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Campagna elettorale gratis Paga L’Aquila

Quando nel 2000, su questo giornale, scrivevamo dell’esclusione dell’Aquila dalle aree in deroga all’87.3.c puntavamo tutto sul 2006: sapevamo che avevamo perso – ingiustamente e senza alcun beneficio per alcuno, dentro e fuori le mura – per l’ignavia e l’incompetenza dei nostri rappresentanti ed eravamo certi che gli errori compiuti in quel particolare momento in cui a Bruxelles si giocò la partita non si sarebbero mai più verificati, qualora ci fosse mai stata una seconda opportunità, e che in ogni caso, ed era qui la sostanza delle cose, al 2006 saremmo arrivati con la deroga praticamente in tasca.

A quattro anni di distanza, invece, il Ministero del Tesoro dice no: “L’Aquila è ricca e non può avere le agevolazioni di cui alla deroga. Sappiamo – dice sempre il Ministero – che avete una grave crisi industriale ma non basta. Anzi, di tutta questa questione non si può parlare con chicchessia, fatevi spiegare come stanno le cose dai vostri rappresentanti, perché è con loro che ci siamo chiariti. La saluto” risponde testualmente da Roma il funzionario del Tesoro. “La Regione non può rivelare conversazioni riservate – dice al telefono il funzionario della Regione Abruzzo inviato a Roma per incontrarsi col funzionario ministeriale –  le cose stanno come abbiamo già dichiarato ufficialmente, personalmente non sono autorizzato a conversazioni di questo genere”. Quali siano le dichiarazioni ufficiali mi sfugge, non mi sfugge, invece, che all’improvviso l’argomento è diventato top secret. A capire, forse, mi aiutano le parole del Presidente Pace, pronunciate qualche giorno prima con la faccia di chi non ne può più di essere stritolato da una parte e dall’altra: “mi hanno attaccato tutti, da tutte le province, non posso fare più niente”.

Concludo che allora l’intenzione è quella di mettere a tacere tutto per poi gettare la terra sul morto e seppellirlo lontano dagli occhi dei parenti stretti .

Ma qualunque siano le impressioni, quello che conta sono le motivazioni e gli obiettivi. Vediamoli.

E’ tempo di elezioni e si apre la campagna elettorale.

Colpire la destra, e/o il Presidente Pace che la rappresenta, è un boccone troppo ghiotto, e troppo facile.

In più d’uno – e non vale la pena neanche citarli – hanno riempito gli spazi dei quotidiani locali nelle pagine provinciali di Chieti, Pescara e Teramo per puntare il dito contro un provvedimento – fortemente voluto dalla Confindustria aquilana e regionale – con il quale la Giunta Regionale ha chiesto a Bruxelles la revisione della zonizzazione e l’inserimento dell’Aquila nelle aree in deroga, a scapito di qualche decina di comuni delle altre tre province abruzzesi. A colpo d’occhio si capisce bene che la faccenda è diventata terreno fertile per uno scontro destra – sinistra, uno dei tanti di quelli senza alcun interesse o beneficio per la comunità civile. Ed è qui che le idee si devono chiarire, guardando i fatti e non i falsi allarmi lanciati da gente che non sa neanche di cosa sta parlando, e sul punto,  tanto per citare: leggo da Il Centro dell’8 febbraio scorso di un tavolo di concertazione tenuto il 19 settembre ’99 che invece ebbe luogo il 5 agosto dello stesso anno, che nel documento sottoscritto illo tempore le parti si impegnavano a redistribuire i fondi regionali sulle aree escluse dai benefici comunitari, quando, invece, si impegnavano ad inserire prioritariamente tra le aree soggette a benefici proprio i Comuni capoluogo di provincia nonché i Comuni nei quali esistono zone con nuclei ed aree industriali, insomma, in una parola, la provincia dell’Aquila… e così via con una fanfara di sciocchezze. Ma a parte le considerazioni, pur dovute, sulle esternazioni di chi non si premura di leggere e di capire neanche quello che firma, resta da affrontare la problematica nella parte sostanziale, e cioè: tirare fuori dai benefici europei Comuni senza alcuna presenza industriale – neanche potenzialmente possibile – non significa togliere qualcosa ad alcuno. Ed è un fatto che nei Comuni “stralciati” nella proposta inoltrata a Roma, fino ad oggi non ci sono mai state richieste di intervento agevolativo. E chi, o per chi, avrebbe dovuto inoltrare richieste visto che nelle aree in questione non esistono imprese che possano definirsi tali? Certo, se poi per impresa si intendono tutte le ditte individuali, magari anche inattive, bè’ allora confidiamo su qualche idraulico o falegname che, non si sa mai, potrà avanzare qualche progetto a finanziamento europeo. O magari qualcuno pensava che in uno di questi Comuni avrebbe potuto sempre arrivare la multinazionale che, in preda ad una crisi autodistruttiva, decide di andare a produrre in mezzo alle montagne dove il più giovane ha sessant’anni e sarebbe l’operaio che tutti sognano di avere in azienda? E’ vero che si poteva ragionare su centri come Abbateggio, Bolognano, Taranta Peligna  ma lo si può ancora fare, anzi, lo si deve fare, perché tutto è a livello di bozza di proposta e, diciamolo chiaramente, abbisogna non di una dettagliata relazione che sappia disegnare L’Aquila in fin di vita – il che è già nei fatti – bensì di un’azione forte a livello politico. Una volontà politica che non ci sarà mai finché l’87.3.c. sarà solo l’occasione per mettersi in vetrina pro campagna elettorale. Ma quanto deve e può costare una campagna elettorale? Può costare la sopravvivenza dignitosa di una città intera che, volenti o nolenti, se morrà inevitabilmente avrà effetti drastici su tutto l’Abruzzo?

Non avrebbe alcun senso continuare a riconoscere a paesi senza alcuna presenza, né tanto meno vocazione, industriale una possibilità di agevolazione di impresa (cito a caso Guilmi, Crecchio…): il fatto equivarrebbe solamente a negare la medesima opportunità a centri come quello del polo industriale aquilano che, invece, nell’industria ha la propria ragione di vita.  Non si parlava forse di vocazione territoriale nella progettazione dello sviluppo regionale? E forse la vocazione dei Comuni in questione è quella industriale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: demagogia. E’ facile lanciare allarmi dalle pagine dei quotidiani e spacciarsi per paladini, il campanilismo è un cibo facile, lo mastichiamo da anni e per questo è un agile strumento di comunicazione per la raccolta del consenso.

Non vale, in questa sede soprattutto, continuare a dimostrare la gravità della crisi del capoluogo di regione anche perché i conti si farebbero difficili per i più: sistemi locali di lavoro che computano come occupati i cassa integrati (per i quali l’intervento a fine 2003 è aumentato del 76% rispetto allo stesso periodo 2002!), gli aventi partita iva (che presentano un tasso di iscrizione del 3,1% e di cessazione del 2,5% (!): su 787 unità iscritte, 632 hanno cessato di esistere!), i co.co.co.

Tutto da rifare, verrebbe da dire, ma prima di affrontare il problema dei dati Istat, della loro attualità nelle tecniche di studio e redazione dati, e, quindi, dell’attendibilità, è opportuno valutare come gestire il territorio, come programmarlo per farlo finalmente produrre nell’interesse di tutti. Un tavolo al quale possano sedere le quattro province e decidere quanto di buono possono scambiarsi reciprocamente in un’ottica di sviluppo equilibrato è urgente e necessario, anche in vista del fatto che, come sembra, dal Governo Regionale una politica di programmazione per l’Abruzzo intero non verrà mai. Le quattro Province devono unirsi e rinunciare a campagne elettorali sempre a spese del debole di turno. Le campagne elettorali si pagano, con la fatica di chi le fa, non possono essere gratis: non lo è neanche la mortadella.

 

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