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Barilla attacca: Confindustria così com’è non funziona rimettere al centro il prodotto, l’industria manifatturiera. Era nata per sostenere le imprese di…

«Confindustria, così come è oggi non funziona. Deve rimettere al centro il prodotto, l’industria manifatturiera. Era nata per sostenere le imprese di prodotto, sia che si trattasse di auto, che della pasta o dei tessuti; adesso, invece, è diventata rappresentante anche di interessi contrastanti, come quelli delle aziende di servizi alle imprese e delle utilities, inciampando in un continuo e concreto conflitto d’interesse». Alla vigilia dell’Assemblea di Confindustria, le parole di Guido Barilla piovono come pietre. Il noto imprenditore non è nuovo ad attacchi di questa potenza contro il sistema confindustriale ma ieri, vuo anche la prossimità dell’appuntamento annuale dell’associazione, acquistano un significato più forte.

La critica è circostanziata e riecheggia le riflessioni di altri imprenditori che dopo lo strappo dell’ad della Fiat Marchionne, hanno deciso di lasciare l’organo di Viale del’Astronomia. Barilla va dritto al cuore del problema, ovvero che Confindustria avrebbe tradito la sua missione. «Non persegue l’interesse generale delle imprese, ma interessi particolari» al punto che «rischiamo di essere uguali a quel sistema politico e istituzionale che tanto critichiamo perché non riesce a esprimere una politica industriale». Chi fa servizi, secondo Barilla «dovrebbe essere fuori da Confindustria, visto che non facciamo lo stesso mestiere».

Barilla non mette sul palco degli imputati il presidente Giorgio Squinzi, «è un problema che dura da tempo» dice, e ribadisce che comunque non intende uscire da Confindustria. La settimana scorsa Barilla ha annunciato un piano per raddoppiare il fatturato entro il 2020, e proprio Guido Barilla aveva delegato a Confindustria ogni giudizio sulle politiche da seguire da parte del Governo, e le richieste da portare alla politica.

Immediata la replica dell’ad dell’Enel Fuvio Conti. L’Enel, secondo Barilla dovrebbe uscire da Confindustria. «Non condivido affatto le sue parole» quando dice che Confindustria «non persegue più l’interesse generale delle imprese ma interessi particolari».

L’associazione infatti si è appesantita con l’arrivo, ai tempi di Montezemolo, delle imprese controllate dallo Stato (Eni, Eel, Poste e Finmeccanica) che ora vogliono esserci nei posti che contano. Nelle assemblee come nei convegni, la rara partecipazionei dei big da Diego Della Valle, a Benetton, a Del Vecchio ai De Bendetti, è il segnale di una crisi strutturale della rappresentanza.

Una risposta a Barilla e alle polemiche su quella che è stata definita una diaspora inarrestabile di imprenditori da Confindustria, verrà dalla relazione che oggi il presidente Squinzi leggerà nell’Assemblea annuale, davanti al mondo imprenditoriale riunito al gran completo e ai rappresentanti della politica, dal premier Letta ai ministri economici.

Intanto da Viale dell’Astronomia fanno sapere che le uscite sono un fenomeno marginale e si è fatta una tempesta in un bicchier d’acqua. Sarebbe solo lo 0,6% la flessione a fronte di 150.000 imprese per un totale di 5,5 milioni di addetti. Di questo tema si è discusso nell’assemblea privata di ieri durante la quale Squinzi ha detto che «non è distruggendo quello che abbiamo, che ci rafforziamo». Pertanto ben venga il confronto, e le «divergenze» se è per «trovare la sintesi». E comunque, ha precisato il presidente degli industriali, «nonostante la crisi, la domanda di adesioni è rimasta alta».

Poi Squinzi a ricordato il lavoro che sta svolgendo la commissione guidata da Pesenti per riformare il sistema confindustriale e «interpretare la forte esigenza di modernizzazione». Il presidente ha poi ricordato che «le priorità sono la questione dei debiti della Pubblica Amministrazione, il fisco, il lavoro e la crescita economica».

Le parole di Barilla cadono indubbiamente in un periodo molto delicato di Confindustria. Che sia o meno un fatto marginale fatto sta che a partire dall’addio della Fiat nel 2012, quando presidente era Emma Marcegaglia, le polemiche sullo stato dell’associazionismo padronale non si sono placate. Ciò che viene rimproverato dalle imprese che hanno deciso di lasciare viale dell’Astronomia, è l’eccessiva burocratizzazione del sistema e l’alto costo associativo. La macchina confindustriale costa circa 500 milioni l’anno contro i 30 milioni delle corrispondenti associazioni francese e inglese.

L’ultima voce polemica, in ordine di tempo, a cui è seguito un addio, è della Finco (la Federazione delle associazioni di categoria che rappresenta il mondo di prodotti, impianti e servizi specializzati per le costruzioni). Trenta associazioni di categoria – per un totale di circa 3.900 imprese e un fatturato di circa 20 miliardi di euro – che hanno accusato Squinzi e la dirigenza di «centralismo burocratico». Si è fatto sentire anche un altro imprenditore di peso, Alessandro Riello. La sua critica è che per «inseguire i contributi abbiamo perso la nostra anima industriale». Parlava di Confindustria come di «un grande agglomerato in cui ci identifichiamo poco e dal quale ci sentiamo poco rappresentati» e infine denunciava la sovrarappresentazione del settore dei servizi nell’associazione. L’insofferenza verso la federazione ufficiale Confindustria servizi innovativi e tecnologici (Csit) non è nuova. Tra 2010 e 2012, a causa del’eccessiva eterogeneità di un gruppo che teneva dentro dalle telecomunicazioni agli amministratori di condominio, passando per i pubblicitari, sono uscite le società di Tlc (che hanno dato vita a Confindustria digitale) e poi il settore della consulenza e della comunicazione (Confindustria Intellect). Diego Masi, presidente di Intellect (1.101 imprese, circa 50.000 addetti che realizzano circa 11 miliardi di euro di ricavi annui) non poco tempo fa lamentava che «Confindustria è diventata largamente clientelare e corporativa». E poneva una serie di interrogativi: «Perché ha bisogno di un suo giornale? Perché ha ancora livelli nazionali e territoriali? Come si concilia la rappresentanza di aziende a partecipazione pubblica e di aziende private rispetto al governo?»

(23/05/2013 il tempo, Laura Della Pasqua).

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