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Animal spirit o Karakiri?

Le imprese producono se le istituzioni progettano: manca un piano con il quale investire e fare sviluppo

Servizio di Maria Paola Iannella

 

Nessuno più di Confindustria crede nell’animal spirit degli imprenditori, ma continuare ad invocarlo con un lamento ormai ossessivo in una situazione di silenzio assordante e di totale solitudine politica ed istituzionale è come chiederci di fare karakiri. Decidere di potenziare la propria presenza sul territorio e di ampliare il numero delle realtà produttive dipende da una politica economica e da un programma pensato e concordato, altrimenti o è una fandonia o un suicidio.

Fino ad ora ci siamo fatti carico di tutto: abbiamo perso l’Obiettivo 1 e ci siamo rimboccati le maniche e, per primi, abbiamo detto basta con l’assistenzialismo; abbiamo perso la deroga all’87.3.c e ci siamo ancora fatti forza frugando nelle pieghe (o piaghe?) delle risorse personali – morali e materiali; stiamo assistendo impotenti alla disintegrazione del polo elettronico, alla cassa integrazione delle imprese dell’indotto, alla chiusura di uffici storici come le Poste e l’Enel, alla possibile perdita di 110 mld per la costruzione della terza canna sotto al Gran Sasso. E v’è di più.

Il contratto di programma è in alto mare (forse non arriverà mai), il patto territoriale scomparso, i progetti integrati in stallo (mentre già si parla della possibilità di perderne il finanziamento), gli investimenti prendono sempre e solo la via per la Costa. Il tutto in un balletto di responsabilità tra le varie Amministrazioni che si rimpallano decisioni, temporeggiano in riunioni e tavoli di concertazione, elaborano dichiarazioni di intenti che restano solo intenti. Nel mentre i Comuni tacciono in materia di occupazione, di pianificazione commerciale, di organizzazione di una rete per il turismo: muti di fronte agli scippi ai danni della città, assistono al crescente isolamento dal resto del contesto regionale.

Non ci vuole uno statista per capire l’urgenza di un progetto che investa non solo la provincia dell’Aquila, ma l’intero territorio regionale nel quale trovino la giusta dimensione tutte le quattro Province, senza favoritismi miopi con i quali pensare soltanto a raggranellare qualche soldo in più per la città natìa del politico di turno.

Pianificazione del territorio e progettazione devono coinvolgere imprenditori, Camere di Commercio, e Comuni intorno ad un’amministrazione regionale che abbia un buon rapporto con Bruxelles, che conosca la normativa europea, che sappia quali sono le filiere del territorio.

Eppure, non c’è nessuno dalle nostre parti che possa svolgere un ruolo forte e di collante, che sia in grado di progettare per la prima volta in una nostra storia fatta solo di spartizioni del potere. Perché non guardiamo alla Toscana, all’Emilia o, per non andare troppo lontani, all’Umbria e alle più vicine Marche? Chi non sa creare almeno potrebbe copiare! Sganciamoci dalla logica borbonica che relega l’Italia nel Sud del mondo e proviamo ad andare oltre, a puntare al meglio, invece di consolarci facendoci i complimenti a vicenda per essere i migliori tra i peggiori.

Un personaggio forte, dicevo, non l’abbiamo mai avuto. Nella memoria storica di tutti c’è un Remo Gaspari, certo. Ma non era un uomo in grado di progettare il futuro, di creare economia, era solo un tecnico potente, uno che sapeva tutto degli atti amministrativi nelle pieghe più nascoste, dei sistemi elettorali, che conosceva le persone giuste nei posti giusti, che alzava il telefono e sistemava chi voleva: il polo elettronico contava 5000 addetti! Ma era vero sviluppo? La risposta sta sotto gli occhi di tutti.

Eppure la cultura dell’Abruzzo, e L’Aquila la rappresenta benissimo, resta quella antica che ha conosciuto l’acme negli anni cinquanta: statalismo, burocrazia, mancanza totale di coincidenza tra interesse pubblico e interesse politico. Perugia nel ‘300 aveva un signor ospedale che oggi sta ancora là, in città, bello, funzionale e ben tenuto, orgoglio di ogni cittadino. L’Aquila ha un ospedale irragiungibile per tutti, ormai vecchio benché appena costruito, inadatto ma costato miliardi: un progetto calato dall’alto che il suo ideatore, grandissimo architetto fiore all’occhiello della nostra città, ha redatto senza tenere a mente le esigenze, i problemi, i limiti… senza mettere il suo genio al servizio della sua Città. Questa è la nostra cultura, e allora ecco che amare L’Aquila significa razzolare sul Gran Sasso, gironzolare per strade ancora a misura d’uomo, riempirsi la bocca di qualche canto in dialetto e di qualche frase tipo L’Aquila bella me’.

Se il passato e il presente non fossero come li ho descritti, oggi, al polo elettronico ci porteremmo l’Enea, il Cnr e li attaccheremmo all’Università che, a sua volta, conoscerebbe una svolta da tempo attesa. Abbiamo investito miliardi, in quella landa, che, nel bene o nel male, ci hanno fatto costruire laboratori di ricerca di tutto riguardo, con maestranze e personale altamente qualificato che stiamo buttando a mare. E come scemi ce ne andiamo in giro per L’Europa e per il mondo a pietire l’intervento di chissà quale entità industriale e a vendere, svendendolo, un prodotto che è nostro e che come tale deve essere sentito una volta per tutte dalla gente e dai suoi politici.

Radichiamoci nel nostro territorio, conosciamolo, amiamolo, agiamo per esso, tutti insieme, provincia con provincia, promuoviamo l’Abruzzo per intero, non sezioniamolo come un morto. Per non farlo morire.

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