Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'AquilaCONFINDUSTRIA ABRUZZO “ABRUZZO: IERI, OGGI E DOMANI” L’Aquila, 19 ottobre 2001 Sala Conferenze Castello Cinquecentesco

CONFINDUSTRIA ABRUZZO “ABRUZZO: IERI, OGGI E DOMANI” L’Aquila, 19 ottobre 2001 Sala Conferenze Castello Cinquecentesco

I lavori del Convegno sono stati aperti con il saluto del Cav. Donato Lombardi , il quale ha ringraziato il mondo universitario presente ed il Professore Dominick Salvatore.

Il sindaco dell’Aquila, Avvocato Biagio Tempesta, ha sottolineato che: “il dibattito che si affronta nel corso del convegno è significativo anche in riferimento al particolare momento che questa città sta vivendo: la crisi del polo elettronico. L’Aquila è una città che ha superato i 70.000 abitanti, ed insieme agli altri trentasette comuni del territorio arriviamo circa a centomila; il nucleo industriale si articola in due zone: Bazzano (L’Aquila est) formato di piccole aziende che hanno retto allo sviluppo moderno e l’agglomerato di Pile (L’Aquila ovest), dove vi era un tipo di industrializzazione che ha distrutto il commercio, l’agricoltura ed il turismo, oggi ci troviamo con 1641 dipendenti, rispetto agli anni ’80, in cui vi erano circa 5040 addetti. Negli ultimi anni si è verificata un’inversione, nel momento in cui sono stati assegnati molti lotti, per la precisione 57, di cui il 90% all’economia locale, espressione di una cultura molto radicata sul territorio. Il convegno deve affrontare in maniera radicale un nuovo tipo di sviluppo sull’intero territorio abruzzese, una compatibilità ed una compensazione tra le zone costiere ed interne che può avvenire solo con un salto di qualità, con una cultura politica nuova ed un coinvolgimento delle forze politiche , sociali, sindacali ed imprenditoriali, quest’ultime che hanno fatto progredire l’Abruzzo sino a farlo escludere dall’Obiettivo 1. Questo convegno mi auguro che sia l’inizio di qualcosa di nuovo ed originale”

E’ seguito il saluto del Presidente della Regione, Giovanni Pace, ha esordito dicendo che “la Regione è un attento interlocutore, la ragione è essensialmente legata ad una sorta di inspiegabile iato, tra la crescita del Pil e dell’occupazione e la non capacità di rendere tale crescita diffusa sul territorio abruzzese, da qui la presenza di aree di crisi. Di crisi industriale che si trascina da decenni e dove può anche accadere che strane alchimie messe in moto da strumenti di programmazione con il loro meccanismi agevolativi, abbiamo lambito o ignorato questi territori. Dunque si tratta di colmare questo iato, ma come? Facendo leva sulla conoscenze e competenza, quindi sulla formazione, la ricerca, l’innovazione. La strada deve passare attraverso la costruzione di un sistema di competenze: Regione, Università ed Impresa, ciascuno dovrà recitare il proprio ruolo. Il ruolo della Regione deve incidere sul sistema della formazione professionale, facendo leva su tre livelli:

ricostruzione del circuito, ora alterato da vecchie concessioni assistenzialistiche e impiegatizie , tra fabbisogno della domanda reale e capacità di risposta coerente, è in fondo il compito che dovranno assolvere i Centri per l’impiego che sono il perno della legge di riforma del nuovo mercato del lavoro;

Sfida con il mondo della scuola, a cui vorremmo in parte delegare il compito di alimentare la vis imprenditoriale, accedere a stages presso le aziende, per agevolare l’apprendimento perché nessuno dovrà presentarsi più sul mercato del lavoro senza una specializzazione;

Attenta politica per il sostegno dell’imprenditoria.”

“Questa Regione è aperta”, ha concluso Pace, “ad ogni confronto che possa portare anche ad evitare che l’ingegno abruzzese fugga altrove”.

Il Cav, Donato Lombardi, Presidente di Confindustria Abruzzo e Unindustria di L’Aquila, ha ribadito che necessita unità tra il mondo politico, universitario e del lavoro “è il progetto omogeneo di questi tre elementi che porterà ad una soluzione omogenea e risolutiva per il nostro territorio. L’Abruzzo va considerato come una cerniera tra Nord e Sud: noi abbiamo i sentimenti tenaci verso il Sud e la mente rivolta verso il Nord. In questo siamo molto simili ai pastori abruzzesi che sono legati al proprio gregge e poi però abbiamo anche i lupi e le aquile: i lupi amano spaziare di più e le aquile vedere le cose dall’alto. C’è anche un’altra divisone geografica: tra est ed ovest, tra la parte costiera dell’Abruzzo e la parte interna, quella ovest, ove l’industrializzazione dal basso tarda decollare. L’industria in Abruzzo può essere così divisa: la grande industria di base che è venuta qui negli anni ’50 e ’60 e che ha elevato il tenore di vita, ma che non ha risolto il problema dell’industrializzazione dal basso, industrie che hanno lasciato cultura e sicurezza e dalle qauli dobbiamo partire per fare qualcosa in proprio. Ciò che manca è la nascita e lo sviluppo della microindustria, ciò non vale per tutto il territorio, ma soprattutto per l’Abruzzo interno. Cosa fare? L’impresa è scoperta e valorizzazione della materia, qual è la materia prima dell’Abruzzo? La nostra materia prima è variegata, come è variegato l’Abruzzo: il turismo, l’artigianato. Una grande ed immediata opportunità, è quella della nuova economia che malgrado gli arresti di quest’ultimo periodo , sicuramente rappresenta il futuro, soprattutto per quelle regioni che partendo da zero possono immediatamente raggiungere la qualità, anche senza investire grandi capitali. Perché in Abruzzo non si sviluppa questa imprenditoria che viene dal basso? Perché manca il “demone dell’imprenditoria”. Se da questo convegno scaturisce un’idea in proposito abbiamo già raggiunto uno scopo”.

La parola è andata ai presidenti delle Unioni Industriali d’Abruzzo, che hanno tracciato un quadro dettagliato ed esaustivo delle proprie provincie d’appartenenza. Il primo a prendere la

parola, è stato l’Ing. Icilio Sideri, Presidente di Assindustria di Chieti che ha così esordito “ è la prima volta in tanti anni che sento che si parla di vedere com’eravamo ieri, quello che siamo oggi e quello che faremo domani. Guardare al passato, vivendo il presente ci aiuta ad affrontare nel migliore dei modi il futuro. La Provincia di Chieti ha oggi raggiunto livelli di industrializzazione ed economici ragguardevoli, con una presenza massiccia di imprese ed una tasso di disoccupazione al di sotto delle percentuali della media nazionale e regionale. Certo uno sviluppo raggiunto con fatica ed impegno da parte delle istituzioni, degli imprenditori e dei lavoratori. Il passato di questa Provincia è stato segnato dalle vicende belliche, i figli di questa terra hanno affrontato la ricostruzione con coraggio e determinazione e dalla necessità e volontà di intraprendere che sono nate le prime imprese soprattutto edili. Le difficoltà erano tante, troppe in una provincia la cui economia era prettamente rurale ed il ricordo della transumanza, delle pecore che passavano per andare dalla Puglia alla Maiella ed al gran Sasso, era ancora vivo e le attività agricole rendevano poco.

