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AVERE IL CORAGGIO DI CAMBIARE LE REGOLE

a cura di EZIO RAINALDI

 

Nel corso del recente Consiglio Nazionale dei Giovani Imprenditori sono emersi numerosi spunti di riflessione dalla relazione tenuta dalla presidente Emma Marcegaglia, alcuni dei quali mi sembra opportuno portare all’attenzione delle nostre realtà politiche, imprenditoriali e sociali. 

 

“Oggi, dopo tanti anni di rigore, l’Italia è in linea con i paramenti di Maastricht.  Oggi, finalmente, dopo tanti sforzi, l’obiettivo della moneta unica è diventato realtà.  Ma questo non è un punto di arrivo, bensì un punto di partenza.  Come dice De Silguy, fatto l’euro ora dobbiamo fare l’Europa.  Dal 4 maggio si apre quindi uno scenario nuovo, ancora in buona parte da scrivere e tutto ancora da realizzare.  Fino ad oggi in Italia si è diffusa una sorta di caccia alle streghe, dove chiunque osasse esprimere preoccupazione sul dopo-euro, sul vuoto politico europeo, sui rischi di recessione in Europa in assenza di politiche di flessibilità, veniva tacciato di anti-europeismo.  O peggio, sottolineare la debolezza politica del Governo, sottoposto al ricatto di Rifondazione Comunista, o sollecitare interventi di carattere più strutturale veniva considerato come atto mirato a minare la credibilità dell’Italia e quindi a ridurre le chances di essere ammessi all’UME. 

Tutta al classe dirigente del Paese, Confindustria compresa, si è spesso autocensurata per non rischiare di compromettere il raggiungimento di questo obiettivo.  Ma ora è fondamentale dibattere questi problemi, non per un vezzo culturale, ma perché da ciò dipende il nostro futuro di imprenditori e cittadini. 

Il passo successivo è allora di coordinare non solo la politica monetaria, ma tutta la politica economica: la politica fiscale, la legislazione sul lavoro, le politiche sociali, le politiche di ridistribuzione del reddito. 

L’Europa quindi non potrà essere solo la Banca Centrale, ma dovrà essere anche un vero Parlamento, un vero Governo, un vero organo di amministrazione della giustizia comunitaria.  Istituzioni che oggi già esistono, ma che devono essere rese più rappresentative e devono essere dotate di maggiori poteri. 

Se ciò non avverrà, c’è il forte rischio che la moneta unica, invece di essere elemento di coesione, alimenti tensioni sociali in tutta Europa, la crescita di sentimenti nazionalistici e protezionistici, o peggio, di sentimenti xenofobi.  L’Unione Monetaria rende ancora più necessario ed urgente per tutta L’Europa, ed in particolare per il nostro Paese, ripensare da capo a fondo il proprio modello di sviluppo, i rapporti tra Stato e mercato, tra sistema politico ed istituzionale e sistema economico e sociale. 

Nei prossimi anni ci troveremo a vivere ed a fare impresa in un contesto più concorrenziale, senza più la leva del cambio che in passato veniva usata per recuperare le inefficienze del sistema Paese.  La concorrenza sarà su tutti i fronti, e solo chi sarà in grado di raggiungere un elevato livello di efficienza e di innovazione uscirà più forte e più grande.  Noi non dobbiamo avere paura della globalizzazione e dell’Europa, noi vogliamo e dobbiamo stare sul mercato, vogliamo crescere e siamo pronti a cogliere la sfida competitiva.  Per questo, però, pretendiamo che ci siano garantite le condizioni per competere ad armi pari con i nostri concorrenti europei ed internazionali.  Condizioni che oggi sono ancora lontane ani luce. 

L’Italia si è impegnata in un piano di rientro del debito, che ci obbligherà a dimezzare il nostro debito pubblico rispetto al PIL in dieci anni.  Sono misure dolorose, ma che riteniamo necessarie.  Un risanamento che non genera crescita ed occupazione sarebbe però un inutile e dannoso esercizio di virtuosismo.  Il vero obiettivo è di far nascere e sviluppare imprese, di creare posti di lavoro, di far sì che le forze più dinamiche possano esprimere a pieno il loro potenziale di iniziativa.  La vera sfida è coniugare rigore e sviluppo, ma a condizione che si superino una volta per tutte le ideologie dirigiste ed antistoriche che alimentano conflitti sociali ed uccidono lo sviluppo.  Basta con le trentacinque ore per legge, basta con i palliativi dei lavori socialmente utili, basta con la colpevolizzazione del profitto e della ricchezza, che dà luogo ai riccometri tanto cari al nostro Ministro delle Finanze. 

