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Chieti, province: “si apre una nuova pagina”

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Cristiano Vignali , del Comitato in Difesa della Provincia di Chieti.
“Grazie al Cielo, è saltato il decreto che riorganizzava le province italiane, prima vittima della crisi di governo. La decisione di non convertirlo in legge è stata presa all’unanimità dai partecipanti ai lavori della Commissione Affari Costituzionali del Senato, conclusasi nella serata del 10 dicembre alla presenza tra gli altri del ministro per la pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi.

Finalmente, questo iniquo e ingiusto, nonché anticostituzionale provvedimento governativo che tagliava gli enti locali più vicini ai cittadini, non tenendo conto delle identità geografiche – storiche – identitarie che rappresentano i vari territori provinciali italiani, è stato affossato in un estremo e insperato  atto di orgoglio nazionale e di responsabilità politica.

Tutto ciò, è avvenuto nonostante l’inusuale e sconcertante “studio” del Governo sul dibattito per la conversione del D.L. 188/2012 sul riordino delle Province, un intervento al limite del ricatto, che minacciava il caos istituzionale e rischi incalcolabili dalla mancata conversione del decreto.

Ma, fortunatamente, questo ricatto terroristico, fatto dalle lobby finanziarie internazionali allo Stato italiano, di cui il governo dell’oligarchia dei tecnici e dell’usura è stato solo l’esecutore materiale, non ha portato i nefasti esiti sperati, e sono fallite le azioni di pressione antidemocratica sulla volontà dei parlamentari.

A tal proposito, sono state diffuse ad arte tramite i mass-media dal governo delle notizie che paventavano improbabili e illogici problemi che si sarebbero presentati con la mancata conversione del decreto: la mancata conversione del dl sulle Province avrebbe comportato una situazione di caos istituzionale. Tra le conseguenze, oltre ai mancati risparmi, la lievitazione dei costi a carico di Comuni e Regioni e il blocco della riorganizzazione periferica dello Stato.

Ma, tutto ciò non è assolutamente vero, perciò a tal proposito, bisogna chiedersi, innanzitutto:

a) Di quali mancati risparmi parla il Governo?

Il Governo non ha mai quantificato i risparmi effettivi in oltre un anno di decreti legge, anzi ha precisato che dalla riforma non derivano risparmi immediati. La stima dei risparmi potenziali di spesa a lungo termine è fatta sulla base di un semplice modello statistico che non tratta partitamente le singole situazioni, ma considera le singole province solo come componenti di un complesso nazionale. Quindi, l’esercizio presentato è molto astratto e prescinde dalle valutazioni di natura organizzativa che sarebbero necessarie per stime aventi precisi riflessi finanziari; per la difficoltà di tali valutazioni è da notare che il decreto non associa risparmi di spesa (né le possibili conseguenti riduzioni dei trasferimenti) all’accorpamento,

b) Di quale lievitazione dei costi parla il Governo?

Una semplice osservazione: se il trasferimento delle funzioni oggi svolte dalle Province ai Comuni o alle Regioni comporta una lievitazione dei costi, perché il Governo continua pervicacemente a sostenere una riforma da tanti definita inutile e dannosa, in quanto non organica e avulsa da un riordino complessivo delle funzioni e delle competenze amministrative?

Basterebbe un comma nella legge di stabilità che abroghi l’art. 23, commi 14, 17 e 18 del decreto salva Italia e tali rischi di lievitazione dei costi paventati dal Governo Monti sarebbero eliminati.

L’art. 23 del D. L. 201/2011 “salva Italia” prevede al comma 14: “Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”. Quindi ai successivi commi 17 e 18 si prevede che “lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 31 dicembre 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. Provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite, assicurando nel ambito delle medesime risorse il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia”.

In realtà, le disposizioni dell’articolo 23 della legge 214/2011 non sono immediatamente dispositive, ma solo programmatiche in quanto, come precisato dai commi 17 e 18 occorre una legge dello Stato ed una legge della Regione che individui e trasferisca le funzioni delle Province alla Regione o ai Comuni.

Finché questo non accade, le Province continuerebbero a svolgere tutte le funzioni oggi attribuite, senza alcun vuoto normativo.

Non ci sarebbe neanche il paventato blocco della riorganizzazione periferica dello Stato.  

Quale norma impedisce la riorganizzazione periferica dello Stato svincolata dalle Province?

Nessuna, in quanto la Costituzione individua gli enti costitutivi della Repubblica in Stato, Regini, Province, Città Metropolitane e Comuni, non certo le prefetture, le questure, le motorizzazioni ecc. ecc.

In realtà, non approvare il decreto del governo non comporta alcun vizio di costituzionalità,anzi, semmai è il contrario, poiché in realtà è il decreto che non è costituzionale, come dichiarato anche dal giurista Carlo Rapicavoli sul sito quotidianonline.

In sintesi egli afferma:

a) Il riordino si fonda – per quanto riguarda le funzioni – su una norma incostituzionale, l’art. 23 del decreto salva Italia, che, in contrasto con la Costituzione, aveva svuotato le Province di ogni funzione amministrativa;

b) Vi sono rischi di incostituzionalità anche per il D. L. 188/2012 “sotto il profilo della forma e del procedimento usati per il riordino”; evidentemente per la violazione palese dell’art. 133 della Costituzione;

c) Se la Corte dovesse accogliere i ricorsi, le province avrebbero tutte le funzioni attuali (e non solo quelle di area vasta) e non sarebbero nemmeno ridotte di numero. E allora? Se tutto l’impianto, come afferma il Governo, produce caos istituzionale, aumento di costi, ecc., quale rischio sarebbe mantenere le attuali Province e le relative funzioni in attesa di una riforma organica e complessiva? Nulla di nulla ! !

E’ sconcertante leggere tali considerazioni, soprattutto se provenienti da un Governo di tecnici: sicuramente  quella che si è appena conclusa è la pagina meno edificante della nostra storia politica e parlamentare repubblicana.

Però, non abbassiamo la guardia e lo chiediamo sopratutto ai nostri rappresentanti in parlamento, poiché a questo punto con un tranello alcune norme potrebbero essere inserite nella legge di stabilità. In questa situazione, sicuramente, purtroppo i futuri governi dovranno riprendere la “patata bollente” del riordino delle province e noi del Comitato Provincia Chieti Provincia, che pertanto rimarrà in vita, dobbiamo continuare a restare in guardia, facendoci trovare più pronti che mai, perché non abbiamo vinto la guerra, ma solo una battaglia per Teate e per i diritti e la prosperità economica di una intera comunità:  l’antica provincia di Abruzzo “Citra” di cui Chieti è plurimillenaria signora.

Comunque per quanto riguarda l’affossamento di questo riordino delle province, va fatto un ringraziamento a tutti coloro che ci hanno appoggiato a Chieti e in tutta Italia, anche nei momenti in cui sembravamo spacciati e che hanno aderito alle nostre iniziative di protesta, credendo nella nostra vittoria fino alla fine.

Un grazie speciale va al Senatore frusinate Oreste Tofani, che ha presentato la pregiudiziale di costituzionalità in Commissione Affari Costituzionali del Senato da lui presieduta, in rappresentanza  delle tre province alleate nella “Lega Italica” di Avellino, Chieti e Frosinone, con cui il sottoscritto  il 20 Novembre scorso ha sancito un vincente e decisivo “Patto d’Acciaio” per “Marciare su Roma”, simbolo della rivolta di tutte le genti italiche.

Da questo momento, comunque inizia una nuova epoca per la nostra città, dobbiamo partire da questa crisi per renderci più forti e radicati sul territorio, limare i contrasti e le discriminazioni interne a Chieti e fra Chieti e i centri limitrofi per tornare anche ad essere “di fatto” capitale dell’Abruzzo Citra. Il nemico si affronta combattendo a viso aperto e ad armi pari, non facendo le barricate e chiudendosi in se.

Pertanto, una nuova frontiera, un “New Deal” di kennedyana memoria si apre per Chieti, affinché il capoluogo teatino possa sentirsi vicino alle esigenze di tutti i centri del suo vasto territorio dalla Vallata del Pescara al Fiume Trigno

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