Molti emigrarono, con la valigia di cartone stretta dallo spago, pieni si speranza partirono verso terre lontane, i più fortunati verso il Nord Italia. Il movimento emigratorio spopolò intere zone e paesi, lasciando vaste aree desolate e spopolate coma la Vallata del Sangro, chiamata la Valle della Morte. Rimase in alcuni la voglia di emergere, di fare e di intraprendere, uomini animati da un forte spirito imprenditoriale che scontavano la scarsa cultura e la povertà di risorse, dietro vita di iniziative imprenditoriali che contribuirono alla prima industrializzazione del territorio…erano gli anni ’60. E fu proprio all’inizio di questi anni che grazie all’intuizione da parte di alcune grandi industrie che trovarono in questo territorio le giuste condizioni per allocarsi, portarono già dagli anni ’70 i primi elementi certi di sviluppo. Fu la S.I.V (Società Italiana Vetro), la grande industria a delocalizzare a San Salvo i propri impianti. L’insediamento della grande industria diede al territorio una grande opportunità occupazionale ed offrì agli spiriti imprenditoriali locali, di creare nuove imprese. Imprese nate non con poche difficoltà e poco sostegno da parte del sistema bancario, che ben presto divennero grazie all’ammodernamento e all’acquisizione di nuove tecnologie, con il miglioramento delle capacità gestionali, divennero indispensabili soprattutto alla grande produzione; si creò un indotto soprattutto nella componentistica auto. L’attrazione di imprese non endogene sostenuta anche da leggi nazionali ed il proliferare di piccole aziende locali che hanno saputo sfruttare le agevolazioni, hanno creato così migliaia di posti di lavoro e una condizione di benessere sociale, dando una forte spinta al sistema economico locale. Il presente: oggi la realtà socio-economica appare fortemente differenziata a causa sia di fattori morfologici, sia dalla variegata articolazione dei nuclei urbani e dalle specifiche potenzialità produttive articolatesi nel tempo nelle diverse aree territoriali della Provincia. Queste differenze hanno comportato disparità di sviluppo per i singoli comuni. L’industria si presenta come il comparto più forte del territorio, è plurisettoriale ed ha un elevato grado di specializzazione, soprattutto nei settori del vetro, delle apparecchiature elettriche, delle componentistiche auto, della meccanica e del chimico-plastico. Il settore della meccanica è costituito da numerose piccole e medie imprese che operano con successo e con grado di internazionalizzazione nella meccanica fine e nella costruzione dei sistemi produttivi complessi. Aziende che hanno la capacità di adeguare le proprie tecnologie e macchinari, mantenendo uno standard di livello in sintonia con la committenza. L’edilizia un settore importante, che pur attraversando momenti alterni, determina nell’economia provinciale un importante e costante fattore di crescita. Il terziario avanzato risulta però, sottodimensionato e la domanda di servizi qualificati alle imprese rimane ancora sostanzialmente inevasa. Il turismo costituisce una grande risorsa che attualmente è ancor da valorizzare, promuovere e sostenere. Il sistema creditizio ha ancora un’impostazione ed una logica localistica e tradizionali, risultando di scarso ausilio ad una sana crescita imprenditoriale basata soprattutto su idee e progetti. E’ forte l’esigenza di dover ideare nuovi modelli di sviluppo locali che nascendo dal basso, siano condivisi dagli attori del sistema economico locale. Questa provincia ha intuito che lo sviluppo del territorio andava partecipato, progettato, condiviso e concertato e così che sono nati tre Patti Territoriali: Sangro-Aventino, Trigno-Sinello e Chieti-Ortonese dei quali sono quest’ultimo è in fase di avvio, mentre i primi due stanno dando risultati positivi. Attualmente si sta lavorando ad un nuovo strumento di programmazione: i PIT (Progetti Integrati Territoriali). Oggi noi siamo i più poveri tra i ricchi ed i più ricchi in mezzo ai poveri, si deve prendere atto dei cambiamenti rapidissimi dello scenario europeo ed internazionale con l’accellerazione dei processi di integrazione dei mercati: la rivoluzione digitale e l’introduzione della moneta unica europea, lo sviluppo economico e produttivo di un territorio è fondamentalmente il risultato di due fattori: la nascita delle nuove imprese e la crescita delle imprese che già esistono. Vuol dire anche essere in grado di attrarre investimenti esteri e di consentire ad un numero crescete di imprese di diventare protagoniste sulla scena globale. E’ indispensabile disporre di infrastrutture materiali efficienti e validamente funzionanti, ma è altrettanto irrinunciabile sviluppare un insieme di dotazioni immateriali di intelligenze e di modelli, di formazione comparabile con quella delle regioni più avanzate. La formazione unitamente alla ricerca, costituisce la scommessa per il futuro.” .

Anche Il Presidente di Assindustria di Pescara, Giambattista Blasetti, ha toccato il tema della globalizzazione dell’economia mondiale, che “lungi dal marginalizzare il ruolo delle comunità locali, portano alla valorizzazione e, in alcuni casi, all’esaltazione delle loro risorse e dei loro fattori di attrazione, producendo una concorrenza sempre maggiore non solo tra le imprese, ma anche e soprattutto tra i modi di governare e “vedere” lo sviluppo del territorio e delle economie insediate. E’ un’impostazione che, pur ancora con limiti definiti, determina approcci nuovi ed innovativi , tesi a proiettare l’immagine e la potenzialità del tessuto imprenditoriale, come anche a segnalare le possibilità di sviluppo offerte dai territori agli interessi e agli investimenti degli operatori esteri. Il territorio è infatti lo “snodo” di una rete materiale ed immateriale che ormai avvolge l’intero pianeta e seleziona gerarchicamente i sistemi locali in base al criterio di competitività. La provincia di Pescara, di dimensione limitata e più giovane di altre, si inserisce nel quadro attuale con la consapevolezza di poter giocare un ruolo utile allo sviluppo sociale ed economico dell’intero Abruzzo, possedendo caratteristiche tipiche di “movimento”, culturale, tecnologico, organizzativo, che possono, in rapporto di intelligente cooperazione locale, contribuire alla promozione della regione sulla nuova scena internazionale”. Blasetti ha introdotto dei cenni sulla struttura economica del comprensorio e sulla recente evoluzione congiunturale: “La struttura del sistema imprenditoriale pescarese ha mostrato negli anni una predominanza del settore del commercio che polarizza circa un terzo delle aziende attive abruzzesi (33,4%). Al fianco dei settori primario, che rappresenta in termini di aziende operative il 21,7 % del totale provinciale e dell’industria, che raccoglie complessivamente la percentuale del 20,4 % del collettivo di imprese, di cui circa una metà opernati nelle categorie dell’edilizia, assume negli ultimi tempi un rilievo sempre più marcato, la presenza diffusa di un polo di specializzazione nei servizi alle imprese.

Il settore dei servizi alle imprese ed altri servizi destinabili alla vendita è risultato infatti quello più dinamico tra il 1991 ed il 1996, con una variazione del PIL del 43,7%, seguito dai trasporti e comunicazioni (+31,1%), dall’industria manifatturiera (+24,4%) e, con performance più modeste, dall’agricoltura (+11,8%), dal commercio e turismo (+12,7%). In una situazione complessiva in cui l’evoluzione del PIL della provincia di Pescara tra il 1991 ed il 1997 ha seguito, pur evidenziando fasi alterne, un trend positivo, è quindi rimarchevole la dinamica di riposizionamento tra settori dell’economia, sia per gli aspetti strutturali, legati al numero e alla crescita delle imprese all’interno di ciascuno dei settori sopra presi in considerazione, sia per quanto attiene ai risultati economici di periodo. E’ doveroso aggiungere che il ritardo con cui si entra in possesso di dati accertati su tutto l’insieme degli indicatori non ci impedisce di conoscere tendenze e fenomeni anche più recenti: l’osservazione di dati ufficiosi per gli anni fino al 2001 conferma infatti sia la tendenza esposta che l’ulteriore enuclearsi di fenomeni insediativi e di alleanze che vanno nella direzione descritta.

E’ dunque nell’”Indario” – l’intreccio tra Industria e Terziario Avanzato, secondo l’originale definizione lessicale di Giuseppe De Rita – che vanno ricercate le caratteristiche di novità e di capacità propulsiva del sistema economico pescarese. Un intreccio che, facendo leva su una struttura dimensionale delle imprese articolata e composta da un robusto quadro di piccole e medie aziende, cui si affianca un’ulteriore fascia di piccolissime imprese, permette all’economia pescarese di trovare in se ragioni e cause di un continuo rinnovamento e di disporre di un consistente motore di crescita e di innovazione anche per i profili occupazionali che la mette sufficientemente al riparo nei periodi di congiuntura bassa. A latere, può essere interessante rilevare la connotazione particolarmente qualificata della domanda di lavoro espressa dalle imprese pescaresi: la percentuale prevista di assunzione di possessori di titolo universitario (5,1%), pur essendo inferiore alla media nazionale (6,2%), è la più alta in Abruzzo. Tale fenomeno, che va letto congiuntamente al dato non disprezzabile della quota relativa al personale con diploma della scuola media superiore (23,3%), esprime una ricerca da parte delle imprese locali verso forme organizzative e tecniche più complesse ed articolate, da leggere nella particolare connessione tra cultura imprenditoriale e tecnica che si realizza nell’Indario (fonte: Situazione socio-economica; “Progetto di piano di azione locale” del Patto territoriale per lo sviluppo integrato del Comprensorio Pescarese, promosso dalla Provincia con il supporto tecnico della Camera di Commercio di Pescara). “Gli elementi di attrattività del territorio pescarese?”, continua Sideri ”emergono dalle analisi condotte per la redazione del Patto territoriale per il Comprensorio pescarese, che hanno visto il contributo di elaborazione di istituzioni e di associazioni di categoria, con una presenza assidua e fattiva dell’Unione degli Industriali di Pescara, definiscono gli elementi principali di attrattività del territorio di Pescara.

Tra questi presentano caratteristiche di eccellenza:

l’infrastrutturazione , con particolare riguardo alla dotazione di impianti di telecomunicazione, alle reti stradali e alla diffusione di servizi alle imprese; il grado si scolarizzazione della forza lavoro; la presenza di poli specializzati, quali il comparto dell’impiantistica della media e alta Val Pescara, l’abbigliamento e l’agro alimentare nell’area Vestina e collinare.

Ulteriori elementi significativi sono riscontrabili in: qualità delle relazioni industriali,

potenzialità di sviluppo dei saperi locali, determinato dalla presenza di Università e di un sistema di istruzione secondaria qualificato;

recenti esperienze di nuovi insediamenti che evidenziano interesse continuo da parte di investitori esterni; crescente sviluppo delle tecnologie di informazione.

Non solo per ragioni di simmetria, è opportuno ricordare i punti negativi emersi dall’analisi:

la sottocapitalizzazione delle imprese,

la scarsità di offerta di strumenti di finanza innovativa,

la debolezza dei processi di innovazione per le piccolissime imprese,

un insufficiente grado di internazionalizzazione,

carenze nei sistemi pubblici di orientamento e formazione mirati al superamento del divario tra domanda e offerta di lavoro.”

Il turismo nel comprensorio pescarese stenta a decollare “Pescara è toccata relativamente dal “sistema Parco” , elemento distintivo di altre zone della Regione, che comunque rappresenta, al momento, un segmento residuale nella offerta complessiva regionale. Il più radicato “sistema mare”, pur rappresentando il segmento di maggior peso per arrivi e presenze turistiche, va collocato all’interno di un sistema maturo, ormai saturo e, quindi, tendenzialmente in declino, senza una particolare soggettività turistica propria in termini di immagine e di prodotto. Va qui ricordato come la Provincia di Pescara rappresenti, sul piano turistico, una sintesi significativa della intera realtà abruzzese, sia per quanto riguarda l’integrazione territoriale (mare/monti, urbano/rurale) che per l’articolazione dei contenuti di offerta (ambientale, parchi, balneare, invernale, termale, culturale, religioso, enogastronomico, agrituristico, artigianale, commerciale e congressuale). Tali elementi (integrazione territoriale e contenuti di offerta) vengono a configurare un potenziale sistema turistico unitario che stenta ancora ad emergere per ragioni di carattere sia strutturale che funzionale, ben rappresentate dal basso livello di investimenti nel settore, nonostante la progressiva riduzione del costo del denaro”. Anche il settore del terziario avanzato, trova spazio in questo territorio, grazie anche alla nascita del Distretto dei servizi. “Come ricordato, l’acquisizione di servizi avanzati da parte del sistema delle imprese e lo stretto rapporto di progettazione e di collaborazione che si è instaurato sul territorio ha inciso in misura sempre crescente sul sistema economico. In presenza di tecnologie che hanno reso sempre più spesso praticabili soluzioni flessibili nell’organizzazione del processo produttivo, l’elemento qualificante del differenziale competitivo viene progressivamente ad essere costituito dalla capacità delle imprese di sviluppare i fattori “immateriali”, sia a monte che a valle della produzione, ricorrendo a competenze e professionalità esterne, fornite da imprese del cosiddetto terziario per lo sviluppo. La presenza e la particolare concentrazione di aziende che producono servizi evoluti ha inoltre consentito di individuare un polo territoriale definito adiacente all’area costiera, nei Comuni di Pescara e Montesilvano (presenza di servizi alle imprese maggiore di 500 addetti), Spoltore e Città S. Angelo (più di 100 addetti) Cepagatti e Cappelle (tra 50 e 100 addetti); in tutti questi Comuni, tra loro contigui, il rapporto tra popolazione residente e addetti all’industria dei servizi alle imprese è superiore all’1%. Tale individuazione, che non considera per ragioni di prossimità altri Comuni della provincia con analoghi indicatori, quali Penne, Popoli e Manoppello, è stata alla base del processo di richiesta di un “Distretto industriale dei servizi avanzati”, che la Regione Abruzzo ha riconosciuto con atto formale, la delibera di Giunta n.682 del 25 luglio 2001.

“Pescara” continua Blasetti “è un valore per l’Abruzzo. Il suo sviluppo economico e il suo dinamismo hanno sempre costituito per l’Abruzzo immagine, vetrina e promozione dentro e fuori l’Italia. I nuovi scenari che si sono affermati dalla metà degli anni ’90 hanno determinato il superamento del concetto di “mercati internazionali”, nei quali si svolgeva la competizione tra Stati e imprese – per lo più grandi – e la sua sostituzione con quello di “economia o mercato globale”, nel quale la competizione è tra sistemi regionali e sistemi economici e produttivi locali .Pescara, considerata quale componente di un sistema regionale abruzzese basato su reti, sottoreti e snodi, sviluppa la sua capacità economica prevalentemente su tre fattori localizzativi, corrispondenti a sistemi locali, cui si aggiunge un fattore trasversale diffuso su quasi tutto il territorio (l’economia turistica, qui non trattata). I tre fattori localizzativi o sistemi locali sono: l’Area cittadina e metropolitana

la ValPescara, media e alta e le valli che la congiungono all’Area Vestina (Val Tavo e Val Fino)

Il primo sistema è caratterizzato da attività terziarie tradizionali, attività artigiane e di piccola industria, servizi metropolitani e da un nucleo di importanza extraregionale di attività di terziario avanzato e di servizi alle imprese.

Il secondo sistema presenta una varietà di insediamenti industriali medi e piccoli, tra i quali spicca per intensità e per volumi di attività il polo delle imprese di impiantistica meccanica, realtà per molti aspetti di assoluto rilievo nazionale. Il terzo sistema si articola dalla costa, e si sviluppa lungo un tessuto di attività artigianali e di piccola industria, verso aree caratterizzate dalla trasformazione agro – industriale e da significativi insediamenti nei comparti del tessile e dell’abbigliamento”.

Blasetti critica anche le classi politiche ed amministrative che non hanno “colto a pieno le potenzialità dell’area pescarese: la stessa programmazione negoziata ha segnato un andamento rallentato e non adeguato alla velocità con cui si muove il contesto. L’azione amministrativa si è limitata a collocare sul territorio pescarese alcune infrastrutture (Interporto, Mercato Agroalimentare) dalle indubbie potenzialità di indotto, ma a servizio di un’area regionale o, in certi casi, pluriregionale e quindi costituenti un circuito parallelo pregiato non pensato in termini di sviluppo integrato con la realtà preesistente, che evolve e progredisce oggi quasi esclusivamente attraverso i sistemi locali. La riprova è costituita sia dal fatto che all’Interporto non si sono subito affiancate iniziative di supporto e di indotto, secondo un preciso piano di agevolazione agli investimenti, né azioni di carattere strutturale per l’economia produttiva locale, quali l’infrastrutturazione e attrezzatura di aree per insediamenti, che hanno fatto invece registrare ritardi anche di quindici/venti anni rispetto a zone insediative di altre province.

Lo stesso addensamento nell’area metropolitana di centri di commercio all’ingrosso e di grande distribuzione al dettaglio, al di là delle necessità di razionalizzazione di un comparto e dei problemi che questa comunque produce, non sembra possano costituire elemento di sviluppo e di crescita economica. Occorre ripensare e riorganizzare il sistema degli interventi verso un’area che si è sviluppata spontaneamente e grazie alla vivacità del suo sistema imprenditoriale locale”. Occorrono anche delle nuove modalità di intervento “la Regione e gli Enti cui sono decentrati poteri idonei hanno il compito di attivare e disegnare per Pescara, ma anche per l’intero Abruzzo, nuovi strumenti di politica industriale e dei servizi per il consolidamento delle attività esistenti e per l’estensione della base produttiva mediante l’attrazione di nuovi investimenti. Non nuovi aiuti, quindi, ma la possibilità di cogliere opportunità accelerando i processi di partenariato sociale e di concertazione tra pubblico e privato, nonché di utilizzare al massimo le potenzialità offerte dai nuovi strumenti del mercato e della comunicazione globale. Per il riavvio del ciclo e l’espansione dell’occupazione nelle località ove la situazione è più critica è confermata la disponibilità tra le parti sociali (Confindustria e Organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL) ad accordi di sviluppo ed azioni improntate a pragmatismo e flessibilità per cogliere appieno l’intera gamma delle possibilità insite nella nuova fase.

L’Unione, tramite le proprie società finanziarie e gli altri Consorzi e Società collegate ha offerto disponibilità per le fasi di promozione degli investimenti e della necessaria assistenza tecnica e finanziaria. L’attività si ricollega alle azioni avviate e realizzate dall’Unione negli ultimi anni, inclusa la missione che ha portato in aereo a Pescara i rappresentanti di 16 associazioni industriali di Lombardia, Emilia e Veneto per valutare le possibilità di insediamenti locali.

Il primo sistema locale, l’Area cittadina o metropolitana, vede l’urgenza di interventi di razionalizzazione delle funzioni (urbanistiche, direzionali, turistiche, commerciali) che mettano in rete le soluzioni, le tecniche e le risorse più avanzate: la proposta è di attivare un Forum dei servizi, cui partecipino intelligenze e risorse del pubblico e del privato per orientare le azioni necessarie e garantire il ricorso integrato ai nuovi servizi e prodotti offerti dall’evoluzione del terziario innovativo. Il Forum, che può trovare collocazione ottimale presso il neonato Distretto dei Servizi, tra l’altro provvederà a individuare e mettere a disposizione di imprese, istituzioni ed enti pubblici:

– Servizi di livello, come solo il mercato libero e concorrenziale può esprimere e diffondere.

– Interventi di coordinamento e di ricaduta sul tessuto derivante da Progetti complessi (promossi e realizzati con Parco Scientifico e Tecnologico e con le Università) per la diffusione di innovazione organizzativa e l’orientamento a funzioni terziarie innovative;

– Conoscenze e dimostrazioni sull’utilizzo del mercato del trasferimento tecnologico e dell’innovazione di prodotto e di processo.

 

Il secondo sistema locale, la media ValPescara, presenta la necessità di valorizzare le concentrazioni spontanee di industria impiantistica e del suo indotto specialistico e artigianale, per cui si propone la costituzione di un Distretto industriale per l’impiantistica, che coinvolga tutte le imprese del settore esistenti, nonché funga da attrazione di nuove, attorno a soluzioni avanzate e comuni per le esigenze tecniche specifiche ed alle opportunità di crescita che le economie di scala consentono (Consorzi, alleanze, subfornitura, penetrazione commerciale). Il terzo sistema locale, Area Vestina e Valli del Tavo e del Fino, può vedere la costituzione di un Distretto Industriale per l’agroindustria e per l’abbigliamento

, che mantenga l’aderenza alla realtà economica e imprenditoriale locale e affianchi alle opportunità di agevolazioni per servizi di scala e mirati a specificità tecnico-produttive la previsione di uno o più Contratti di programma, strumenti finanziari di incentivazione per consorzi o raggruppamenti di aziende di nuovo insediamento”.