La nostra è una società a mezza strada tra socialismo, falso solidarismo e liberalismo di facciata.  Un modello contraddittorio, senza identità né confini precisi.  La cultura cattolica e quella marxista, nella loro coniugazione, hanno di fatto e nel tempo creato un mondo da socialismo all’italiana.  Mi riferisco al fatto che oltre il 40% del fatturato del nostro Paese è generato dal settore pubblico; all’elevato livello di garantismo sociale; alle difficoltà di privatizzare.  Mi riferisco infine al fatto che nel nostro Paese non si è ancora accettato il concetto di mercato, che molte forze politiche non lo hanno ancora metabolizzato.  Mentre il mondo sta diventando mercato, parte della sinistra, ma anche di quella destra più legata allo statalismo, continua a combatterlo: la cultura cattolica continua a considerarlo poco etico.  Ancora meno si accetta il concetto di profitto. 

Dobbiamo in primo luogo diminuire la presenza dello Stato nell’economia, accelerando il programma di privatizzazioni ed i processi di liberalizzazione di tutti i settori protetti e dei monopoli pubblici e privasti.  Dobbiamo poi ridurre la spesa pubblica corrente, dichiarando guerra agli sprechi, ma soprattutto riaffrontando con coraggio il nodo ancora irrisolto della spesa sociale.  Solo così sarà possibile ridurre la pressione fiscale e liberare risorse per gli investimenti e lo sviluppo.  Non occorre essere un esperto di economia per intuire che, con aliquote fiscali superiori al 60% sul reddito di impresa, non conviene più lavorare per il socio Stato, un socio presente solo al momento della riscossione. 

Ma soprattutto questo Paese ha un urgente bisogno di flessibilità.  Non esistono altre vie.  Possiamo discutere sulle modalità, sulla gradualità, sulla tutela dei casi particolari.  Ed a chi dice che la flessibilità già esiste, che molti contratti la prevedono, seppur per deroga al principio generale e limitatamente a casi specifici, rispondo che questo Paese è fatto di milioni di imprese, che a tale flessibilità non hanno assolutamente accesso.  Se ognuna di queste imprese medie, piccole e micro, assumesse un solo lavoratore ciascuna, grazie ad una maggiore flessibilità in entrata ed in uscita e ad una maggiore flessibilità salariale, avremmo occupato non seicentomila persone, ma almeno due o tre milioni.  La verità è che dobbiamo dire basta all’idea falsa che la flessibilità è precariato, che l’interinale è caporalato e simili assurdità antistoriche.  La flessibilità è l’univo modo per sradicare le radici dei privilegi di chi un posto già ce l’ha e restituire la speranza a chi lo sta cercando. 

Non c’è nulla da inventare, ma occorre avere il coraggio di uscire dalla logica superata dell’attuale statuto dei lavoratori, nato in un mondo lontano anni luce da quello di oggi, e proporre invece una logica nuova di flessibilità, di crescita e di modernità.  Il DPEF appena presentato contiene una promessa di oltre seicentomila posti di lavoro, ma non contiene una maggiore flessibilità nel lavoro.  Ma come credere alle promesse di crescita a tassi vicini al 3% ed alla creazione di oltre seicentomila posti di lavoro con un costo del lavoro che aumenterebbe del 14%? 

Chiediamo serietà e coerenza.  Questo è uno Stato che è troppo invadente dove non dovrebbe esserlo.  È uno Stato che non rispetta le regole e che concede ai partiti di interferire nella vita economica e sociale secondo i loro calcoli di convenienza.  Ma è anche uno Stato troppo poco presente là dove imprese  e cittadini ne hanno maggiormente bisogno e che non svolge il ruolo che gli è affidato nelle democrazie industriali.  È uno Stato che investe troppo poco sulla scuola, che è il primo e più importante strumento di sviluppo e di equità.  È anche uno Stato che non fornisce servizi efficienti, che non tutela chi ne ha veramente bisogno.  È uno Stato che non garantisce l’ordine pubblico là dove la criminalità costituisce un fortissimo ostacolo allo sviluppo economico e civile.  In particolare nel Mezzogiorno, dove il recupero del controllo del territorio e di uno stato di diritto è condizione fondamentale per la crescita. 

La verità è che questo Paese ha un urgente bisogno di una profonda riforma delle Istituzioni e soprattutto di una riforma delle regole della politica.  Ma siamo consapevoli che la strada della modernizzazione passa necessariamente anche attraverso un’evoluzione del nostro capitalismo, che è un capitalismo giovane, fatto per lo più di piccole e medie imprese familiari. 

Fino ad oggi la flessibilità e rapidità di questo modello di impresa nello sfruttare le opportunità di conquistare nuovi mercati ha garantito al Paese tassi di crescita superiori a quelli di molti altri Paesi industriali. 

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