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CHIEDIAMO FLESSIBILITA’ E CONCERTAZIONE di GIORGIO RAINALDI

Saranno proprio le piccole e medie imprese le vere vittime della settimana supercorta.

In cifre, da subito l’aumento del costo del lavoro sarà pari al 10-12%.

I punti percentuali aggiuntivi si tradurranno in un costo immediato di 30 mila miliardi, di cui 16 mila a carico delle sole imprese. E anche le agevolazioni fiscali promesse non risolveranno il problema, anzi, si trasformeranno in un appesantimento del bilancio dello Stato (che recupererà i soldi nelle tasche dei contribuenti).

Dunque, le aziende avranno ben poco da reinvestire, e ancor meno per rinnovare i contratti. Tenderanno a sostituire il lavoro dell’uomo con quello meno caro delle macchine e a parcellizzare la propria struttura, dividendo l’attività in più tronconi, per  non avere il minimo dei 15 dipendenti. E , cosa ben più triste,  per evitare di essere spiazzate dal mercato estero che si fa sempre più competivo grazie al bassissimo costo del lavoro, non potranno far altro che licenziare. Allora sì, addio posti di lavoro!

Questo è il quadro che si prospetta per l’immediato futuro.

E non si tratta di essere più o meno favorevoli alla riduzione dell’orario: su questo gli industriali non hanno nulla da dire. Si tratta di capire quanto sarebbe dannoso uno strumento del genere qualora fosse imposto per legge. Infatti, non sfugge che ogni azienda adotta strategie diverse a seconda delle circostanze e delle proprie esigenze, e sembra superfluo dover sottolineare che nessuno, finanche nel proprio quotidiano,  adotta uguali soluzioni per situazioni differenti. Non è cosa da scienziati, appartiene al vissuto quotidiano di tutti. Eppure è quello che sta accadendo. Che l’orario di lavoro sia una strategia come un’altra, e che come tale svolga una sua precisa funzione, risulta provato dal fatto che alcuni settori hanno già 37, 38 o 39 ore settimanali per esigenze interne all’azienda (per esigenze!).

Il problema, dunque, non è l’intervento sugli orari che, ripeto, se concordati in azienda potrebbero rivelarsi anche convenienti, quanto il fatto che per legge si imponga quello che dovrebbe essere una scelta. Un vincolo generalizzato, quale sarebbe una legge, per definizione non può tenere conto delle differenze, il che, pure a voler trascurare il discorso sulle micro realtà aziendali di cui dicevo, è ben dimostrato dalla stessa politica nazionale che fino ad oggi  ha riservato un diverso trattamento al Mezzogiorno (il divario dei tassi di disoccupazione regionali  in Italia è il più alto d’Europa, da sempre divide l’Italia del lavoro in due ed ha impedito l’applicazione di una stessa politica economica a tutto il paese, tanto è vero che da oltre un secolo si varano misure speciali per il Sud). Dunque il meccanismo delle differenze si applica  a caso? O non esistono più differenze, neanche localizzate, e non esiste più neanche il Sud ?

E v’è di più. Non dovrebbe essere difficile capire, anche guardando all’ esperienza degli altri paesi, che per combattere la disoccupazione è indispensabile non accrescere la rigidità. E basta citare l’Olanda, la Gran Bretagna e la Danimarca, paesi che hanno raggiunto i migliori risultati in fatto di creazione di posti di lavoro proprio grazie alle liberalizzazioni (oltre che alla ottima formazione),  per rendersi conto di quanto sia importante attribuire alla flessibilità un ruolo primario.

La flessibilità è l’unico strumento che abbiamo per combattere la disoccupazione e dobbiamo avvalercene ampliandone il più possibile il significato. Storicamente, del resto, ad ogni accordo di diminuzione dell’orario è seguita una maggiore flessibilità che, in una certa misura, ha sempre compensato le  riduzioni (la tendenza ad accorciare la settimana non è certo cosa nuova). Senza la flessibilità necessaria, dunque, imponiamo su noi stessi prezzi e costi che ci mettono fuori dal mercato: è vero che un lavoratore in Italia guadagna più o meno come uno in America , (anche se il nostro numero di ore lavorate è tra i più bassi del mondo!),  ma è pur vero che lì si ottiene più lavoro con gli stessi soldi. 

Dovremmo riflettere bene. Soprattutto adesso che stiamo entrando in Europa. Nei liberi mercati dell’Euro, non possiamo presentarci con una competitività claudicante.

Attualmente, per noi la parola magica  potrebbe essere solo quella della concertazione che, allo stato dei fatti, è sepolta.

Governo, Sindacati e Imprenditori dovrebbero sedere attorno a un tavolo e consultarsi prima ancora di ogni intervento legislativo. Alle otto ore di lavoro invece delle sedici, alle festività, un tempo privilegio dei ricchi, alle ferie pagate…, allo stato sociale che oggi sembra non andare più di moda, ci siamo arrivati con la concertazione. Tutti insieme. Non con una legge.

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