Conclude “se la chiave originale del mio programma di candidato alla Presidenza dell’Unione di Pescara, due anni fa, era “Essere rete e fare sistema”, intendendo con ciò valorizzare le energie e le risorse presenti presso le aziende associate e fare emergere quindi una realtà di sistema locale, devo dire che i primi due anni di esperienza pratica hanno confermato pienamente sul campo la declinazione del mio primo assunto ipotetico.

Quelle che potevano sembrare semplici ipotesi oggi riempiono il dibattito quotidiano sulla questione del ridisegno del sistema di politica per le attività produttive, partendo dalla necessità di costituire un sistema regionale di rete e di sottoreti per modernizzare l’insieme e per offrire alle imprese risorse ed occasioni di maggiore competitività. Un sistema aggregato di imprese, e, aggiungo quindi, di associazioni di imprese, nell’attuale scenario di cambiamento può infatti svilupparsi alla sola condizione di fare e di essere rete. Un insieme ampio di dati, conoscenze, risorse e opportunità, dalle chiavi di accesso e di lettura semplici, trasparenti e di immediata percezione.

Ecco perché abbiamo dato il nostro pieno assenso ad ogni progetto, locale, extraregionale, di provenienza pubblica o privata, per la costituzione e la crescita di sistemi di rete tra imprese e tra sistemi locali , all’interno dei quali le esperienze di eccellenza codificate e prodotte possano trovare collocazione e ulteriore cassa di risonanza a vantaggio di tutti. Essere rete e fare sistema: un impegno grande e prestigioso che ci coinvolge come vertice sia imprenditoriale che politico, con la consapevolezza che i tempi sono i più rapidi immaginabili e che a giudicare del successo del nostro operato saranno le nostre stesse aziende, abituate ormai a misurare quasi quotidianamente la propria capacità di essere e di competere sui mercati. Il primo nostro approccio è certamente rivolto alle nostre province, ma non scordiamo il restante nucleo dell’Obiettivo 1, che sconta in assoluto il maggior ritardo infrastrutturale e di sviluppo. La logica di prospettiva, anche immediata, non può infatti non “vedere” la nuova realtà territoriale nella quale è proiettato il Paese e che costituisce elemento attuale e condizionante per chi agisce sulla scena economica, quindi anche nella nostra regione. Mi riferisco alla dimensione federalista e policentrica che va assumendo sempre più il nostro ordinamento statale ed alla necessità di interpretare come grande opportunità il nuovo vento che porta a ri-orientare i rapporti tra localismi e tra loro e il tutto. Fenomeni come: la moltiplicazione delle “ zone cerniera”, secondo la terminologia di una volta e oggi definibili senz’altro “snodi della rete”; le sussidiarietà orizzontali e verticali, i nuovi modelli di autoorganizzazione e divisione delle competenze sul territorio, fino alle forme più mature di “poliarchia”, sono tutti elementi da cogliere per costruire insieme un habitat coerente con le esigenze della nuova società e della nuova economia e per selezionare al contempo una classe dirigente integrata e spalmata su una realtà ricca di diversità e fortemente interrelata. Ecco perché Abruzzo e Pescara, che rappresento, ma anche le altre regioni del Mezzogiorno e del Centro Italia.

Forse e sicuramente anche per vecchi effetti di trascinamento ma, oggi più che mai alla fine di un’esperienza di politiche meridionaliste e verso nuove sperimentazioni, desideriamo che la nostra presenza vada interpretata come indicazione ad aprire a una visione ampia, nuova ed attuale, orientata alla collaborazione e soprattutto alla diffusione e alla messa in comune dei saperi.

Lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno, dunque, deve e non può che passare per una saldatura intermedia con le realtà che ne costituiscono un complemento geografico ma anche logico, di modo da consentire un ampliamento a ritmo sostenuto del “made in Italy” nelle aree del Mediterraneo e dell’Europa orientale, in raccordo armonico con le zone più strutturate del nord. L’economia dell’informazione e della conoscenza è sicuramente la chiave per il successo nei nostri tempi: è infatti essenziale per conoscere, e quindi operare, nel contesto delle attività produttive, sia a livello territoriale che globale. La diffusione del sapere ( sapere tecnico, manageriale, organizzativo) nelle sue estensioni orizzontale e verticale è sempre più la misura della capacità di affermarsi di aziende, di organizzazioni complesse, di interi sistemi economici. Confindustria, quale soggetto eccellente dell’organizzazione dell’industria privata, si conferma e rafforza nel tempo il ruolo di agente dell’innovazione che si è saputo ritagliare all’interno del sistema italiano delle imprese. L’occasione e la grande responsabilità che avvertiamo è nel costruire e gestire insieme un sistema integrato di opportunità, di sapere, di alleanze, di servizi, di trasferimento tecnologico all’interno di un insieme sempre più aperto, reattivo ed innovativo”.

Dopo il lungo discorso del Dr. Blasetti ha preso la parola Alfio Bernabei, Presidente di Unindustria di Teramo…”la provincia di Teramo si estende su una superficie di circa 1948 Kmq ed è una realtà che ha subito una profonda trasformazione da economia agricola-pastorale ad economia industriale e sviluppo del terziario. La provincia di Teramo, presenta una zona montagnosa, un’ampia e prevalente fascia collinare attraversata da quattro vallate ed una fascia costiera. Il numero degli abitanti è di circa 290.000. La popolazione è distribuita in 47 comuni, prevalentemente di piccole dimensioni, fatta eccezione per i Comuni di Roseto degli Abruzzi, Giulianova, Silvi, Martinsicuro, Alba Adriatica e Atri. Nel corso degli anni si è verificato un rilevante flusso demografico dalle zone interne, prevalentemente montuose, verso la costa e verso quelle aree dove si è sviluppata un’intensa attività industriale. La popolazione residente presenta un tasso di invecchiamento molto significativo, infatti, dall’analisi dei dati statistici si evince che cresce la classe di età “over 65”, mentre si riducono le classi di età al di sotto dei 15 anni.

La prevalenza delle attività industriali, si concentra nei comuni litoranei ed in quelli della Vallata del Vomano, Vallata del Fino, Vallata del Tordino e Vallata del Vibrata/Tronto.

I dati consuntivi relativi all’anno 2000 ed al primo semestre 2001, mostrano un’industria provinciale contraddistinta da segnali confortanti e positivi. Gli iscritti nelle liste di collocamento al 30 giugno 2001 erano 36.557, con una diminuzione, rispetto al 31 dicembre 2000 di 3.067 unità.

Il tasso medio di disoccupazione per la provincia è inferiore al 5% (nel 1999 era del 10,6%).

Permane una certa difficoltà di inserimento lavorativo soprattutto per i giovani in cerca di prima occupazione. Infatti: nella fascia di età 15-24 anni, il tasso risulta pari al 22% circa, nella fascia 15-29 scende al 18% circa e, nella fascia 30-64 si attesta al 3%. Dal punto di vista industriale, la provincia di Teramo si distingue per due ordini di fattori: uno perché l’imprenditoria è di carattere endogeno; due perché le realtà produttive sono piccole e medie imprese ed i settori dominanti sono quelli del tessile/abbigliamento, pelletteria, meccanica, legno e agroalimentare.

L’industria dell’abbigliamento – dopo una prima fase di avvio e sviluppo, ha subito profonde trasformazioni: da una lavorazione a façon di medio/bassa qualità (con costi di manodopera contenuti per effetto degli incentivi alle aziende del Mezzogiorno che permettevano di essere competitivi rispetto ad altre aree del Paese), si è passati, dopo una severa selezione, ad una lavorazione medio/alta che ha consentito alle aziende del settore di rimanere sul mercato con margini di contribuzione adeguati, pur in presenza della soppressione di importanti incentivi economici. In questo settore ritroviamo le caratteristiche tipiche dei punti di forza di un Distretto Industriale: flessibilità, efficienza, dinamismo, profonda conoscenza tecnica del prodotto, manodopera qualificata. Alle tradizionali lavorazioni a façon di qualità medio/alta, si sono affiancate le lavorazioni in c/proprio con vendite dirette di propri prodotti sui vari mercati. Permangono ancora punti di debolezza rappresentati dal fatto che le imprese del settore presentano forti connotazioni di poca predisposizione alla ricerca ed alla mancanza di una strategia di sviluppo sui mercati internazionali, oltre alla poca forza contrattuale nei confronti del sistema bancario. Le stesse caratteristiche si riscontrano nel settore della pelletteria. Nel settore della meccanica, le problematiche sono diverse da quelle dell’industria tessile/abbigliamento perché le imprese per essere competitive hanno messo in atto investimenti innovativi e politiche gestionali che hanno consentito un sensibile recupero di produttività, migliore organizzazione del lavoro e riduzione significativa dei costi aziendali ed inoltre sono moltissime le imprese che hanno ottenuto la certificazione di qualità. Possiamo affermare che nel caso di specie, ci troviamo di fronte ad un comparto industriale che nel tempo ha subito uno sviluppo positivo di “cultura d’impresa”.

Una notazione a parte merita il settore del legno. Il territorio provinciale con maggiore vocazione nella lavorazione del legno era il territorio di Mosciano Sant’Angelo. Nel corso degli anni, l’intera area ha subito una trasformazione: da attività artigianale/industriale si è passati ad attività prevalentemente commerciale e la causa di questa trasformazione va ricercata nel fatto che molte di queste imprese hanno perso competitività proprio per la mancanza di innovazione e sviluppo di politiche di marketing. Oggi, nell’intera area si commercializzano i prodotti del settore con presenza limitata di produzione industriale. Le imprese che hanno investito in tecnologia e formazione professionale, hanno migliorato l’efficienza complessiva dell’azienda recuperando produttività e costi ed incrementando le unità lavorative.

Il settore agroalimentare in provincia di Teramo ha un peso notevole. Massiccia è la presenza di aziende leader in campo nazionale e internazionale. Si va dall’allevamento alla macellazione di carni bianche avicole, alla produzione di surgelati, gelati, dolciumi vari, ecc. Nell’area di Mosciano è stata altresì localizzata l’Università di Agraria e presto sarà attivato un centro di Ricerche per la certificazione dei prodotti alimentari. La presenza dell’Università, fra l’altro, in quell’area è molto importante per la creazione di figure professionali intermedie che le aziende del settore chiedono. Da una ricerca effettuata dalla nostra Unione su un campione di 100 aziende, è emerso che in provincia mancano diverse figure professionali qualificate e soprattutto mancano servizi innovativi per le imprese. Gli imprenditori hanno lamentato l’assenza di una integrazione tra il mondo del lavoro ed il mondo della scuola, una scarsa efficienza del sistema bancario in generale per l’elevato costo del denaro nella provincia. Dall’Indagine è emerso che il sistema bancario – fatte le dovute eccezioni – ancora oggi è legato a logiche non più adeguate alle attuali esigenze; nell’affidare una piccola media impresa si guarda ancora molto al patrimonio personale dei Soci, piuttosto che alle capacità dell’impresa di generare reddito, utili ed investimenti. Gli imprenditori hanno lamentato, altresì, una inefficienza nel sistema dei trasporti. Occorre ultimare, con urgenza, alcune infrastrutture che sono vitali per lo sviluppo provinciale: la Teramo-Mare, la San Nicolò-Garrufo-Ascoli e la Teramo-Vallata del Fino”.

“L’Unione degli Industriali di Teramo”, conclude, “è da tempo in prima fila per rimuovere queste inefficenze e per il futuro siamo fiduciosi. Contiamo molto sull’aggregazione delle P.M.I. perché queste rappresentano per la nostra regione e per la nostra provincia, la struttura portante e dinamica della economia”.

L’ Ing. Armido Frezza Presidente di Ance Abruzzo riflette sull’uscita dell’Abruzzo dalle regioni ricadenti nell’obiettivo 1 della U.E.

A dire il vero sembra che la nostra regione, nel suo complesso, abbia superato la prova presentando una sostanziale tenuta in quasi tutti i settori, almeno stando ai risultati conseguiti nel 2000 e nel 2001 confrontati con quelli degli anni precedenti.

Questo significa che ieri abbiamo saputo cogliere le opportunità, oggi sappiamo mettere a frutto gli investimenti. Occorre, però fare alcune riflessioni per il “domani”, in particolare per il nostro settore dove i risultati positivi degli ultimi anni sono dovuti prevalentemente alla concentrazione di “spesa” in infrastrutture alla scadenza del periodo di programmazione dell’ultimo POP seguita alla forte crisi degli anni precedenti. In questo breve intervento desidero soffermarmi su due aspetti, a mio avviso, molto importanti per dare ed accrescere la competitività della nostra regione e la capacità di attrarre investimenti. Occorre operare su due fronti: quello delle infrastrutture, materiali ed immateriali, e quello normativo e procedurale.

Il settore delle costruzioni che rappresenta per tutto l’Abruzzo uno dei comparti produttivi più importanti, sia in termini di occupazione che di fatturato, è direttamente e più degli altri interessato. Indubbiamente lo sviluppo e la competitività di un’area cresce con la propria dotazione infrastrutturale. L’Abruzzo, secondo le ultime valutazioni dell’Istituto Tagliacarne, espone ancora un valore di dotazione infrastrutturale pari a circa il 70% di quello della media nazionale: addirittura inferiore alla media delle regioni del Mezzogiorno. L’Abruzzo ha una discreta dotazione per quanto riguarda gli acquedotti, i metanodotti e le strade ma è decisamente carente in infrastrutture quali porti, aeroporti e soprattutto per infrastrutture turistiche, specialmente nelle zone interne, qualità urbana e servizi alle imprese.

C’è da dire che molte infrastrutture sono incomplete altre obsolete ed hanno notevole bisogno di interventi di manutenzione altre, di cui si riconosce la necessità, vedono tempi lunghissimi, inaccettabili, di progettazione, finanziamento e realizzazione. C’è urgenza di intervenire, ma con la carenza di mezzi finanziari pubblici, occorrerà fare sempre più ricorso al capitale privato.

Questa riflessione ha una valenza che travalica i confini regionali. Per noi è motivo di qualche apprensione. Le opportunità e le risorse endogene, sono limitate a causa della bassa densità abitativa. Dobbiamo valutare le possibilità di partecipazione con realistico riferimento al mercato. Nuove e più avanzate forme di intervento e di partecipazione pubblico – privato richiedono, comunque, norme adeguate e efficienza nell’apparato burocratico pubblico. Ormai le Regioni hanno totale autonomia in quasi tutti i settori di nostro interesse e possono, quindi, legiferare con occhio attento alle realtà sociali, economiche e produttive del proprio contesto. Indubbiamente un corpus normativo efficace e chiaro, una efficiente Pubblica Amministrazione ed una classe imprenditoriale preparata, rappresentano i primi e più importanti elementi di competitività di un territorio.

Amministratori ed operatori economici credo che ormai concordino sul fatto che proprio dalla mancanza di efficacia delle norme derivino le carenze di opportunità per lo sviluppo economico.

Di qui il ruolo fondamentale dell’Amministrazione Regionale che, oltre a dotare il territorio di regole, deve impegnarsi affinché queste ultime diventino operative La richiesta unanime è, infatti, che la Regione Abruzzo sia dotata di un patrimonio normativo finalizzato a risolvere i problemi cruciali che bloccano il sistema economico e sociale. Tutto questo comporta la necessità di adottare un metodo di dialogo e confronto preventivo con tutti coloro che operano sul territorio.

Si tratta di adottare una logica di lavoro di squadra, che permetta di far convergere rapidamente ed efficacemente attorno a tutte le occasioni di crescita le risorse di una pluralità di soggetti, dalle Istituzioni agli Istituti di Credito, alle Imprese. Lo sviluppo permette di combattere l’esodo di professionalità e di capitali che oggi siamo costretti a subire ed, allo stesso tempo, rende possibile l’attrazione di investimenti.

Chiediamo, perciò, un sistema normativo valido e percorribile, caratterizzato da implicazioni positive a livello sociale ed economico.

Noi operatori vogliamo disporre di quegli strumenti che ci permettano un confronto concorrenziale nello svolgimento della nostra attività, nel quale misurare le capacità imprenditoriali, emarginando le imprese dell’ultimo minuto, che nascono e vivono, quasi sempre, sul ricorso all’evasione e grazie al

lavoro nero. Gli attuali strumenti normativi regionali non sono ancora adeguati a rispondere a tutte queste esigenze. Ciò indebolisce ancora di più il nostro sistema territoriale rispetto ad altre zone del paese che già da tempo hanno provveduto a dotarsi di nuove regole e che oggi, per questo, godono di una posizione di forza nella competizione tra città e regioni. Si ricordi, inoltre, che l’uscita della nostra Regione dagli obiettivi comunitari a favore delle aree depresse europee, comporta l’assenza di un supporto economico che fino a poco tempo fa ha garantito, almeno a livello potenziale, l’avvio di alcune iniziative, con riferimento al nostro settore, allo sviluppo infrastrutturale. Ci troviamo, perciò, a dover affrontare i problemi dovuti alla carenza di adeguate norme regionali ed all’assenza di incentivi al nostro settore che avevano, almeno parzialmente, dato respiro al sistema economico regionale. Il cammino verso il rinnovamento e l’affermazione del territorio regionale nel panorama anche produttivo italiano non può che partire dall’impulso della Regione che, anche con un raffronto con le attività svolte da altri governi regionali, dovrà predisporre provvedimenti legislativi di cui non possiamo più fare a meno. Si tratta, d’altronde, di una richiesta che trova maggiore avallo anche a fronte dell’esito del recente referendum popolare sulla legge costituzionale. Non possiamo, cioè, più attendere che il nostro sviluppo dipenda da decisioni prese a livello statale che, tra l’altro, spesso non sono adeguate alle esigenze del nostro territorio.

Il legislatore nazionale ci ha riconosciuto l’autonomia: sfruttiamo quest’opportunità.

Una prima considerazione si rende a tal fine necessaria: tra scelte di programmazione del territorio e crescita produttiva esiste un rapporto importante ed immediato ed è per questo che occorre, prioritariamente, una adeguata legge urbanistica.

