Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industrialeAutoreferenzialità delle banche e del sistema finanziario: un problema europeo, ma da affrontare Un Patto a quattro: pensiamoci

Autoreferenzialità delle banche e del sistema finanziario: un problema europeo, ma da affrontare Un Patto a quattro: pensiamoci

di Antonio Cappelli

Direttore Confindustria L’Aquila

 

Le banche raccolgono nel salvadanaio, capitalizzano e poi si lanciano nelle scalate, non investono sul territorio, men che meno nell’industria e nelle attività produttive, ma scelgono di speculare sui valori proprietari.

Questa mi pare l’immagine che la gente abbia delle banche. E questa è l’immagine che mi rimandano gli imprenditori. Non è un caso, visto che dalla più recente indagine di Eurobarometro, realizzata per la Commissione Europea, emerge che circa 8 Pmi su 10 sono è rivolta ad una banca per ottenere un finanziamento, e solo il 10% è riuscito ad accedervi. E che su 3.047 manager di Pmi intervistati, la metà ha dichiarato che l’azienda non avrebbe potuto portare a compimento i propri progetti senza il prestito bancario, il 47% ha sostenuto che accedervi è troppo difficile; il 42% che ottenere un prestito bancario sia più restrittivo rispetto a qualche anno fa, ed una percentuale analoga pensa che le offerte delle banche non siano adeguate alle proprie esigenze(http://europa.eu.int/comm/enterprise/entrepreneurship/financing/surveys.htm)

Sarei dell’idea della necessità di un nuovo Patto tra sistema bancario, governo, imprese e sindacati, che per la prima volta definisca il ruolo del settore finanziario che, allo stato dei fatti, appare un po’ a se stante. Fuori anche dalle regolazioni europee che su tutti i settori dettano “politiche”, tranne che sull’”industria finanziaria” nella quale, ad onor del vero, gli imprenditori finanziari sembrano godere di una certa “libertà di movimento”. In più, non esiste una vera autorità che regoli l’antitrust sul sistema bancario europeo (e, quindi, sugli eventuali oligopoli), quasi che il mercato finanziario non sia come il mercato delle merci, e che la finanza non sia merce come le altre.

Rapporti stretti tra le entità di cui sopra impedirebbero che nel mercato unico, e quindi nella libera circolazione, accadesse “qualunque tipo di fatto” bancario: perché se avessimo un Patto che definisse le “nostre” politiche industriali, non ci ritroveremmo con banche che si danno i parametri patrimoniali di Basilea con l’unico risultato di essere autoreferenziali e di giocare in difesa rispetto ai loro stessi clienti…!

Insomma, un quadrilatero del quale si è parlato negli anni addietro, ma che non si è mai neanche tentato di realizzare visto che le Politiche di Programmazione dello Sviluppo Sociale hanno subìto  una brusca frenata in tempi non recenti. Nel patto, giacché l’impresa vive di ricerca e innovazione, computerei anche gli enti di ricerca, da sostenere sia con la finanza pubblica per la ricerca di base, che con il credito bancario per la ricerca “privata”. Ed è anche qui che il sistema bancario ha remato e rema contro, per non dover affrontare l’organizzazione di una finanza specialistica, spalleggiato anche dalla tipica autoreferenzialità degli stessi centri pubblici di ricerca, autoreferenzialità tanto più forte quanto minori sono gli stanziamenti in ballo in loro favore.

Non vedo come evitare la strutturazione di una finanza specializzata, in luogo di un generico settorista, in grado di valutare e misurare in termini di numeri le potenzialità delle nuove imprese e delle loro idee. E’ urgente, ormai, che le banche diventino imprenditori esse stesse, valutando nel merito le proposte e investendo sulle medesime, senza fermarsi al semplice computo delle garanzie reali offerte dall’imprenditore. Mentre vedo che, se le banche non hanno i mezzi (o non vogliono) provvedere subito ad una finanza di investimento e ricerca, si può ricorrere alle Fondazioni Bancarie e, perché no, ai fondi pensione complementari che, in questo modo, potrebbero fare da ponte tra una finanza vecchia e le esigenze delle politiche industriali (è evidente che non mi riferisco al ventur capital – che interviene per lo sfruttamento di prototipi già in circolazione sul mercato della ricerca – bensì al finanziamento di imprese che fanno prototipi).

Altro rovesciamento totale della prospettiva bancaria è la possibilità di servirsi dei Consorzi di Garanzia Fidi, soprattutto nell’ambito dei distretti, dove le banche, se intervengono, ad oggi agiscono separatamente, sulle singole imprese, come se fossero staccate le una dalle altre. Accrescendone la dimensione, snellendone la fiscalità, dotandoli di maggiori risorse – e non ci scandalizzeremmo di un eventuale aiuto pubblico – e disegnandoli come una controparte delle banche, piuttosto che come una inutile appendice, i Consorzi di Garanzia Fidi riuscirebbero ad acquisire maggiore potere contrattuale di fronte ad aggregazioni bancarie che taluni lamentano sempre meno locali.

Insomma, individuando e mettendo insieme interessi comuni si potrebbero “consociare” istituzioni, finanza pubblica di progetto, banche locali, fondi previdenziali, fondazioni bancarie, proprietà pubbliche non ancora privatizzate, servizi pubblici locali… in modo da svolgere tutti insieme un ruolo economico, e non meramente aziendale. Si tratterebbe solo di “organizzare” gli interessi per riuscire finalmente a disegnare una politica industriale libera da ogni forma di protezionismo.

Ci vuole una classe politica unitaria. E onestamente motivata.

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi