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Carlo Grante

Nato a L’Aquila, diplomato a Roma, al Conservatorio di S. Cecilia, dove ha studiato pianoforte con Sergio Perticaroli e composizione con Claudio Perugini, Carlo Grantesi è perfezionato negli Stati Uniti con Ivan Davis (University of Miami) e con Rudolf Firkusny (Juillard School di New York). Successivamente ha proseguito il suo percorso di formazione a Londra sotto la guida di Alice Kezeradze-Pogorelich.

Grante, oggi tra i pianisti italiani più celebri a livello internazionale, ha dedicato fin dai suoi esordi un’attenzione particolare non solo al grande repertorio, ma anche alla produzione contemporanea e all’opera di musicisti alla cui notorietà egli ha contribuito in modo decisivo anche attraverso registrazioni discogra­fiche, come nel caso delle opere per pianoforte di Leopold Godowsky o del compositore di origini persiane Kaikhosru Shapurij Sorabij.

Musikverein_Jan._2011Carlo Grante si è esibito nelle più prestigiose sedi nazionali e internazionali in recital e con orchestre di primissimo piano: Royal Philharmonic Orchestra di Londra, Chamber Orchestra of Europe, Orchestra Sinfonica dell’Acca­demia Nazionale di Santa Cecilia e molte altre. La sua ampia discografia rispecchia l’ampiezza dei suoi interessi musicali e, al tempo stesso, la sua volontà di affrontare in pieno l’opera di un autore diventandone interpre­te specialista e di riferimento. Così è avvenuto, per esempio, per la musica di Ferruccio Busoni e del già citato Godowsky, così per autori storici come Platti e Clementi, come pure per pietre miliari del grande repertorio come Chopin e Prokof’ev. Attualmente, Carlo Grante sta realizzando un’incisio­ne integrale delle Sonate di Domenico Scarlatti.

Le sue recenti produzioni discografiche includono opere di Vlad (Opus Triplex) e Finnissy (Bachsche Nachdichtungen) a lui dedicate e ispirate a Bach e Busoni, i due concerti per pianoforte e orchestra di Franz Schmidt con l’Orchestra della Radio di Lipsia (MDR Leipzig) diretta da Fabio Luisi, tre Concerti per pianoforte e orchestra di Mozart con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma diretta da B. Sieberer (in collaborazione per il K365 con la giovanissima allieva Barbara Panzarella), le tre Sonate di Schumann (registrate nella sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma), oltre a opere di Godowsky, Rachmaninoff, Flynn, Bloch.

L’attenzione che rivolge ad autori meno frequentati fa del maestro una punta di diamante; egli dedica loro una ricerca attenta e rigorosa, spesso preferendo l’immersione nell’impresa di esecuzioni e registrazioni integrali piuttosto che una sporadica apparizione nei programmi dei suoi concerti.

L’attività concertistica lo ha portato ad esibirsi in importanti istituzioni concertistiche e sale di prestigio in Italia e all’estero: Londra, New York, Gewandhaus di Lipsia, Semperoper di Dresda, Konzerthaus di Vienna, Chicago, Roma, Milano, Hong Kong, Singapore, Hanoi, Zagabria, Bucarest, Lima, Rio de Janeiro, ai Festival di Vienna, Istanbul, Husum, Newport, “Neuhaus” di Saratov, Miami, Tallin, Ravello, MDR Musiksommer, etc. con importanti orchestre.

Famoso il caso di plagio che lo ha visto coinvolto per causa di di Joyce Hatto, la pianista più famosa del mondo grazie alle sue magistrali esecuzioni degli autori classici, ma dopo la sua morte si scopre che in realtà i dischi che portavano il suo nome erano il frutto di un insieme di precedenti incisioni di suoi e più sconosciuti colleghi; ciò non ha fatto altro che rivalutare e accreditare la sua maestria.

