per Matteo Tonon, incoronato proprio ieri alla presidenza di Confindustria Pordenone: «Dobbiamo renderci conto che il contesto in cui operiamo sta cambiando rapidamente, per cui anche i contesti associativi devono viaggiare verso l’integrazione». Tonon fa sapere di voler mettere il processo di convergenza verso l’organismo regionale, con rappresentanze territoriali in base alle competenze acquisite, in cima all’agenda del suo mandato. «L’urgenza non è tanto tagliare per risparmiare, ma riorganizzare al meglio i servizi per adeguarci ai mutamenti del mercato», conclude. (23 luglio 2013 il piccolo, Luigi Dell’Olio Milano).

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