La pianificazione territoriale, nei suoi contenuti non meno che nei suoi processi, rappresenta un’efficace forma di pianificazione economica, con la quale si realizzano le condizioni per l’espansione quantitativa e qualitativa delle attività produttive. Una “Politica del Territorio” è e può essere dunque eminentemente politica ed economica. La normativa urbanistica deve pertanto evitare il grande rischio di riproporre una sfasatura tra pianificazione urbanistica ed economica, che determinerebbe evidenti ripercussioni negative sulle capacità di innovazione e di crescita del sistema imprenditoriale.

Alla legge urbanistica è perciò attribuito l’obiettivo di promuovere l’uso del territorio come strumento per attrarre risorse. E’ per questo che la politica territoriale deve assumere al proprio interno non solo il carattere della definizione degli usi dei suoli o delle dotazioni infrastrutturali, ma anche quelli specifici del mercato. Anticipando l’elaborazione di una legge urbanistica regionale, molte Regioni hanno nel frattempo provveduto ad emanare normative che si sono incentrate sulla soluzione di nodi operativi per l’immediato avvio delle iniziative.

La Toscana e la Lombardia, ad esempio, per prime sono intervenute in tema di revisione dei contenuti del Piano Regolatore e di titoli abitativi ampliando il campo di operatività della denuncia di inizio attività, alternativa alla concessione edilizia, anche rispetto a quanto stabilito dalla legge statale, che ora si è adeguata. Al contempo, esse hanno rivisto la normativa per snellire i procedimenti edilizi ed introdotto i programmi complessi basati su accordi pubblico- privato.

Alcune Regioni hanno poi adottato normative dagli aspetti urbanistici di grande rilevanza anticipando, così, misure di cui ancora lo Stato non si è dotato:

piani operativi aperti alle proposte dei privati;

l’approvazione semplificata delle varianti al piano;

la disciplina dei mutamenti di destinazione d’uso;

la dotazione di standard urbanistici inquadrata secondo schemi innovativi di qualità del servizio.

Alcune Regioni, quindi, a prescindere dagli impulsi statali, hanno dimostrato di voler testimoniare il loro contributo allo sviluppo del territorio.

La presenza del legislatore regionale deve altresì farsi sentire in altri campi di intervento, comunque fondamentali per l’economia del territorio:

una legge regionale sulle opere pubbliche che preveda una disciplina di nuovi strumenti per l’affidamento e la realizzazione dei lavori pubblici, a partire dalla elaborazione di progetti completi e dettagliati e che contenga norme adeguate e compatibili con il nostro contesto e tali da renderci competitivi nei nuovi scenari di mercato.

leggi di incentivazione industriale che devono tener conto delle peculiarità proprie del settore delle costruzioni. Norme relative alla formazione professionale in quanto il settore necessita di manodopera, quadri, dirigenti ed imprenditori di qualità che hanno bisogno di una adeguata formazione continua per poter essere competitivi in un mercato in repentina evoluzione, formazione cui devono essere strumentali, adeguatamente aiutate, le strutture di cui il settore si è dotato da decenni e

che già assolvono, per quanto possono, lo scopo, e che si candidano per traguardi più ambiziosi; anche i dirigenti e le Strutture Pubbliche hanno bisogno di una formazione specifica sulle norme Peculiari del settore edile. In definitiva l’Imprenditore edile, sia che operi nel pubblico che nel privato, avendo rapporto continuo con le Pubbliche Amministrazioni deve vedere concretizzato un dialogo con queste sempre più stretto per essere proficuo.

Si tratta, insomma, di dotare l’Abruzzo di quell’apparato strutturale che permetta di affrontare le sfide dello sviluppo ed in mancanza del quale il nostro territorio rimarrà in una stagnante posizione di arretratezza. Chiediamo, cioè, una politica di settore a sostegno dell’edilizia in modo da liberare le potenzialità imprenditoriali che riteniamo essere in grado di esprimere.

Giorgio Rainaldi, Presidente del Comitato Regionale Piccola Industria, si sofferma su una breve cronistoria della nascita dell’imprenditoria nel comprensorio aquilano: negli anni ’70 approdò a L’Aquila la grande impresa e nacquero i nuclei industriali di Bazzano, Pile, Avezzano e Sulmona; negli anni ’80 iniziò la riconversione della grande azienda che portò sì alla perdita di posti di lavoro, ma che vide contemporaneamente la nascita della piccola impresa. Gli anni ’90, invece, sono stati caratterizzati da grandi incertezze… dentro gli incentivi, fuori dagli incentivi… e dall’eccessiva burocrazia, ma con due certezze sole “pagare le tasse più alte d’Europa ed essere sempre e comunque responsabili in caso d’infortunio sul luogo di lavoro”. L’Aquila ha vissuto questi passaggi ma quello che rattrista è che, alla fine del percorso, non ha trovato niente se non delusioni: basti dire che oggi l’unica provincia, in tutta la regione, che non ha incentivazioni è quella del capoluogo. Mi chiedo: in base a che sono state fatte le zonizzazioni che ci hanno tagliato fuori?

Rivolge anche un invito alle istituzioni presenti “mi auguro che il futuro con il vostro aiuto sia almeno un po’ più roseo.

“Dal dopoguerra ad oggi”, esordisce Valentina Bianchi, Presidente del Comitato Regionale Giovani Imprenditori di Confindustria “c’è stata un’identità di scenari tra possibilità, opportunità e difficoltà. I nostri padri avevano tutto da ricostruire quindi grandi opportunità, ma pochi soldi e grande rischio. Anche oggi noi abbiamo grandi opportunità, grazie alle innovazioni tecnologiche, ma la stessa evoluzione comporta ai figli di dover pensare ad un’idea, creare l’impresa e contemporaneamente pensare come cambiarla.

“Oggi”, continua, “ il mutamento all’interno dell’impresa è dovuto allo spostamento dal settore manifatturiero a quello dei servizi che ha determinato la modifica dell’organizzazione dei cicli produttivi e che ha posto il consumatore al centro del sistema, rendendolo un soggetto attivo. E per rispondere a queste nuove esigenze è necessaria sia una crescita della conoscenza e dell’informazione, sia l’utilizzo di nuove tecnologie. Infatti la strategia di Confindustria si muove attraverso due parole cardini: conoscenza e cambiamento”. La Bianchi è passata poi all’argomento formazione che sta tanto a cuore ai Giovani Industriali ”per quel che concerne la formazione, è invece necessario creare un sistema integrato tra la scuola e l’impresa, che permetta l’incontro tra il giovane ed il mondo del lavoro all’interno del percorso formativo, in modo da poter acquisire conoscenze e padronanza di se’ e delle proprie scelte”.

Vito Domenici, Assessore Regionale alle Attività Produttive, un intervento breve , ma denso di significati “Debbo fare una riflessione sul tema del convegno, l’uomo non lascia sul territorio dei segni casuali, soprattutto nell’industria che è l’arte del fare. Non succede mai nulla per caso, dobbiamo guardare l’Abruzzo di ieri soltanto per capire quali possono essere stati gli errori, le incertezze, i problemi della crescita abruzzese. Il danno maggiore l’Abruzzo non dall’uscita , ma dall’ingresso nell’Obiettivo 1, perché questo ha provocato in passato alcune situazioni, anche a livello psicologico, di battaglie di retroguardia, anche gli imprenditori si sentivano tranquilli o coperti da una legislazione sovraordinata che garantiva risorse prescindere dall’utilizzo.

Questo ha sì determinato una crescita, ma una crescita senza sviluppo. Oggi la grande sfida è passare da un modello ad un altro, non è però una scelte morale, ma dobbiamo registrare dei fatti, dobbiamo attrezzarci per rispondere alle sfide della globalizzazione. Dobbiamo attrezzarci sia a livello di istituzioni che di tessuto produttivo per meglio affrontare queste sfide. Prima c’erra l’idea che la qualità fosse strettamente connessa alla quantità, oggi abbiamo avuto la prova che non è così: bisogna puntare sulla qualità. Ciò vale anche per le risorse economiche: più soldi arrivano a fondo perduto più è garantito lo sviluppo, ciò non è vero: l’Abruzzo ha avuto a disposizione tutte le risorse possibili, ma ciò non ha contribuito né a sviluppare, né a consolidare un tessuto produttivo.