Carlo_Grante_076Tra le tante citazioni che lo vedono protagonista, una ha colpito il mio interesse: “Chi è Carlo Grante? Un superman del pianoforte, ovviamente … Grante infonde ai tour de force per la mano sinistra una poetica così eloquente che ci si dimentica che questi sono trionfi per una mano sola. Solo seguendo la partitura è possibile capire quale meraviglioso arazzo polifonico Grante stia animando….
– Fanfare, USA, Marzo/Aprile 1994-

E forse è meglio farsi spiegare dal diretto interessato ciò che si voleva intendere, per non incorrere in errori.

INTERVISTA

Chi era lo studente di Conservatorio Carlo Grante?

La mia vita “ufficiale” da studente ha avuto varie fasi, diverse fra loro. Ho usato il termine “ufficiale” per indicare il periodo di studio “in scuola”: i musicisti restano sempre studenti, perché quando sono chiamati “studiosi” vuol dire che leggono di più, ma studiano di meno… Della prima fase, quella trascorsa al Conservatorio aquilano, ricordo una personalità giovanile sospinta da grandi passioni ed entusiasmi, con qualche ingenuità: fra queste ultime la utopistica pretesa di trovare nel conservatorio la stessa professionalità e dedizione artistica che mostravano i grandi musicisti che calcavano il palco della “Barattelli”. Al Consevatorio Casella devo molto, soprattutto le lezioni di solfeggio (a quei tempi materia più rispettata) e quelle di pianoforte con la geniale Liliana Vallazza. Solo più tardi ho capito però che a parte le eccezioni summenzionate il livello artistico della Società dei Concerti era un fenomeno raro e che una scuola è fatta solo in parte di docenti professionalmente impegnati, o di studenti che fanno della musica il senso della loro vita, come invece era ed è sempre di più per me. C’è una grande differenza fra avere un interesse, una dedizione ed una vocazione: è stata l’ultima a caratterizzare il mio desiderio di avere una vita immersa nella musica e nelle sue sfaccettature culturali, nonostante la scarsità, nel mio primo ambiente di vita, di modelli cui riferirmi in tal senso. Io ero un avido ascoltatore di concerti, radio e dischi e da lì foraggiavo la mia voglia di imparare. Oggi posso testimoniare la validità degli effetti, sulla persona e sulla società, di una tale aspirazione: vivendo su se stessi le gioie e i dolori di una scelta artistica che mira ad un miglioramento costante si è più proni a riconoscere il senso del destino degli altri, come si dipana la storia personale e quanto i suoi intoppi derivino purtroppo da libere scelte, a causa di consigli sbagliati.

 

Con quale autore, sempre negli anni di formazione, ha “litigato” maggiormente?

Con l’autore che oggi considero fra i miei migliori amici musicali: J. S. Bach. Lo trovavo difficile, ma anche ineguagliabile. Avevo capito che Bach va imparato sfruttando al massimo le sue caratteristiche linguistiche: va memorizzata e cantata ogni voce separatamente, con umiltà, pazienza e massima attenzione. Mi piaceva trascrivere su carta le sue fuge a memoria, cosa che trovavo una difficilissima palestra della mente musicale; ma questo genere di studio non si faceva a scuola, quindi non potevo purtroppo confrontarmi con persone che mi stimolassero e consigliassero in tal senso. Secondo me per un pianista lo studio proficuo delle composizioni di Bach, unitamente a quello degli Studi di Chopin e di Godowsky, delle opere di Mozart (cito solo le cose che considero più importanti), è il migliore investimento sulla propria formazione artistica e professionale, se sorretto da una buona formazione di teoria applicata alla base.

 

Cosa Lo ha spinto a trasferirsi in America?

Un’insieme di circostanze contingenti e la voglia di conoscere culture diverse, di tirar sù le ancore. Quando sono tornato a vivere all’Aquila, per un periodo di qualche anno, mi sono sentito più libero e consapevole del mio destino e delle mie necessità più intime, grazie all’esperienza di mondi e stili di vita diversi e all’avere abbandonato i cliché della mentalità del luogo di crescita, limitanti in qualsiasi città del mondo.

 

Che cosa ha portato con sé dell’Italia e di L’Aquila nei suoi viaggi?

Dell’Italia una persona dalla sensibilità sincretica porta con sé moltissimo, anche troppo: non c’è cultura al mondo con maggiori stimoli artistici e culturali, derivanti dalla sua storia, ma anche di paradossi e contraddizioni interne. La storia di un popolo può anche creare delle zavorre culturali e psicologiche, se non si scelgono i frutti costruttivi delle sue personalità ingegniose e non si tralasciano consuetudini travestite da tradizioni. Dunque un artista italiano dovrebbe più facilmente riconoscere gli assunti nobili alla radice di un’espressione artistica, che non vuole indulgere nella pragmatica del puro effetto; al contempo, deve rinunciare alla cultura strisciante – tipicamente italiana – dell’utilitarismo ai fini di riconoscimento sociale di quello che fa, perché porta l’eccellenza a compromessi con una vanità d’accatto. Inoltre siamo circondati da un’abitudine a mascherare invidia e arrivismo con una sorta di solidale “diritto all’inefficenza” e di vedere sempre e solo ingiusto il successo altrui. E’ vero che da noi si è troppo inclini alla soluzione “sotto banco”, ma bisogna riconoscere i meriti a chi li ha ed imparare la lezione. Dell’Aquila porto con me l’abitudine alla riflessione, allo studio e all’introspezione che questo luogo stimola, oltre che il senso del mistero che entra nella psicologia dei suoi abitanti.

 

E inversamente, cosa ha portato in Italia dell’estero?

Per prima cosa, aver imparato che nessuna cultura nazionale al mondo può rappresentare in toto degli “universali”. Solo capire questo ci permette un certo distacco comportamentale da irritanti situazioni ambientali che sono comunque il risultato di una cultura appunto ambientale, non di come è l’uomo nella sua totalità. Ho anche imparato a dare poco o nessun peso ai “titoli” e a valutare tutto solo da effettivi e concreti riscontri diretti; a non dover cercare dei simulacri di qualcosa per potermici riconoscere né farmici identificare dagli altri, perché ciò è profondamente sciocco. Ho imparato che noi siamo, come dice Winifred Gallagher, “la somma di ciò cui prestiamo attenzione” e che guardare la T.V. non ci fa solo perdere tempo prezioso e irrecuperabile, significa soprattutto perdersi un’immensità di cose che invece l’attenzione la meritano tutta. Insomma, in questo sono poco italiano…

 

Le scelte da Lei operate nell’eseguire un autore in luogo di un altro, da cosa sono animate? Sono frutto dei suoi interessi personali oppure rispondono a richieste specifiche del mercato discografico?

Il mio repertorio discografico è una parte di ciò che conosco e suono, è ciò che i miei produttori presenti e passati hanno ritenuto valido, congiuntamente alla scelta dell’artista, di essere commercializzato, essendo un disco comunque un prodotto di consumo. In taluni casi è stato un progetto discografico a determinare l’inclusione nel mio repertorio di brani che non avevo studiato prima. Oggi il catalogo discografico internazionale è quasi saturo, quindi è più difficile sperare di vendere un disco con brani già onnipresenti, seppure sia importante per l’artista registrare ciò che gli sta a cuore. Ciò che gli inglesi chiamano “vanity record”, ovvero un disco che un artista si autoproduce per il piacere di documentare la sua arte registrando ciò che vuole (cosa simile alla committenza di un autoritratto, ad esempio), oltre a comportare notevoli spese a carico dell’artista può non trovare il favore del mercato, da cui non possiamo aspettarci una sublime intelligenza nel cogliere sempre il valore autentico dei prodotti. Nè sarebbe però auspicabile un’assenza di mercato, che permetterebbe una cernita a monte, con ovvie conseguenze, di ciò di cui possiamo fruire o meno. Quindi la scelta di ciò che oggi incido è l’incontro fra miei desideri e l’interesse che mostra la casa discografica che lo pubblica, che sinora si sono allineati su scelte che danno priorità ad una utilità culturale, non meramente commerciale.

 

La musica di Domenico Scarlatti al pianoforte e al clavicembalo…

E’ superlativa, folgorante, originale, sorprendente, rivelatoria, umanamente arguta e profonda su entrambi gli strumenti.

 

Tra gli autori romantici, che hanno fatto grande il repertorio pianistico, quale predilige (se c’è) e perché?

Chopin in primis, poi Schumann, Brahms, Liszt e gli altri. Di Chopin prediligo il modo in cui riesce a fare di ogni micro-elemento un qualcosa di esclusivo, ineffabilmente unico e di insuperabile raffinatezza, a far diventare lo strumento il compositore stesso, non solo il destinatario di una composizione.

 

Immaginandosi per un momento come attore di teatro, nel momento in cui incide un’opera, a quale aspetto darebbe maggiore attenzione?

All’insieme e alla coerenza interna di tutti gli elementi, primari e comprimari, cercando di individualizzarli solo per far meglio comprendere il significato profondo dell’opera. E alla realizzazione di una forte compartecipazione della sfera emotiva, affettiva, fisica, diventando le “dramatis personae” della musica che si esegue.

 

Il lavoro di labour limae è maggiore per un concerto oppure per una incisione?

C’è in entrambi i casi in grandi dosi; ciò che cambia è il modo in cui si cristallizza la prassi esecutiva: nell’incisione i dettagli esecutivi e le intenzioni dell’interprete debbono essere scolpiti tenendo conto dei ripetuti ascolti che ne conseguiranno; nel concerto bisogna avere professionalità di tenuta esecutiva, immediata capacità di adattamento, una memoria che non sia solo istintiva, altissima capacità di pre-determinazione, esperienza di palcoscenico.

In un’epoca nella quale i ragazzi sono abituati al “tutto e subito”, quali sincere speranze nutre per la musica classica, che al contrario richiede ore di sacrifici e dedizione?

Le ore di studio che la musica classica richiede normalmente non sono maggiori di quelle che il giovane passa a coltivare i suoi interessi, è semplicemente diverso il tipo di interesse e la sua modalità di applicazione.

Trovo che i giovani di oggi siano in grado di fare sacrifici per una cosa a cui tengono né più né meno dei giovani di ieri. Vedo un’enorme dedizione a cose che per il benessere, il senso di autostima, di vanità che ingenerano richiedono molto tempo e pazienza. Io ad esempio non ho pazienza né dedizione all’abbigliamento e alle sue mode, che ne può richiedere molto, ma vedo che molti giovani dedicano innumerevoli ore a questo. Molti giovani dedicano tempo e dedizione a cose che in seguito considereranno banalità, confermando ancora come si sia in grado di sacrificarsi per ciò che al momento appare del massimo interesse. In sostanza, la musica classica stimola molto spontaneamente dedizione e spirito di sacrificio, quando si ha però una vocazione o un grande interesse, capendone in pieno gli elementi. E’ certamente diverso oggi, però, lo spirito di sacrificio nei confronti di ciò che non suscita un particolare interesse nell’immediato, perché è venuta a mancare la cultura del dovere intesa come atto di abnegazione verso qualcosa che può risultare interessante e attraente solo in seguito ad un lungo periodo di apprendistato, quando si hanno gli strumenti per poterne godere i frutti. Quindi oggi è molto più difficile di ieri far imparare qualcosa che all’impronta non appare interessante: in questo sono d’accordo con l’idea che ci sia una mentalità dominante del “tutto e subito”, ma il discorso è molto complesso. Da una parte, il giovane di talento che studia la musica classica professionalmente quel “tutto e subito” ha buone probabilità di averlo, se comincia da giovane una vita da musicista professionista; non nel senso del mero guadagno, ma in quello del genuino successo derivante dalla capacità di esprimersi in una forma altamente specialistica, che valorizza e gratifica la propria sfera personale, con l’aggiunta soddisfazione del riscontro in altri.

