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Assenteismo: l’indagine di Confindustria L’Aquila I dati dicono che la malattia breve ha la più alta incidenza: un paio di giorni a casa con la giustificazione come ai tempi della scuola?

di ANTONIO CAPPELLI*

 

L’elevato tasso di assenteismo ha effetti devastanti sulla produttività delle imprese, e in particolare delle Pmi che, più delle altre, soffrono il fenomeno non solo a causa di una organizzazione industriale di minore capacità, ma anche perché vittime di un microassenteismo assolutamente imprevedibile e, come tale, incontrollabile. Infatti, mentre le grandi aziende, disponendo di un numero consistente di addetti, riescono a fare fronte alla mancanza di alcune unità, le minori stentano, sia per una inferiore disponibilità di personale, sia per la mancanza di un sistema collaudato in grado di tamponare l’imponderabile che, già di per sé, genera difficoltà ovunque si manifesti.

Poiché l’assenteismo per malattia sul piano nazionale costa 60 milioni di giornate lavorative perse, e sfonda i 54 milioni di euro l’anno, e poiché non disponiamo di dati che facciano riferimento esclusivamente alla provincia dell’Aquila, nonché al tipo di assenteismo, la Confindustria di L’Aquila ha avviato e concluso un’indagine, a mezzo di intervista scritta, su un consistente campione di aziende della provincia.

Il dato emerso non è sconfortante, come entità numerica dell’incidenza del fenomeno, ma risulta invece inquietante un altro elemento, e cioè che la malattia ricorrente sia del tipo “breve”: da uno a tre giorni.

La memoria va ad uno dei vituperati articoli di Ichino  – forse anche per i fatti recenti che lo hanno rivisto, seppur per altro, alla ribalta della cronaca nazionale – nel quale l’autore si accanisce contro quella sorta di “potere insindacabile” di mettersi in malattia per “colite spastica”, “lombalgia”, “stato ansioso depressivo” e simili. Accanimento che trascinava in causa la compiacenza dei medici dal certificato facile.

Lungi da me l’idea di volermi porre su posizioni conflittuali, non posso non leggere i dati con una certa perplessità e non rilevare che, forse, un eccesso di protettività del sistema pone al riparo il lavoratore meno solerte, esponendo, invece, i colleghi stessi – quelli più solerti, chiamati inevitabilmente a tamponare le emergenze – a lavorare due volte: una per sé ed una per i meno volenterosi.

Una situazione paradossale che, frustrando chi è ligio al proprio dovere e vive l’azienda con autentico senso di responsabilità, innesca un meccanismo di “emulazione per non soccombenza” che conduce, dritto dritto, al concetto per il quale la furbizia, comunque, paga sempre.

Forse non era lontano dal vero, Ichino, quando auspicava sanzioni ai medici compiacenti, nonché l’introduzione, nei moduli dei referti dei servizi ispettivi pubblici, della voce “simulazione della malattia”.

Il fatto certo è che, pur essendo in gioco grosse somme di denaro per pagare l’assenteismo, a tutt’oggi i principali cointeressatii, organizzazioni datoriali e sindacati, non si sono congiuntamente attivati per affrontare il problema in maniera scientifica e determinata. Un programma di informazione, con divulgazione di esempi di buona prassi, formazione mirata, cooperazione tra grande e piccole imprese per la prevenzione, scambio di esperienze pratiche… sono tutti elementi che, condivisi e messi in un contenitore specificatamente orientato, sortirebbero sen’altro buon esiti.

Va considerato che la politica e la prassi organizzativa all’interno di un’azienda non sono sempre frutto dell’indirizzo del solo datore. Anzi, il caso di specie dimostra che i sindacati si trovano ad avere un grande impatto sulla produttività e sulla posizione concorrenziale dell’azienda, per cui sarebbe auspicabile che, insieme, si stabilissero un pacchetto di azioni equilibrate onde innalzare gli ostacoli all’assenteismo, e rendere così meno semplice il dichiararsi ammalati. Dunque, sia misure procedurali che abbassino la soglia dell’accesso alla possibilità di assentarsi, sia una sorta di prevenzione e informazione finalizzate all’individuo, cioè al suo attaccamento e riconoscimento di sé rispetto al proprio lavoro.

Bisogna prendere coscienza che un’attività congiunta e preventiva da parte delle due categorie, datoriale e sindacale, è l’unica a poter impedire un inasprimento dei rapporti: circostanza improduttiva per tutti, laddove il datore si sente sempre più ricadere addosso il peso del costo del lavoro, ed il sindacato di dover reagire con maggiore asprezza avverso eventuali provvedimenti punitivi. Irrigidire i controlli e intensificare le ispezioni presso i lavoratori assenti non distenderebbe il clima all’interno dell’azienda, tutt’altro: perché il nodo da sciogliere è nell’affrontare insieme le cause che sono all’origine dei problemi.

Accertato che i costi elevati dell’incapacità lavorativa, quando non anche del pensionamento anticipato, producono danni all’industria (che perde produttività per la riduzione della forza lavoro disponibile, è costretta a modificare in estremis i programmi di lavoro, deve adottare provvedimenti urgenti per sostituire il malato, sostiene maggiori costi…), al sistema previdenziale e al Paese tutto, sarebbe quanto mai opportuno rivedere le posizioni di esagerato protezionismo, lesivo, alla fine di tutto, proprio degli interessi dei lavoratori, che nel sindacato pensano di trovare la soluzione a problemi che, invece, sono più profondi. Si riparta dal concetto che oggi le imprese sono decisamente orientate, perché i mercati lo impongono, ad una partecipazione emotiva e sentita: beni intangibili si chiamano, per usare un termine più consono all’attuale idea del fare impresa,  le intelligenze e le risorse che costituiscono il patrimonio dell’azienda: è la forza lavoro il suo zoccolo duro. Ed è alla luce di questo nuovo modo di intendere l’impresa che vanno cercate intese e relazioni anch’esse finalmente improntate ad una logica d’avanguardia.

 

*Direttore Confindustria L’Aquila

 

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