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Città Sant’Angelo. Piano di Sacco, Legambiente: quale futuro?

Un sito industriale per anni ignorato inizia a far gola a tanti. Si trova in località Piano di Sacco di Città Sant’Angelo, una zona immersa nel verde entrata nelle cronache nell’ottobre di tre anni fa con l’incendio che ha distrutto la ditta di rifiuti Terra Verde, rogo che ha creato non poche preoccupazioni per le ricadute ambientali dei fumi neri che si sono sprigionati per settimane. Nella stessa zona ci sono numerose richieste di insediamento: da ditte che trattano materiali ferrosi, a chi vuole trattare fanghi marino fluviali. Un territorio minacciato quindi dall’effetto cumulo, ma anche dalle eventuali pericolose ricadute ambientali dei singoli impianti. A pochi passi da Piano di Sacco, nella zona industriale di Picciano, pochi giorni fa c’è stato un incendio alla centrale termoelettrica Ecogen che ha sprigionato un fumo nero che ha preoccupato la popolazione ribadendo la necessità di agire per proteggere un territorio da irreparabili danni ambientali.

Tra gli insediamenti che più fanno discutere c’è quello che ha lo scopo di trattare fanghi marino fluviali, il cui iter autorizzativo è costellato da una serie di rinvii e storture.

“L’impianto che si chiede di insediare a Piano di Sacco – commenta Luciano Carpentieri dell’associazione Sos Territorio, parlando anche a nome delle associazioni La Nostra Terra e Ripamare – ha vissuto tre rinvii al comitato Via. Il principale elemento da chiarire è quello legato all’approvvigionamento idrico dell’impianto. Il consorzio per lo sviluppo industriale dell’area Chieti-Pescara, nel luglio del 2013 comunica di impegnarsi a fornire l’acqua necessaria a uso della piattaforma “qualora ne ricorrano i presupposti di fatto e di diritto”. Presupposti che non possono esserci non essendo questo consorzio proprietario dell’acqua. Ad autorizzare dovrebbe essere il Consorzio di Bonifica Centro che, invece, precisa in una nota dello stesso periodo di “non aver rilasciato alcuna autorizzazione al prelievo dell’acqua da proprie opere alla ditta”, una incongruenza di cui non si può non tener conto. L’acqua quindi c’è o non c’è?

Le incongruenze legate all’approvvigionamento idrico non solo solo queste. Per descrivere il tipo di falda presente nella zona in un paragrafo della relazione tecnica si fa riferimento a una falda freatica, in un altro paragrafo si parla di falda artesiana. “L’emungimento della falda di subalveo – osserva l’associazione SOS Territorio – contribuisce al depauperamento della portata generale del fiume Fino con ripercussioni sull’equilibrio idraulico del corso dell’acqua e al suo ecosistema, non a caso il comitato Via, nell’ultimo rinvio, ha chiesto all’autorità di bacino di esprimersi in merito entro il 13 novembre prossimo. Ricordiamo che la stessa autorità di bacino sollevava dubbi relativamente “all’approvvigionamento mediante falda, con particolare riferimento ad acquiferi confinati che vedrebbero aumentare la loro vulnerabilità” e questo è stato motivo del secondo rinvio”.

Come se non bastasse l’Arta Abruzzo, con una nota, comunicava le sue preoccupazioni, affermando che “la portata dello scarico rispetto alla portata del fiume Fino, soprattutto nei periodi di massima magra, è senz’altro INFLUENTE sull’ecologia fluviale e sui parametri di qualità che le norme vigenti impongono per i fiumi”.

Un fiume Fino, la cui portata di acqua attualmente è scarsa e la cui qualità non è di certo in linea con i parametri richiesti dall’Europa rischia quindi di essere compromesso ulteriormente con gli scarichi che questo impianto potrebbe riversare nelle sue acque.

Un rischio che una regione come l’Abruzzo – che dice di volere attuare una politica importante sulla tutela dei fiumi e sulla loro salvaguardia, grazie anche a strumenti come i contratti di fiume – non può correre. Autorizzare un impianto di questo genere senza delle oggettive garanzie per la tutela e salvaguardia del territorio, porterebbe ad una contraddizione evidente tra scelte e obiettivi.

“La vicenda di Piano di Sacco – dichiara Giuseppe Di Marco, Presidente di Legambiente Abruzzo – deve far riflettere sui limiti attuali della pianificazione territoriale. Manca una visione complessiva del sistema produttivo abruzzese, autorizzare impianti senza che esista un piano della portualità, in un luogo che mancherebbe di acqua necessaria e che non ha servizi primari, evidenzia questo limite, ma anche i limiti di un Comitato VIA che necessita palesemente di una riorganizzazione. Non è possibile che dopo tre rinvii e 17 mesi trascorsi, ci si interroghi ancora sulla disponibilità o meno dell’acqua funzionale a un impianto.”

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