Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeCome passione professione possono essere la stessa cosa 7 storie di risorse umane Un libro per il manager che sa ascoltare e per quello che sa contare

Come passione professione possono essere la stessa cosa 7 storie di risorse umane Un libro per il manager che sa ascoltare e per quello che sa contare

“Affittami”.  Il titolo mi suona chiaro: lavoro per chi mi paga. Detto così mi pare non ci sia niente che possa turbare, eppure c’è dell’altro, lì dietro quel rapporto di affitto. C’è la storia degli anni che hanno fatto il Paese, quelli del “lavora sodo e non perderai mai il posto”, cardine dell’ideologia manageriale e fondamento della stabilità delle carriere che, a ridosso degli anni ’90, è stato soppiantato dal vangelo dell’efficienza e da un rapporto definito di “libera agenzia” (che solo a dirlo ti fa già “sentire avanti”):  lavoratore, sei il dirigente di te stesso, sei in un mercato aperto e flessibile, non devi nessuna lealtà ed è scontato che servirai chi ti pagherà meglio. Da solo, mi torna alla mente non i ricordi, ma il clima degli anni ’70, di quando respiravo dai miei genitori, dai colleghi ed amici, l’emozione del loro senso di appartenenza all’azienda, di quel contratto sociale istituzionalizzato che si basava su uno scambio chiaro e definito: lealtà e dedizione contro sicurezza, psicologica e legale, del posto di lavoro. Ad un forte investimento cognitivo ed affettivo nell’azienda corrispondevano non solo ricompense economiche ma anche sentimenti precisi, quelli che hanno segnato l’epoca dello sviluppo industriale: soddisfazione, appartenenza, identificazione. Chi usciva dall’azienda era solo un caso di rifiuto di assimilazione della cultura aziendale: che nessuno sarebbe stato mai licenziato faceva parte di quell’efficace, quanto ambigua, religione aziendale. Erano gli anni in cui Stati Uniti e Giappone si prendevano reciprocamente a modello e facevano a gara nella “costruzione” della cultura aziendale basata su un’appartenenza quasi etnica: “noi siamo una grande famiglia”, “devi saper prendere le tue responsabilità”, “possedere la religione aziendale”… erano i parametri sia del capitalismo (profitto, controllo, organizzazione) che del libertarismo e anticonformismo (informalità, iniziativa personale, scarsa riconoscibilità delle strutture gerarchiche verticali) che a quei tempi pervadevano gli ambienti della ricerca e degli ingegneri di punta.

Quando incontro Paolo Esposito penso che anche lui è il figlio adulto di quell’epoca passata, altrimenti avrebbe scelto un altro titolo, un altro libro. Non avrebbe “sottoscritto l’affitto” senza passare per il turbamento che lo confonde immaginificamente al Paolo DiVago protagonista delle sette storie narrate. So che il miglior tempo che Paolo spende è quello che investe sulle persone, e quando gli chiedo cosa farebbe nella vita se non il responsabile delle risorse umane, rimane turbato, risponde dopo una preoccupata pausa di silenzio:  “il cameriere… non so fare nient’altro”. Peccherebbe di superficialità chi non riconoscesse che quando nel cuore ti ci senti una cosa sola, quella si chiama vocazione, talento. Van Gog non avrebbe potuto fare altro che dipingere, tanto da aver scelto la povertà e la disgrazia piuttosto che negarsi l’identità di quello che si sentiva di essere.

Non so se Paolo DiVago sia Paolo Esposito. Sicuramente uno dei due, o entrambi, sente con le emozioni, guarda col cuore, ascolta con lo sguardo che accoglie le parole, le domande, le obiezioni e si lascia conoscere sì da condurre l’interlocutore a fare altrettanto. A dividere le persone c’è la paura, le proiezioni di sé sull’altro, e un buon manager sa prenderle tra le braccia sciogliendole naturalmente  come neve al sole.

Sicuramente all’aver scritto il libro si accompagna un amore antico, lo stesso con il quale l’Autore è cresciuto fin dall’epoca della scuola (vignette, racconti, libri), ma “Affittami” non è solo la necessità di confondere e mettere a confronto quello che ha vissuto e quello che pensa di aver vissuto, è il desiderio di recare il proprio apporto allo studio e alla praxis della gestione delle risorse umane. E così, in ogni storia, alla fine c’è la morale, l’insegnamento rivolto a chi vive della sua stessa professione affinché prenda dalla narrazione quello che sa e può prendere, come da un cesto di frutta ciascuno sceglie col proprio palato. Un patrimonio di conoscenza c’è, grande almeno come quello umano che ne è alla base, e l’Autore vuole trasferirlo. Sicuramente a chi vive nel mondo aziendale, speranzosamente a chi ne è fuori, ambiziosamente a chi vive di soli numeri.

Una domanda non gli ho rivolto: Noi siamo soltanto il nostro comportamento oppure Noi siamo la Persona che gestisce il nostro comportamento? Oppure il contrario? … ma ora sto immaginando il prossimo libro.

 

 

 

“Affittami, Vite di Azienda in cerca d’Autore”

di Paolo Esposito (Pato)

Edizioni Easylibro by Arkhé S.a.s.

67100 L’Aquila

via Montorio al Vomano, 8

Euro 12

Puoi richiederlo presso la tua libreria o so Su www.easylibro.it

In Abruzzo:

Colacchi/Mondatori (presso Meridiana) – L’Aquila

De Luca – Chieti

Feltrinelli – Pescara

 

Paolo Esposito (Pato), 42 anni, abruzzese (Chieti), dopo gli studi universitari e la specializzazione in Relazioni Industriali e Gestione delle Risorse Umane ha sempre lavorato con ruoli di responsabilità nel settore “Personale”, sia nel terziario che nel manifatturiero. Partecipa a workshop e seminari in qualità di testimonial e docente. Ha già pubblicato nel 2007 “Vite Svendute” per Arké. .

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi