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Centro storico o new town? Ricostruiamo partendo dalle imprese

La rinascita dell’Aquila non è solo quella dell’Urbs quale tessuto fisico del centro storico, ma anche della Civitas intesa più ampiamente quale tessuto sociale. Entrambe esistono, e si immedesimano in un’unica identità, non perché qualcuno ha disegnato un cerchio su una carta ma perché varie rappresentazioni sociali legano, in una precisa relazione di senso e di valore, ciascun abitante al proprio tessuto urbano. E’ nella Civitas che si rendono riconoscibili i diritti dei cittadini, che si diversificano quelli dei consumatori (che non sono necessariamente equivalenti) fugando quei facili processi di svuotamento dei centri storici per fare posto ai centri commerciali a cielo aperto, che si tutelano gli interessi collettivi e non quelli personali…

Sicuramente come e dove ricostruire è il dilemma che L’Aquila non ha neanche iniziato ad elaborare e che, quindi, si presenta con tutta la sua urgenza e drammaticità ma, nelle more di una definizione, sarebbe strategico decidere di ricomporre per altra via il tessuto connettivo della Città, tessuto fatto non solo di rapporti interpersonali ma anche di entità ed identità produttive, che appartengono al territorio esattamente come le persone.

Le aziende aquilane, costituite quasi tutte da piccolissime, piccole e medie imprese, hanno subìto un duro colpo, esattamente come le famiglie che le portavano avanti, un colpo doppio, dunque. Consentire loro di rimettersi in piedi o di continuare ad operare sul territorio significa cominciare a ricostruire, fuori dalle beghe, con i fatti.

Qualche dato e qualche considerazione.

 

 

Il post terremoto: qualche dato

I dati statistici non dicono molto se letti solo come numeri. Infatti, indicano che:

1)   le imprese cessate all’Aquila nel post terremoto sono meno di quelle cessate nel primo trimestre 2009: rappresentano infatti il 17,70% del totale regionale ((253 su 1429) rispetto al ben più elevato tasso del 19,80 %  di inizio anno. Sembrerebbe che il terremoto ci ha migliorato.

2) le nuove imprese iscritte all’Aquila nel post terremoto sono aumentate rispetto al periodo precedente: rappresentano infatti il 25,89% del totale regionale (554 su 2140) rispetto al ben meno nutrito indice del 18,1%  di inizio anno. Anche qui sembrerebbe che il terremoto ci ha migliorato.

3) i lavoratori che hanno perso l’occupazione sono in numero stabile: 568 a febbraio, 566 ad agosto, la loro presenza all’Aquila è di gran lunga inferiore rispetto a quella registrata nelle altre città d’Abruzzo, sul quale insiste per un modesto 17-18%.

4) il monte ore di Cassa Integrazione all’Aquila, dopo essersi decuplicato nei mesi compresi tra febbraio e settembre (fino a 1.5000 ore), sembrerebbe essere tornato ad un livello uguale a quello registrato in gennaio (rispettivamente 882.365 a gennaio e 985.188 a ottobre): il ricorso alla C. I. è aumentato in tutto Abruzzo del 250% in più.

 

A prima vista tutto quanto potrebbe far sembrare che all’Aquila non ci sia una situazione di allarme e, invece, non è difficile intendere, riesaminando i punti di cui sopra, che:

1) il tasso di cessazione di impresa non è aumentato esponenzialmente al sisma perché è stato compensato dal numero elevato di aziende che qui sono venute per la ricostruzione e che, al momento, sono impegnate nell’edilizia. Sul fatto c’è da annotare che: l’edilizia della ricostruzione è un’ attività “temporizzata”, che non esprime imprenditoria endogena (le aziende che lavorano sulla ricostruzione sono tutte di fuori tranne un paio), né imprenditoria a vocazione territoriale (la quale, a differenza della prima, accrescerebbe il patrimonio imprenditoriale rappresentando così anche un investimento sul futuro)

2) tutte le nuove iscrizioni di aziende registrate nella fase di post terremoto sono dovute allo stesso motivo di cui sopra: ad emergenza finita si conteranno “i morti sul campo” e i dati saranno ben diversi (bah, chissà, forse allora avremo titolo per parlare di deindustrializzazione…)

3 e 4) il dato circa l’occupazione è il solito Giano bifronte: infatti vengono normalmente calcolati come occupati non solo tutti quanti si trovano all’Aquila precariamente e per l’emergenza, ma anche e soprattutto tutti quanti sono in Cassa Integrazione.

In più: è vero che la Cassa Integrazione in Abruzzo è aumentata del 250%, ma all’Aquila era aumentata già negli ultimi due anni del 350% fino ad arrivare al 33,30% di tutta l’odierna C.I. dell’Abruzzo (10mila ore su 28mila). Praticamente l’Aquila assorbe quasi la metà delle risorse destinate all’”assistenza” e, ad oggi, non solo non si vede una via d’uscita ma, anzi, ricorrono tutti i presupposti perché si possa credibilmente ritenere che il peggio verrà, e raderà al suolo quello che al 6 aprile è sfuggito.

 

Ma v’è di più.

* Ad oggi si pensa che 40mila dei 73mila abitanti sfollati sono tornati a vivere nel capoluogo, almeno per il momento, tra C.A.S.E., MAP (rispettivamente 7.922 e 882 persone) e strutture di permanenza temporanea; gli altri, quasi la metà (!) sono ancora in diaspora (tra alberghi, caserme e sistemazioni autonome fuori L’Aquila) e non producono né consumano all’Aquila. Torneranno? A fare cosa e visto che non hanno più casa, lavoro né familiari?

* Degli 800 esercizi commerciali che tenevano in vita il centro e la sua economia con un volume di affari di 200 milioni di euro, solo 160 hanno ripreso l’attività (chiaramente sistemandosi in periferia). Tutti appartengono la terziario. Dei 300 che hanno fatto richiesta di rilocalizzazione, oltre ai 160, ci sono 90 in corso di istruttoria e 50 ai quali è stata negata l’ammissibilità della domanda.

Un intervento mirato che incentivi il ritorno all’attività è doveroso: che sia una baracca a spese dello Stato o uno sgravio per i prossimi dieci anni, o un canale diretto per lo smercio dei prodotti  all’interno dei supermercati, o il ruolo di fornitori degli alberghi che accolgono gli sfollati o non so quante altre ipotesi si possono ragionare. In questi 9 mesi la protezione civile si è servita presso l’unico supermercato agibile, quello di una multinazionale (e giustamente data l’emergenza) ma i nostri artigiani erano in grado di produrre beni alimentari già all’indomani del sisma (e di altissima qualità: la nostra produzione tipica non è certo sconosciuta…): ora possiamo cambiare rotta e subito.

* Sulle imprese in generale i danni immediati si sono abbattuti sulle aziende come segue:

– il fermo produzione e perdita del fatturato è stato del 100% ; nell’emergenza, per l’esattezza, il fermo di 1-2 settimane è stato del 20%, di 5-6 settimane del 10%, di 3-4 settimane del 40%

 – la disdetta degli ordini da parte di fornitori che non hanno ritenuto di nutrire fiducia nella solvibilità delle aziende è stata del 33%

– la perdita del mercato pari al 100% se locale, al 33% se nazionale

– l’esposizione bancaria per spese di riparazione danni del 77%

– la perdita delle risorse umane del 33%

* L’Università, uno dei principali motori dell’economia dell’Aquila, capace di “fatturare” circa 200 milioni di euro con una presenza studentesca di 27mila iscritti, è praticamente un motore spento. Oggi restano circa 16mila studenti, presumibilmente aquilani:mancano i 13-15mila universitari fuori sede, con un indotto di 120-140mila euro, che, qualora volessero scegliere ancora L’Aquila, non avrebbero alloggio. Attualmente l’istituzione universitaria è dispersa in numero di sei sedi dislocate in strutture provvisorie o ospitate presso edifici di terzi: da una facoltà all’altra corrono anche quindici kilometri (fino a 2 ore di auto in una città rimasta senza strade).

 

 

Una ripresa messa in stand by

Un flash sull’assetto economico aquilano onde fornire gli strumenti per verificare le diverse tipologie di intervento che possono essere riflettute:

* la parte maggiore della produttività è data dal terziario che rappresenta il 28% delle imprese

* seguono il turismo con il 18%, quindi il metalmeccanico con il 14%, l’elettronica con l’11%, l’edilizia con il 7%, l’alimentare, il tessile e la chimica con un 6% ciascuno, il grafico cartario con il 3%.

 

Ad oggi aspettiamo il Decreto per l’esenzione delle tasse e il provvedimento per la concessione della Zona Franca Urbana.

Per come stanno le cose adesso, l’emergenza più costosa della storia (la nostra) la stanno pagando gli Aquilani e non lo Stato, come sembrava che fosse e come risulta dal battage mediatico (pubblicitario) che è stato pianificato in questi mesi. Se dovesse restare il Decreto così come è, saremo i primi terremotati a pagare le tasse all’indomani del terremoto in tutta la storia del Paese: terremotati di lusso, che si sono spesati CASE, MAP e alberghi. Credevamo che fosse un intervento dello Stato ma era solo un prestito a 90 giorni.

Il secondo è in quiescenza già da prima della tragedia: sembrava che non fossimo sufficientemente  disgraziati (per tirarci una coperta ormai troppo corta per tutti). Ma che sia la ZFU o altro “ritrovato” poco importa, il dato è: 5mila posti di lavoro perduti in una manciata di anni per lo smantellamento del polo elettronico più la dismissione di interi nuclei industriali che reggevano l’economia di 2-3cento famiglie ciascuno. E’ abbastanza per chiedere sul tavolo europeo un intervento a risanamento dell’area.

Per la ZFU (l’unico strumento fino ad ora individuato tra i marchingegni della normativa europea) a suo tempo furono stanziati 494 milioni di euro, ma più tempo passa più quei soldi si allontanano. Inoltre, nessuno sta lavorando su come aggirare l’ostacolo del limite europeo dei 31mila abitanti:  L’Aquila ne conta 60mila minimo e creerebbe un precedente pericoloso per il futuro (concessione di particolare vantaggio a tutte le prossime emergenze dell’intera Europa).

Si aggiunga pure che, così come è lo schema della ZFU, ci troveremmo a vivere un secondo Obiettivo 1, perché tutte le provvidenze sono finalizzate ad attrarre nuovi investimenti e non ad incentivare anche il tessuto economico che già c’è: sostenere chi sta combattendo per mantenere in vita la propria azienda è fondamentale e non devo certo spiegarne le molte e poliedriche ragioni.

Concludo. Sarebbe comico se si dovesse ottenere una qualche forma di riconoscimento ad incentivi/agevolazioni quando andranno via le aziende che stanno ricostruendo perché solo allora sarebbero rilevabili dati in flessione! Ricordo che non sarebbe la prima volta che i dati vengono letti al contrario, o come fa più comodo..: accadde col decreto Mastella, poi con la concessione della “deroga all’87.3.c”. (Obiettivo 2), poi con la ZFU apparsa a macchia di leopardo in tutto Abruzzo meno che all’Aquila.

 

 

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