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Come entrare nell’azienda del padre con la testa Determinazione, umiltà e tanto lavoro L’azienda come palestra di vita e professionalità

Modestia e ordine, serietà e accuratezza. Amore e profondo rispetto per la propria azienda: sono le sensazioni che colpiscono d’impatto, mentre ci si muove attraverso i meandri della Elital dell’Aquila, guidati dal passo deciso di Guido Arista, futuro direttore generale. Un’azienda nata in un “sottoscala” nel 1987, grazie alla determinazione del padre, Marcello, unica nel suo genere in Italia, gioiello aquilano che splende sotto una coltre erbosa, che cresce in silenzio, lontano dai riflettori, e che di strada ne sta facendo, con la fatica e la passione di chi, padre prima e figlio poi, crede che l’imprenditore sia prima di tutto un lavoratore. Un lavoratore vero: che si sporca le mani per primo ed esce dall’azienda per ultimo, la sera; che “comunica” quanto basta all’azienda per crescere e ai dipendenti per migliorare, che persegue il risultato e non il “cappello”. È forse per modestia, che Guido Arista crede di non poter ancora dire di aver imparato tutto: di strada ne è stata fatta, ma molta ancora lo attende. Se è stata percorsa con giustezza e profitto si saprà solo alla fine.

Come vive il cosiddetto “passaggio generazionale” e quando è maturata, dentro di lei, la consapevolezza di questo destino?

«Mio padre mi ha trasferito la passione per questo lavoro, ed ho scelto di seguire le sue orme. Vivo l’ambiente aziendale dal primo giorno, e ho assistito alla sua costruzione fin da bambino, vivendone in prima persona tutte le vicissitudini. La passione verso il lavoro di mio padre è scaturita proprio dall’averne vissuto problematiche e soprattutto soddisfazioni. Le giornate scolastiche si concludevano sempre in azienda, un piacere che si mescolava al dovere, la cosiddetta “gavetta” che diventava occasione per imparare ogni giorno cose nuove. A cena si continuava, a parlare dell’azienda, come tutt’ora… Era ed è, insomma, un’azienda vissuta ventiquattr’ore al giorno. Il mio lavoro si è sempre svolto a fianco a mio padre, con cui ho condiviso un processo di crescita e di maturazione che travalica l’azienda e invade la sfera personale. La sua esperienza è per me un tesoro, un privilegio e penso che, in generale, la saggezza di coloro che hanno i “capelli banchi” sia fonte di arricchimento in qualsiasi ambito aziendale. Tra me e mio padre c’è uno scambio culturale e professionale che non ci fa subire i conflitti tipici del passaggio generazionale, ma mira all’obiettivo primario: portare avanti il prodotto e l’azienda, convergendo sulle decisioni e tendere al miglioramento, non all’impasse».

Che immagine ha dell’azienda guidata da lei, fra molti anni? Suo padre continuerà ad accompagnarla?

«Mi piace immaginarla come un’azienda dinamica, capace di puntare sempre al massimo della tecnologia e di raggiungere un alto numero di personale, innovativa e lungimirante nelle scelte. Un’azienda impostata sulle persone prima di tutto. Sarà un’azienda capace di intrattenere rapporti con la società civile ed universitaria. Già abbiamo intessuto una fitta rete di relazioni con le Università di Tor Vergata e La Sapienza, a Roma, e con quella di Ingegneria a L’Aquila. Non credo, per questo, che potrò mai fare a meno dei consigli di mio padre, anzi, non credo che lo lascerei andare via tanto facilmente! Tuttavia il cammino è molto lungo, darsi un’obiettivo è determinante: una cosa sono i sogni e un’altra è la realtà, quindi i risultati li vedremo fra qualche anno, ora sono solo sogni».

Lei ricorda i primi passi mossi dalla Elital, appena nata?

«Elital nasce come una piccola azienda elettronica contoterzista – raccolta all’interno di un’abitazione – nata per servire tutte le imprese locali che all’epoca rappresentavano delle eccellenze, come l’ex-Italtel. È cresciuta rapidamente sotto i nostri occhi, ed ora possiede tecnologie molto particolari: siamo l’unica azienda italiana che costruisce circuiti stampati per impiego spaziale, il cui reparto è nato grazie alla collaborazione con l’Alcatel Alenia Space dell’Aquila. Si tratta di circuiti stampati basati su multistrati, costruiti con materiali particolari e con componenti passivi all’interno, compresi i resistori, una tecnologia molto innovativa, e le stazioni satellitari di telecomunicazione mobili e fisse; dopo anni di ricerca oggi possiamo dire di avere il prodotto con le maggiori performance disponili attualmente sul mercato, tanto che è già stato adottato come standard nazionale per la Protezione Civile Italiana e sta per essere omologato per tutte le protezioni civili europee».

Un bel percorso, per un’azienda nata in un garage…

«Un percorso di grande soddisfazione ma soprattutto di grande impegno e dedizione. Vede, in passato non avevamo potere contrattuale con i nostri fornitori per il piccoli numeri di pezzi che produciamo, quindi nel tempo ci siamo organizzati per produrre tutto in casa: dall’ingegneria all’officina meccanica, dai circuiti stampati al cablaggio, dalla serigrafia ai collaudi meccanici ed elettronici. Un’architettura costruita con pazienza e rigore».

Dunque anche per lei l’impresa è stata “educazione”: un percorso formativo più orientato alla scuole o all’ on the job?

«Indubbiamente all’on the job. La mia scuola principale è stata l’azienda, ed il metodo d’apprendimento più efficace la gavetta, la conoscenza diretta, a partire dall’utilizzare le mani all’interno di ogni reparto: lavoro che, fatto da ragazzino, era un divertimento, per questo sono grato a mio padre. L’obbligo di confrontarmi con le incertezze che nascevano in ogni reparto poi, mi ha fatto accumulare nel tempo l’esperienza necessaria a comprendere, gestire e risolvere tutti i problemi. Mi ha aiutato, in questo, la decisione di intraprendere un percorso scolastico incentrato sugli studi di elettronica, ma la mia vocazione, il passatempo preferito, la “motivazione” è sempre stata l’azienda. Credo che non sia importante tanto il livello educativo che si raggiunge, quanto la qualità e soprattutto il grado di passione che motiva le persone: la leva di tutte le scelte corrette. La formazione didattica è sicuramente una marcia in più. L’esperienza non è nient’altro che il frutto dei propri errori, risolti grazie alla conoscenza ed all’intuito, e tramutati in tesoro dalla passione. Se si fa qualcosa che non piace, non si migliora mai, quindi è meglio non farla».

Come vivono i dipendenti l’imminente cambiamento?

«Molto bene. La mia presenza in azienda è consolidata, è la normalità. Lavoriamo tutti “braccio a braccio”, è capitato più volte di fare nottata con i nostri dipendenti, senza imposizione e senza comunicati, perché si sentono parte attiva dell’azienda e si rendono conto di ciò che l’azienda sta facendo: sanno che se il successo è merito di tutti. In un ambiente di ricerca sono importanti compartecipazione e spontaneità, ma soprattutto la fiducia tra le persone, che permette di svolgere bene qualsiasi lavoro. Il mio obiettivo è rendere l’azienda un luogo per quanto possibile piacevole, d’altra parte è il luogo in cui si lavora quello in cui si trascorre la maggior parte del proprio tempo. Dunque, viverlo bene significa stare bene per la maggior parte della propria vita».

Per un giovane imprenditore come lei, quanto è distante la realtà industriale aquilana da quelle italiane ed estere? 

«Ho viaggiato molto sia per lavoro che per piacere, in Europa e oltre: posso dire che esiste una differenza nell’affrontare le questioni, nella capacità di pensiero, soprattutto da parte di enti statali non ingessati da ridondanti burocrazie. Gli aspetti logistici, infrastrutturali, l’accesso ai finanziamenti, le risorse che un’area industriale può offrire, la capacità di fare corpo tra enti ed aziende per essere più forti all’estero … rendono il nostro paese meno flessibile e dotato del resto d’Europa, senz’altro più lento ed eccessivamente burocratizzato».

Quali sono le caratteristiche del vero imprenditore?

«Non bisogna farsi ingannare dall’immagine televisiva dell’imprenditore, oggi forse resa negativa. L’Italia è fatta di imprenditori che sono innanzitutto dei lavoratori, uomini e donne che inseguono un sogno, il proprio sogno, che si reinventano ogni giorno per far fronte alle nuove necessità, che devono avere la capacità di mettersi in dubbio, ma anche di saper inseguire la propria ambizione con volontà e caparbietà. Il loro dovere è far crescere l’azienda con lealtà e correttezza, talvolta trovandosi a dover rinunciare ad un po’ di vita privata».

 

 

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