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Confindustria, crisi della delega

Confindustria è ai ferri corti col governo ma non ha le carte in regola per fare la paladina delle aziende. A fare le pulci alla casta politica è infatti un’altra casta, quella confindustriale, che è un elefantiaco organismo burocratico: che costa mezzo miliardo l’anno e che perde iscritti.

È un premier solo, quello che è salito al Colle, nella speranza di difendere il suo governo che fu delle larghe intese. Logorato dallo scontro con Matteo Renzi, sfiancato da Cgil e Confindustria, che lanciano ultimatum a giorni alterni. Ma è soprattutto con Giorgio Squinzi, che la resa dei conti sembra oramai imminente. Il presidente del Consiglio incontrerà il leader di Confindustria il 19 febbraio. Dopo il duello a distanza durante il viaggio del premier nei paesi del Golfo, il leader della Confindustria lo aspetta al varco, con la richiesta di un pacchetto di riforme per tirare fuori le imprese dal porto delle nebbie. E all’accusa di disfattismo mossagli dal premier, lui ha replicato secco: «Sono solo realista». E per fargli capire che fa sul serio, la Confindustria ha organizzato un convegno-protesta a Torino giovedì, nella regione settentrionale più colpita dalla crisi, dove muoiono due imprese al giorno, (45 solo nel gennaio del 2014) per lanciare un ennesimo grido d’allarme, che però sembra anche un preludio allo sfratto del premier da Palazzo Chigi.

Eppure, nonostante le richieste di riforme strutturali siano più che legittime, Squinzi non ha le carte in regola per fare il paladino delle aziende, che non resistono più, e poco gli si confà il ruolo di moralizzatore della casta politica, poiché lui è alla guida dell’aristocrazia di un’altra casta, quella confindustriale, che vive e sopravvive grazie alla rendita prodotta da un elefantiaco organismo burocratico.

La spending review di Squinzi. Il sistema confindustriale costa circa 500 milioni di euro all’anno (si tratta di una stima perché i bilanci non sono pubblici), ma mentre il leader di Confindustria accusa la casta politica di non avere il coraggio delle riforme, a casa sua si procede senza fretta. Dopo tanti rinvii, infatti, nell’ottobre del 2013 è stata approvata dalla giunta di Confindustria la riforma Pesenti, che prevede la riduzione delle associazioni territoriali a 50, mentre le associazioni di categoria e di settore verranno ridotte a 30: è previsto un risparmio del 25-30% del costo complessivo.

Ci è voluto un anno, solo per metterla sulla carta. La riforma, però, non ha fretta: andrà completamente a regime solo a metà del 2016, quando, dopo la scadenza della giunta in carica nel 2015, verrà rieletto il presidente con le nuove procedure. In ogni caso il malumore fra piccoli e medi imprenditori è diffuso. L’attuale assetto di Confindustria viene da tempo criticato per aver creato una casta di burocrati-imprenditori. Con cento direttori generali per altrettante associazioni territoriali che percepiscono emolumenti da manager, presidenti provinciali e regionali, che non percepiscono stipendi, ma finiscono nei Cda di enti o banche. Uno stato nello stato, quasi, che cerca di far dimenticare le proprie contraddizioni, che sono invece ogni giorno più evidenti ai soci delle piccole e medie imprese.

Stufi di affidarsi a un’associazione di categoria che fa fatica a difendere gli interessi dei produttori perché legata mani e piedi a molte, troppe corporazioni composte da società pubbliche (fra i soci, oltre a Enel, Eni, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, c’é persino lo stato italiano attraverso il ministero dell’Economia, con Simest), che sostengono con le loro generose quote (50 mila euro sopra i mille addetti) i bilanci confindustriali. Impossibile sapere quanti abbiano voltato le spalle al sistema confindustriale, ma ogni tanto qualcuno esce dal coro per annunciare l’imminente rottura con Confindustria o annunciare un nuovo network parallelo di imprenditori (come per esempio quello del forum Agire, fondato da ex dirigenti confindustriali di Padova con 80 imprenditori), ma non si sa mai se poi lo fanno davvero o se la loro ribellione serve solo a rinegoziare le quote.

Chi pensa che a vivere di rendita siano solo i «romani» del parlamentino di Viale dell’Astronomia, che costa circa 40 milioni, è vittima di una facile demagogia. Nelle Regioni più strategiche fra le associazioni territoriali, sono numerose quelle che lavorano soprattutto per distribuire prebende, doppi e tripli incarichi ai propri dirigenti o imprenditori vicini alle giunte direttive. Trasformando le associazioni di categoria in crocevia di intrecci fra economia, politica e finanza fra notabili locali.

La palma d’oro degli intrecci politico-economici va alla Sicilia. Al punto che Linda Vancheri, oggi assessore regionale alle Attività Produttive della giunta Crocetta, è una funzionaria della Confindustria. La Regione sembra abbia appaltato non solo l’economia, quindi, ma anche la politica alla Confindustria, grazie alla guida, scaltra, di Antonello Montante, che ha la delega nazionale per la legalità, è membro del cda della Fondazione Istituto Euro Mediterraneo, consigliere di Banca d’Italia nella succursale di Caltanisetta, dove dirige anche la Camera di Commercio. In nome della legalità, rivendicata ad ogni quando dal presidente della Sicilia, Rosario Crocetta. Antonello Montante ha creato un regime monopolistico della res publica regionale. L’aeroporto catanese di Fontanarossa? È gestito dalla Sac, il cui presidente è l’ingegnere Enzo Taverniti, che dirige l’associazione confindustriale di Ragusa. La società degli interporti siciliani? Diretta da Alessandro Albanese, presidente anche dell’ associazione confindustriale palermitana. La finanziaria regionale Irfis? In mano a Rosario Basile, già presidente vicario di Confindustria a Palermo (e candidato trombato alle elezioni politiche per l’Udc). L’istituto regionale per lo sviluppo delle aree produttive, Irsap? Assegnata al commissario straordinario Alfonso Cicero, che è socio dell’aeroporto di Catania, uomo vicino a Antonello Montante.

In Piemonte nessuno ha polemizzato, quando Gianfranco Carbonato, presidente degli industriali piemontesi, il 22 aprile del 2013 è diventato anche vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo. Anche qui, come in tutte le Regioni, fra i soci di Confindustria ci sono anche le aziende regionali partecipate e controllate, fra cui Iren, una multiutility interregionale quotata in borsa. Un dirigente della piccola e media impresa di Cuneo è presente nella fondazione di CRC, Cassa di Risparmio di Cuneo, una cassaforte da un miliardo e mezzo di euro. E ancora: l’Unione industriale di Cuneo, della Provincia Granda, ha il 50% delle azioni di una società: Cuneo Trend, istituita insieme alla Fondazione CRC, che partecipa a Tecnogranda: un polo tecnologico controllato quasi interamente dalla finanziaria della Regione Piemonte, Finpiemonte.

A Milano, Assolombarda, che con le sue 5000 aziende e 12% dei contributi riesce a sostenere quasi l’intero carrozzone, è considerata la struttura provinciale più forte sul territorio sia dal punto di vista economico, sia politico. Un associazione che oltre alle migliaia di aziende ha 284mila addetti e che ha subito una forte recessione di iscritti: nel 2009 i soci erano 6000 e gli addetti 313.130. Al suo interno, nella giunta di imprenditori, salotto del capitalismo ambrosiano, 150 dirigenti di partecipate, aziende private, pubbliche, multinazionali italiane ed estere convivono in pace. A Milano non sembra esistere, ufficialmente un stretto intreccio di nomine fra i vertici del sistema confindustriale con il sistema bancario. Anche se Graziano Tarantini, membro della giunta di Assolombarda, presidente del consiglio di gestione di A2A, socia di Assolombarda, è stato riconfermato nella banca di investimenti, Akros, del gruppo Bipiemme.

Ma è in Veneto, dove gli imprenditori sono sempre i primi ad alzare i toni per difendere il loro territorio virtuoso e produttivo, vessato dalle tasse, e dalla mala-politica, che si trovano esempi di grande disinvoltura. Confindustria Vicenza controlla attraverso la casa editrice Athesis, il Giornale di Vicenza, l’Arena di Verona, Bresciaoggi, TeleArena, TeleMantova, Radio Verona Srl, BresciaPuntoTv. E fra i consiglieri del Cda della Banca Popolare di Vicenza ci sono Giuseppe Zigliotto, presidente di Confindustria Vicenza, e il suo predecessore Roberto Zuccato, ora alla guida della Confindustria veneta, mentre nel Cda di Banca Nuova, istituto aperto in Sicilia e Calabria dalla Popolare di Vicenza, si trova Luciano Vescovi, tesoriere della Confindustria di Vicenza e probabile successore di Zigliotto. Nella Confindustria di Vicenza, una di quelle che pesano, le aziende sono passate da 2.250 con 98mila addetti nel 2008 a 2.147 con 86.169 addetti nel 2013 e una flessione del bilancio complessivo del 3-4% (9 milioni di euro, per la prima volta nel 2013 ha chiuso in passivo) mentre quella padovana (6 milioni di euro di bilancio) ne ha perse 100 nel 2013 rispetto al 2012: attualmente le imprese associate sono 1200. A Mantova in due anni si è passati da 583 a 548 imprese, con una drastica riduzione di quote, che ha fatto calare il bilancio a 2,2 milioni di euro (erano 2,7 nel 2008, primo anno della crisi).

Certo, c’è la crisi economica: dunque su questo trend può aver inciso, oltre che la scelta di uscire da Confindustria, la mortalità delle aziende o la stessa tipologia di imprese affiliate, sempre più piccole, che quindi pagano meno quote. «Oramai, con la crisi economica e il deficit di fiducia verso Confindustria funziona così: ci si rifiuta di dare i numeri dei propri dipendenti a Confindustria e si associano solo le società più piccole, per poi rinegoziare le quote», spiega Luigi Rossi Luciani di Agire, e patron della Carel, «ma il problema per gli imprenditori è un altro: non vogliono più pagare quote onerose per sostenere un’associazione di categoria che non difende la produzione manifatturiera».

A Treviso nessun nesso diretto con le banche, ma, grazie a un’interrogazione del novembre del 2012 dei consiglieri regionali Andrea Causin e Diego Bottacin si è scoperto che fra i soci di Unindustria di Treviso c’erano persino due aziende ospedaliere pubbliche: la Aulss 9 di Treviso e la Aulss 7 di Pieve Soligo, che hanno pagato una quota annuale di 10mila euro per aver diritto a sedere nell’Olimpo confindustriale. (12 febbraio 2014 , www.pagina 99)

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