L’Abruzzo per svilupparsi ha bisogno di essere competitivo, tre gli elementi della competizione:

1-l’innovazione di cui quella tecnologica è solo un aspetto, ma anche velocità di adattamento ed in ciò l’Abruzzo ha un grosso vantaggio perché grazie all’economia di rete, oggi la materia prima sono l’uomo e al ricerca e la nuova economia ha rimesso al centro dello sviluppo l’uomo, quindi sì innovazione, ma anche di mentalità;

2- il trasferimento tecnologico, poco conosciuto dalle aziende abruzzesi: ognuno raggiunge un risultato e lo custodisce gelosamente, invece il trasferimento tecnologico è il mettere in comune quelle che sono le esperienze positive per poterle far usufruire a tutti, ciò in Europa è definito come la divulgazione delle buone pratiche;

3-La globalizzazione nel mercato del lavoro

Non è un’esagerazione dire che non c’è un prodotto, anche di alto livello tecnologico, che non può essere prodotto da un paese emergente alla stessa o superiore qualità ad un prezzo più basso. Questo non significa che dobbiamo ridurre i salari per competere, ma ci sono altri modi di competere più intelligenti. Perché ciò è accaduto nell’ultimo decennio e andrà sempre più ad aumentare nel prossimo? Per le stesse ragioni, perché oggi la globalizzazione nelle imprese e nei trasporti permette la gestione delle imprese stesse, anche da lontano. La globalizzazione e la competitività forzano le imprese ad investire capitali e tecnologie lì dove sono più efficienti, e se non lo fanno loro lo faranno le imprese in concorrenza e perderanno fette di mercato. Passata è l’epoca in cui la Fiat poteva smantellare i propri impianti in Italia e produrre le stesse macchine in Polonia; il Brasile vuole nuove macchine prodotte per il proprio mercato e se la Fiat non lo facesse, perderebbe fette di mercato. La formazione, inoltre, è di gran lunga migliorata (si parla di Taiwan, della Corea, della Malesia, di Singapore e della Cina) che permette la produzione fuori, in altre nazioni. C’è qualcuno nel mondo che sa fare, vuol fare quello che voi sapete fare o volete fare, ma a più basso prezzo; il mercato non è più regionale e nazionale, ma mondiale. Una volta ci si poteva proteggere naturalmente con i costi di trasporto, ma oggi si sono abbassati di molto, si poteva far protezionismo, ma oggi con il World Trade Organizzation, non si può più fare protezionismo; le barriere naturali ed artificiali sono cadute. La globalizzazione è però molto insidiosa, Alan Greesban, il santone dei banchieri centrali, sino a pochi mesi orsono, pensava che il problema degli Stati Uniti fosse l’inflazione, non aveva nemmeno lui capito che il problema era la crescita che stava per sparire, non aveva capito che oggi che le imprese americane aumentano i prezzi perdono fette di mercato.

 

“Qual è la relazione tra la globalizzazione e la competitività internazionale? Cos’ è la competitività internazionale?” si chiede Salvatore: “La competitività internazionale non è altro che l’insieme di regole e condizioni che permettono ad una nazione di crescere rapidamente. Oggi ci sono vari istituti che cercano di misurare la competitività internazionale, uno si essi si trova in Svizzera e si chiama Institute of Managment Development. Tali istituiti ci danno un indice di globalizzazione, raccogliendo darti su 220/230 indicatori che raggruppano in otto categorie per poi darci una media ponderata che ci dice la competitività di una nazione rispetto alle altre. Tali indici danno alle aziende idee generali su dove investire. L’Italia non attira molto, le imprese preferiscono andare in Gran Bretagna. L’indice di cento per la nazione più efficiente, va sicuramente agli Stati Uniti, seguono poi il Canada (76,9), la Germania (74), la Gran Bretagna (64,6), la Francia (59,6), il Giappone (57,5) e poi c’è l’Italia (49,6). Come mai l’Italia con un indice di competitività così basso ha un reddito pro-capite, tenendo conto dell’economia sommersa, più alto di quello inglese? Perché l’Italia purtroppo ha una reputazione a livello internazionale non molto positiva e c’è carenza di infrastrutture. Allora cosa bisogna fare? Perché gli Stati Uniti si trovano al primo posto?

La competitività scaturisce da 220 indicatori raggruppati in otto categorie, al primo posto ci sono le condizioni macroeconomiche (tasso di disoccupazione basso, tasso dell’inflazione, deficit fiscale basso…); seguono: l’internazionalizzazione dell’economia: dove sono i prezzi di prodotti internazionali più bassi, ebbene negli Stati Uniti i prodotti manifatturati negli altri paesi sono molto

più bassi che in Italia e di Europa, ciò significa che gli Usa sono il paese più aperto al commercio internazionale. Altro indicatore sono le politiche del settore pubblico, è negli Usa che la deregolamentazione del mercato si è spinta a livello più alto; seguono poi le infrastrutture, tra le quali il sistema postale e telefonico, il managment cioè la capacità di gestione delle imprese, le scienze, le tecnologie e la preparazione delle forze lavorative.

Tali indicatori rimangono però ad un livello astratto, vi sono quattro fattori molto più concreti e comprensibili da tutti:

  1. il livello di computerizzazione dell’economia che negli Stati Uniti è di tre volte superiore a quello del resto del mondo;

  2. la creazione virtuale di nuovi prodotti sul computer, poi è il computer stesso che trasmette le indicazioni ai macchinari per produrre le parti ed i componenti;

  3. la produttività nei fattori di produzione: gli Stati Uniti utilizzano i capitali in modo efficientissimo, anche fino al 90% ed inoltre, utilizzano parti e componenti senza produrli;

  4. la liberalizzazione, la flessibilità del mercato del lavoro: negli Stati Uniti c’è forse poca protezione del lavoratore, mentre in Europa forse è troppa, l’ideale sarebbe una via di mezzo.”

 

Salvatore, nella parte conclusiva del convegno, analizza la situazione italiana “negli anni ’80 l’Italia si glorificava della Piccola Impresa, ma con l’Unione Europea e la globalizzazione la scala di produzione si è allargata e relativamente questo tipo di impresa è divenuta meno importante. L’Italia non è rappresentata nella grande industria: su cinquecento imprese importanti al mondo, le italiane sono solo dodici. L’Italia potrebbe essere molto grande, ad esempio, nel settore bancario, ma vi sono dei problemi: non ci sono banche sufficientemente grandi, solo Banca Intesa è diciottesima nel mondo ed undicesima in Europa. Le banche italiane devono imparare che devono condividere, credere e rischiare nell’impresa come si fa altrove e soprattutto ad allearsi tra loro per avere così autonomia nell’ambito della competitività internazionale ed a massimizzare il vantaggio comparato. Ad esempio un vantaggio è che la piccola banca conosce bene il tessuto locale”.

Passa poi ad analizzare la situazione abruzzese, esordendo “non c’è bisogno che vi dica di fare formazione e che bisogna fare il salto dall’impresa familiare a quella industriale. Le imprese devono specializzarsi sulle proprie competenze di base per poter sfruttare il capitale al massimo e soprattutto devono cercare di integrarsi nel sistema produttivo globale (in Abruzzo sono poche imprese producono componenti)”. Per quel che riguarda la formazione, sottolinea Dominick Salvatore che “in Italia si insegna l’economia manageriale dell’impresa in un modo che non si insegna altrove, si insegna contabilità, ma questa non è economia d’impresa. L’Abruzzo ha molto da offrire e la nuova economia permetterebbe a questa regione di fare un salto di qualità e quantità. Bisogna capire dove collocarsi e cosa fare, innanzitutto è necessaria una specializzazione nelle competenze di base e la nascita di un tipo di formazione che utilizzi internet e la lingua inglese. Un grande pregio dell’Abruzzo è la mancanza di criminalità: è importante offrire sicurezza”.

“La Cassa del Mezzogiorno”, continua, “è stata inutile perché le differenze tra Nord e Sud dell’Italia sono le stesse di cinquant’anni fa, ma mi chiedo quale sarebbe stato il divario senza la cassa? Bisognerebbe fare uno studio regionale per vedere quali sono le ragioni che rendono l’Abruzzo meno competitivo per capire quali sono dovute alle carenze delle imprese e quali alle carenze strutturali”. “L’Italia” conclude, “non riceve tutti i benefici dalla Comunità europea ed è in grave ritardo sulla presentazione dei progetti”.

 

 

 

 

 

 

4-ricerca e formazione, due concetti strettamente connessi che determinano la capacità di sviluppare idee e progetti nuovi; la grande azienda attua ciò per proprio conto mentre la piccola e media impresa è molto costo…ed ecco anche il ruolo della Regione che sostiene. La formazione deve però essere continua.

Gli imprenditori oggi non chiedono più soldi, ma certezze e la Regione Abruzzo qualche risposta a cominciato a darla: abbiamo investito in questi settori 50 miliardi in un anno, abbiamo prodotto circa 250 miliardi di investimento. Non vogliamo più avere le file degli imprenditori davanti agli assessorati che chiedono, perché non ce ne sarà più bisogno”

“Il titolo del mio intervento” esordisce Dominik Salvatore, “è incentrato sulla globalizzazione e competitività nei nuovi scenari internazionali. Prima esaminerò la globalizzazione, poi la sua incidenza sulla competitività internazionale ed infine come possono le imprese italiane, ed in particolare quelle abruzzesi, affrontare la sfida della globalizzazione e competitività internazionale, e vincerla. Ogni decennio si invaghisce di un concetto: negli anni ’70 è stata la dinamica, negli anni ’80 era la strategia, negli anni ’90 ed a tutt’oggi, la globalizzazione e la nuova economia. Tutti parlano di globalizzazione, se chiediamo agli esperti cosa sia, otteniamo risposte difficili, non comprensibili ed un po’ convulse. Per capire cos’è la globalizzazione bisogna individuare le sue componenti principali che sono tre, in ordine di crescente importanza: la globalizzazione dei gusti, la globalizzazione nella produzione e la globalizzazione nel mercato del lavoro.

La globalizzazione nei gusti. A causa della rivoluzione delle telecomunicazioni e dei trasporti, c’è una convergenza di gusti e le imprese, giustamente, hanno risposto producendo prodotti che sono sempre di più di carattere globale. Per esempio negli anni ’90, la Gilette ha introdotto il rasoio “Sensor” e lo ha introdotto simultaneamente in 19 mercati e con lo stesso spot televisivo. Il numero di beni di carattere globale aumentano di giorno in giorno, certo pochi di questi beni diventeranno globali quanto la Coca Cola, che detiene il 40 % delle bevande analcoliche e frizzante ed un terzo del mercato globale. Non si tratta solo di beni di basso prezzo ed alimentari, ma anche di beni di lunga durata come telefonini, pc ed automobili.

La globalizzazione nella produzione. Due sono gli aspetti importanti: l’aspetto nuovo è determinato dal forte incremento nel commercio internazionale, della richiesta di componenti, invece che dell’intero prodotto. Ad esempio l’Ibm ha solo un terzo delle parti componenti prodotte negli Usa, un altro terzo è prodotto dalle succursali nel resto del mondo ed un terzo ancora da altre imprese. Questo approvvigionamento di parti e componenti all’estero non è una scelta, ma le imprese sono costrette a vedere dove c’è la maggior qualità ed il minor prezzo, se non lo fanno perdono competitività; questo approvvigionamento all’estero viene chiamato “nuova economia di scala”. L’altro aspetto è tradizionale, però è arrivato a livelli altissimi, per esempio la Nestlé che ha impianti di produzione in ben 59 paesi, la Ford che sembra essere un’impresa americana, produce in ben 30 paesi al mondo ed ha più impiegati fuori dagli Stati Uniti. I prodotti automobilistici hanno componenti prodotti all’estero che è difficile stabilire la nazionalità del prodotto: Christel che adesso produce in Canada e che adesso è stata acquistata dalla Mercedes , le automobili sono americane, canadesi o tedesche. Oggi i gusti convergono e l’impresa ideale è vicina ai consumatori, è decentralizzata per essere più vicina al gusto dei consumatori ed è molto centralizzata al nucleo per coordinare le varie attività. La globalizzazione nel mercato del lavoro

 

 

 

3-La globalizzazione nel mercato del lavoro

Non è un’esagerazione dire che non c’è un prodotto, anche di alto livello tecnologico, che non può essere prodotto da un paese emergente alla stessa o superiore qualità ad un prezzo più basso. Questo non significa che dobbiamo ridurre i salari per competere, ma ci sono altri modi di competere più intelligenti. Perché ciò è accaduto nell’ultimo decennio e andrà sempre più ad aumentare nel prossimo? Per le stesse ragioni, perché oggi la globalizzazione nelle imprese e nei trasporti permette la gestione delle imprese stesse, anche da lontano. La globalizzazione e la competitività forzano le imprese ad investire capitali e tecnologie lì dove sono più efficienti, e se non lo fanno loro lo faranno le imprese in concorrenza e perderanno fette di mercato. Passata è l’epoca in cui la Fiat poteva smantellare i propri impianti in Italia e produrre le stesse macchine in Polonia; il Brasile vuole nuove macchine prodotte per il proprio mercato e se la Fiat non lo facesse, perderebbe fette di mercato. La formazione, inoltre, è di gran lunga migliorata (si parla di Taiwan, della Corea, della Malesia, di Singapore e della Cina) che permette la produzione fuori, in altre nazioni. C’è qualcuno nel mondo che sa fare, vuol fare quello che voi sapete fare o volete fare, ma a più basso prezzo; il mercato non è più regionale e nazionale, ma mondiale. Una volta ci si poteva proteggere naturalmente con i costi di trasporto, ma oggi si sono abbassati di molto, si poteva far protezionismo, ma oggi con il World Trade Organizzation, non si può più fare protezionismo; le barriere naturali ed artificiali sono cadute. La globalizzazione è però molto insidiosa, Alan Greesban, il santone dei banchieri centrali, sino a pochi mesi orsono, pensava che il problema degli Stati Uniti fosse l’inflazione, non aveva nemmeno lui capito che il problema era la crescita che stava per sparire, non aveva capito che oggi che le imprese americane aumentano i prezzi perdono fette di mercato.

 

“Qual è la relazione tra la globalizzazione e la competitività internazionale? Cos’ è la competitività internazionale?” si chiede Salvatore: “La competitività internazionale non è altro che l’insieme di regole e condizioni che permettono ad una nazione di crescere rapidamente. Oggi ci sono vari istituti che cercano di misurare la competitività internazionale, uno si essi si trova in Svizzera e si chiama Institute of Managment Development. Tali istituiti ci danno un indice di globalizzazione, raccogliendo darti su 220/230 indicatori che raggruppano in otto categorie per poi darci una media ponderata che ci dice la competitività di una nazione rispetto alle altre. Tali indici danno alle aziende idee generali su dove investire. L’Italia non attira molto, le imprese preferiscono andare in Gran Bretagna. L’indice di cento per la nazione più efficiente, va sicuramente agli Stati Uniti, seguono poi il Canada (76,9), la Germania (74), la Gran Bretagna (64,6), la Francia (59,6), il Giappone (57,5) e poi c’è l’Italia (49,6). Come mai l’Italia con un indice di competitività così basso ha un reddito pro-capite, tenendo conto dell’economia sommersa, più alto di quello inglese? Perché l’Italia purtroppo ha una reputazione a livello internazionale non molto positiva e c’è carenza di infrastrutture. Allora cosa bisogna fare? Perché gli Stati Uniti si trovano al primo posto?

La competitività scaturisce da 220 indicatori raggruppati in otto categorie, al primo posto ci sono le condizioni macroeconomiche (tasso di disoccupazione basso, tasso dell’inflazione, deficit fiscale basso…); seguono: l’internazionalizzazione dell’economia: dove sono i prezzi di prodotti internazionali più bassi, ebbene negli Stati Uniti i prodotti manifatturati negli altri paesi sono molto

più bassi che in Italia e di Europa, ciò significa che gli Usa sono il paese più aperto al commercio internazionale. Altro indicatore sono le politiche del settore pubblico, è negli Usa che la deregolamentazione del mercato si è spinta a livello più alto; seguono poi le infrastrutture, tra le quali il sistema postale e telefonico, il managment cioè la capacità di gestione delle imprese, le scienze, le tecnologie e la preparazione delle forze lavorative.

Tali indicatori rimangono però ad un livello astratto, vi sono quattro fattori molto più concreti e comprensibili da tutti:

  1. il livello di computerizzazione dell’economia che negli Stati Uniti è di tre volte superiore a quello del resto del mondo;

  2. la creazione virtuale di nuovi prodotti sul computer, poi è il computer stesso che trasmette le indicazioni ai macchinari per produrre le parti ed i componenti;

  3. la produttività nei fattori di produzione: gli Stati Uniti utilizzano i capitali in modo efficientissimo, anche fino al 90% ed inoltre, utilizzano parti e componenti senza produrli;

  4. la liberalizzazione, la flessibilità del mercato del lavoro: negli Stati Uniti c’è forse poca protezione del lavoratore, mentre in Europa forse è troppa, l’ideale sarebbe una via di mezzo.”

 

Salvatore, nella parte conclusiva del convegno, analizza la situazione italiana “negli anni ’80 l’Italia si glorificava della Piccola Impresa, ma con l’Unione Europea e la globalizzazione la scala di produzione si è allargata e relativamente questo tipo di impresa è divenuta meno importante. L’Italia non è rappresentata nella grande industria: su cinquecento imprese importanti al mondo, le italiane sono solo dodici. L’Italia potrebbe essere molto grande, ad esempio, nel settore bancario, ma vi sono dei problemi: non ci sono banche sufficientemente grandi, solo Banca Intesa è diciottesima nel mondo ed undicesima in Europa. Le banche italiane devono imparare che devono condividere, credere e rischiare nell’impresa come si fa altrove e soprattutto ad allearsi tra loro per avere così autonomia nell’ambito della competitività internazionale ed a massimizzare il vantaggio comparato. Ad esempio un vantaggio è che la piccola banca conosce bene il tessuto locale”.

Passa poi ad analizzare la situazione abruzzese, esordendo “non c’è bisogno che vi dica di fare formazione e che bisogna fare il salto dall’impresa familiare a quella industriale. Le imprese devono specializzarsi sulle proprie competenze di base per poter sfruttare il capitale al massimo e soprattutto devono cercare di integrarsi nel sistema produttivo globale (in Abruzzo sono poche imprese producono componenti)”. Per quel che riguarda la formazione, sottolinea Dominick Salvatore che “in Italia si insegna l’economia manageriale dell’impresa in un modo che non si insegna altrove, si insegna contabilità, ma questa non è economia d’impresa. L’Abruzzo ha molto da offrire e la nuova economia permetterebbe a questa regione di fare un salto di qualità e quantità. Bisogna capire dove collocarsi e cosa fare, innanzitutto è necessaria una specializzazione nelle competenze di base e la nascita di un tipo di formazione che utilizzi internet e la lingua inglese. Un grande pregio dell’Abruzzo è la mancanza di criminalità: è importante offrire sicurezza”.

“La Cassa del Mezzogiorno”, continua, “è stata inutile perché le differenze tra Nord e Sud dell’Italia sono le stesse di cinquant’anni fa, ma mi chiedo quale sarebbe stato il divario senza la cassa? Bisognerebbe fare uno studio regionale per vedere quali sono le ragioni che rendono l’Abruzzo meno competitivo per capire quali sono dovute alle carenze delle imprese e quali alle carenze strutturali”. “L’Italia” conclude, “non riceve tutti i benefici dalla Comunità europea ed è in grave ritardo sulla presentazione dei progetti”.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi