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Cina. La tigre ha il fiato corto: troppa offerta a fronte della richiesta, dietro l’angolo bolla immobiliare e deflazione

C’è un allarme suonato da un ex economista dell’FMI e attuale manager in Goldman Sachs, Ha Jiming, secondo cui l’economia in Cina sarebbe oggi più distorta che ai tempi di Mao Zedong. Un’analisi davvero dura quella di Jiming, che crea ulteriori dubbi sulla reale condizione di salute del Dragone asiatico.

In effetti, il dato citato dall’economista è indicativo del perché il resto del pianeta inizi seriamente a temere sulla tenuta dell’economia cinese. Qui, gli investimenti lordi fissi ammontano al 46% del pil, una percentuale spropositata, che non si riscontra presso alcuna grande economia. Valori simili si hanno nella relativamente piccola Mauritania, mentre non superano il 33% nell’ancora più piccola Lettonia. Ma se ci limitiamo alle grandi economie mondiali, scopriamo che essi si attestano ad appena il 20% nell’Eurozona, il 21% negli USA e quasi al 22% in Giappone. Ne deriva che ogni anno la Cina investe più di USA ed Eurozona messe insieme, pur rappresentando un terzo delle loro dimensioni congiunte.

Un altro dato, non citato da Jiming, ma che aggiungiamo noi, ci fornisce un’idea dell’ampiezza della distorsione. Nell’Eurozona, gli investimenti pubblici rappresentano mediamente il 12% di quelli complessivi, ovvero intorno al 2,5% del pil. In Cina, essi sono il 35% del totale, cioè il 16% del pil, 6 volte e mezza tanto.

Eccesso di offerta in Cina non più assorbibile con l’export

Maggiori investimenti significano più produzione futura, ossia offerta. Questa potrà essere assorbita dai consumi nazionali e dalle esportazioni. Sappiamo che la Cina ha centrato il suo sviluppo negli ultimi 25 anni sulle seconde, mentre risultano relativamente compressi i consumi privati interni. Dunque, se i cinesi continuano a investire a questi ritmi più che doppi di quelli delle economie avanzate, significa che o sono in grado di assorbire da soli tale aumento abnorme prevedibile della produzione o riposano le loro speranze sull’export.

Ma queste sembrano essersi stabilizzate, anche a causa del rallentamento dell’economia globale, in parte dovuto alla crisi delle materie prime, che sta destabilizzando i mercati emergenti. Ne consegue che l’economia cinese sta registrando una sovracapacità produttiva, che si denota già nei comparti legati al settore immobiliare, dall’acciaio al cemento, oltre che in quelli legati alle commodities.

In effetti, la crescita impetuosa degli investimenti in questi anni è stata causata dal boom del credito, specie immobiliare, spesso finalizzato al finanziamento di progetti pubblici e privati faraonici, che si stanno in parte rivelando poco o nulla redditizi, ossia non sostenibili. Da qui, un tracollo dei prezzi delle case, negli ultimi tempi, che rischia di fare scoppiare la bolla immobiliare.

Ma se le esportazioni cinesi risultassero insufficienti a coprire l’abbondante offerta, ciò implica la necessità che questa sia assorbita dai consumi interni. Ora, è improbabile che questi possano crescere così tanto da risolvere il problema, ma è evidente che il governo di Pechino ci proverà con stimoli monetari aggressivi più di quelli già attuati negli anni passati.

Tuttavia, se i consumi interni si spostano sulla produzione nazionale, si riducono le importazioni dal resto del pianeta e ciò aumenterà le pressioni sui mercati emergenti da un lato e rallenterà ulteriormente la crescita presso le economie avanzate, come USA ed Eurozona. Inoltre, il deprezzamento atteso dello yuan, vuoi per effetto della volontà di Pechino di renderlo flessibile e inserirlo tra le riserve dell’FMI, vuoi anche in conseguenza dell’accomodamento monetario, rafforzerà le valute come euro e dollaro e ciò accrescerà nelle rispettive economie il rischio di importare deflazione. A ciò aggiungiamo che la Cina rappresenta uno dei principali importatori di materie prime, tra cui il petrolio. Se rallentasse la sua crescita, per effetto della minore produzione interna necessaria ad eliminare la sovracapacità, si ridurrebbero i consumi globali di greggio, acciaio, cemento e altri materiali legati al comparto delle costruzioni. I paesi esportatori di materie prime accuserebbero il colpo con una frenata ulteriore del loro pil, mentre l’aumento dei loro deficit commerciali deprezzerebbe le relative valute.

Per concludere, se la Cina inizierà a tagliare l’eccesso di investimenti e di offerta, le economie emergenti sarebbero immediatamente esposte e subirebbero una possibile fase di stagflazione, mentre le economie avanzate sarebbero colpite da una crescita zero o, addirittura negativa, oltre che da un calo tendenziale dei prezzi. Entreremmo, cioè, in depressione economica.

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