Il duplice problema secondo me sta nella difficoltà di intraprendere un percorso che renda la vita piena ed interessante nel suo processo, prima ancora che nel conseguimento di obiettivi che tradizionalmente la vita comunitaria ci insegna essere i soliti validi per tutti. A questo si aggiunge la difficoltà di un’autentica libertà di scelta che indirizza l’individuo a riconoscere cosa soddisfa pienamente senza aver bisogno di conferme esterne da una società che in fondo si lascia ancora regolare, per la maggior parte, da valori stantii che nonostante mutino di aspetto nel tempo sono sempre quelli di una società feudale con poca empatia fra i cittadini e una gran voglia di rispettabilità sociale che poggia su cose di valore solo esteriore. La scelta del giovane sta spesso fra il voler soddisfare le esigenze più personali e voler avere un lavoro redditizio. Chiunque abbia intensamente a cuore qualcosa che non è in vendita e non ha prezzo, di conseguenza senza vero valore materiale, non esita a cercare con tutto se stesso di soddisfare queste esigenze personali, preoccupandosi della redditività solo nella sua forma più pratica, quindi non funzionale alla realizzazione personale o sociale ma solo alla pragmatica di sopravvivenza e comfort.

 

Cosa pensa delle tante, troppe edizioni musicali semplificate che circolano di qualsiasi autore del passato e anche del presente? In fondo non può considerarsi come un media in più per fruire di un patrimonio comune?

Certamente: sono un media indirizzato al musicista dilettante, che costituisce la potenzialità del pubblico della musica classica. Come tale non sono da disprezzare, non tolgono nulla al capolavoro di riferimento, che continua ad essere ascoltato e suonato comunque nella sua forma originale. Come tali queste edizioni semplificate sono molto utili, permettono di viaggiare nel mondo sonoro di un capolavoro in una forma “turistica”, più che da esploratore, di fare un viaggio culturale precursore di ulteriori approfondimenti, se si vorrà. In fondo tutti noi eseguiamo la nostra forma semplificata di qualcosa (scrivere, cucinare, parlare, guidare una vettura, etc.) che qualcun’altro fa di professione ad un alto livello al cui confronto siamo dei principianti.

 

Didatticamente, c’è qualcosa che si rimprovera? C’è qualcosa a cui vorrebbe dare maggiore importanza e, suo malgrado, tralascia? Ovvero, qual è l’aspetto che vede maggiormente in deficit negli studenti?

Oggi mi sento di dire che ciò che si rivela più utile alla formazione del musicista è spesso quello che lo studente stesso non ritiene tale. Essere dei bravi autodidatti, avere la capacità di raccogliere i frutti di intuizioni e scelte interamente personali sembra costituire per alcuni una forma di orgoglio; è ovviamente una questione culturale, perché per altri invece è motivo d’orgoglio sapere esercitare auto-controllo ed osservanza di regole volte all’acquisizione di utili competenze, che quindi favoriscono la propria libertà, piuttosto che castrarla. Quindi mi rimprovero di non riuscire a convincere del tutto lo studente della futura utilità di un percorso di studi radicale che può apparire pieno di incompensibili difficoltà solo perché richiede l’applicazione del costante controllo e approfondimento degli elementi in esame e la loro completa acquisizione, frenando scelte impulsive. Oggi so che l’educazione dell’orecchio è la cosa più importante per un musicista e lo testimonia la bravura sempre crescente di quei musicisti che in quest’area disciplinare hanno una buona formazione pregressa. La mera capacità fisico-strumentale, inoltre, va sviluppata nella forma più accurata, senza scorciatoie e sempre collegata alla sfera psico-fisica, con pazienza ed indomito impegno.

Cosa pensa degli approcci musicali che vedono protagonisti bambini molto piccoli? Un bambino può cominciare lo “studio” del pianoforte da…

Prima si comincia, meglio è. Si può cominciare a fare dei dettati musicali (la cosa più importante per la preparazione del musicista) prima ancora di saper scrivere nella propria lingua. E’ sempre meglio aver cominciato l’educazione dell’orecchio prima di suonare uno strumento, altrimenti si impara a relazionare i tasti del pianoforte alle dita e poi all’orecchio, invertendo il processo. Suonare in un orchestra da subito, perché l’esperienza del fare è il migliore stimolo per lo studio. L’orchestra fra l’altro educa allo spirito di corpo, così carente nella mentalità italiana. Non è detto che cominciare lo studio più tardi non permetta di recuperare il terreno, però. Ma cominciare presto lo studio e anche fare esperienze esecutive ripetute e costanti significa formare da subito mente e corpo ed avere già da giovanissimi una giornata entusiasmante volta ad un fine altamente gratificante, cosa di impagabile importanza.

 

La musica come un gioco, è possibile a tutte le età?

Credo proprio di sì, come lo è tutto ciò che non pone ostacoli materiali al suo svolgimento.

 

Vediamo sempre più crescere neofiti del pianoforte in età matura, quale diverso approccio didattico utilizzare?

L’adulto può allineare ciò che impara in un campo a ciò che l’esperienza di vita gli ha insegnato in altri, quindi avere un tipo di apprendimento meno induttivo ma più logico ed interdisciplinare di quello che adotta il bambino.

 

Due aggettivi per descrivere “il bello e il cattivo” tempo dello studio pianistico?

Bello: tutto.

Brutto: quello che non è propriamente il vero studio del pianoforte, vale a dire l’essere impazienti e disattenti, ascoltare falsi profeti, seguire una formazione lacunosa e portarsi dietro difetti e carenze di cui poi si finisce per diventare per sempre schiavi.

Daniela Scacchi

Il curriculum di Carlo Grante
Carlo Grante è uno dei più attivi e apprezzati pianisti della discografia contemporanea e nome noto alla critica internazionale; il suo repertorio da concerto, che ha contribuito anche a far conoscere brani di autori meno noti, è uno dei più vasti fra i pianisti contemporanei e la sua discografia, che conta attualmente più di cinquanta CD, spazia da Domenico Scarlatti, di cui sta realizzando a Vienna la registrazione integrale delle Sonate (un progetto di circa 40 CD sotto il patrocinio di Boesendorfer e Badura-Skoda), Giovanni Benedetto Platti, Muzio Clementi, a Liszt e Schumann, fino a protagonisti del Novecento storico come Godowski e Busoni. Le sue recenti produzioni discografiche includono opere di Vlad (Opus Triplex) e Finnissy (Bachsche Nachdichtungen) a lui dedicate e ispirate a Bach e Busoni, i due concerti per pianoforte e orchestra di Franz Schmidt con l’Orchestra della Radio di Lipsia (MDR Leipzig) diretta da Fabio Luisi, tre Concerti per pianoforte e orchestra di Mozart con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma diretta da B. Sieberer, il Concerto di Busoni registrato dal vivo a Vienna con I Wiener Symphoniker, le tre Sonate di Schumann (registrate nella sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma), oltre a opere di Godowsky, Rachmaninoff, Flynn, Bloch e Liszt.

L’attività concertistica lo ha portato ad esibirsi in importanti istituzioni concertistiche e sale di prestigio in Italia e all’estero: Grosser Saal del Konzerthaus e Goldener Saal del Musikverein di Vienna, Wigmore Hall e Barbican Hall di Londra, Sala Santa Cecilia al Parco della Musica di Roma, Teatro all Scala, Gewandhaus di Lipsia, Semperoper di Dresda, Opera di Stoccarda, a New York, Chicago, Milano, Mosca, Hong Kong, Singapore, Hanoi, Zagabria, Bucarest, Lima, Rio de Janeiro, ai Festival di Vienna, Istanbul, Husum, Newport, “Neuhaus” di Saratov, Miami, Tallin, Ravello, MDR Musiksommer, etc. con importanti orchestre, quali Staatskapelle Dresden, Royal Philharmonic di Londra, Wiener Symphoniker, Orchestra dell’Accademia di S. Cecilia, Filarmonica della Scala, Pomeriggi Musicali di Milano, Orchestra della Radio-TV di Zagabria, Orchestra della Radio di Lipsia (MDR), Orchestra della Radio di Mosca, Cappella Istropolitana di Bratislava, Chamber Orchestra of Europe, etc.

Già nel 1996, in occasione di due recitals a Londra con musiche di Clementi, Liszt, Godowsky e Sorabji, la rivista Musical Opinion ha scritto: “I dischi di Grante avevano mostrato qualità sbalorditive…in seguito alle sue esecuzioni al vivo, ha poi dimostrato di essere il pianista di prim’ordine che i suoi dischi suggerivano… grande trionfo di virtuosismo pianistico… ipnotica bellezza di suono. ” e il Daily Telegraph ne esaltò “la tecnica sicura ed un malleabile controllo della sonorità pianistica”; nel 1997 ha tenuto un’acclamatissima serie di sei recitals a New York, coprendo un ampio repertorio di cui il New York Times ha scritto: “Le sue prodezze vanno ben oltre velocità e abilità esecutive, non vi è solo colore attraente ma colore con un fine, differenziazione timbrica che chiarifica il tessuto sonoro. I passaggi difficili sono resi da non sembrar tali”.

Il celebre critico Harold Schonberg ha scritto di Grante: “Vero pianismo da virtuoso di classe, retto da una sonorità splendida”. Nel 2001 ha tenuto una singolare serie di 3 recitals a Chicago, “Piano & Utopia”, presentando importanti lavori del ‘900, alcuni a lui dedicati (“Grante fa parte di una manciata di pianisti in grado di compiere un’impresa del genere” – Chicago Tribune). Recenti concerti in recital e con orchestra sono stati accolti con grande successo: “un piccolo silenzioso miracolo ” ([Mozart] Leipziger Volkszeitung, Lipsia), “Grante è un cavaliere del pianoforte, senza macchia e senza paura…” ([Schmidt] Die Presse, Vienna).

Grante si è diplomato in pianoforte con Sergio Perticaroli al Conservatorio S. Cecilia di Roma, città in cui ha studiato composizione con Claudio Perugini, quindi in USA con Ivan Davis, laureandosi all’Università di Miami e proseguendo con Rudolf Firkusny alla Juilliard School di New York (Studi professionali post-laurea); in seguito si è trasferito a Londra, dove ha studiato intensivamente con Alice Kezeradze-Pogorelich.

La sua registrazione delle Sonate di Scarlatti ha avuto entusiastici consensi già dalle prime uscite:

“Come Horowitz, Grante è un maestro di un tempo passato nel creare un portfolio multicolore di sfumature di legato attraverso una tecnica puramente digitale” (Gramophone, U.K.).

“Grante dà speranza per il futuro dell’esecuzione barocca e del primo classicismo…Il suono è quasi sempre cantabile ed espressivo, con una escursione di varietà dinamica fenomenale e sentimenti di sorprendente genuinità…troverete le raccolta di Grante una fonte quasi inesauribile di nuove scoperte e piaceri.” (America Record Guide, USA)

Tutte le informazioni sulle attività di Carlo Grante sono reperibili sul suo sito http://www.carlogrante.com

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