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Al Sud la culla delle Pmi femminili

Giovane, femminile e del Sud Italia. L’identikit dell’imprenditoria del terziario nel 2010 è quello di una giovane donna del Sud Italia e delle isole, dove non solo il settore ha retto ma ha anche creato nuove iniziative.



Eppure i problemi sul tavolo sono ancora diversi: l’accesso al credito, il riconoscimento della maternità o i diritti pensionistici. «Nel terziario le donne, pur con molti sacrifici, hanno retto nel periodo di crisi meglio degli uomini forse perché più abituate a ragionare in termini di economia reale» spiega la presidente nazionale di Terziario Donna Marilù Galdieri, che allo stesso tempo aggiunge però: «Ma è indubbio che le difficoltà esistano e siano molte, a cominciare dalle disparità di guadagno, dal mancato riconoscimento della maternità e dei diritti pensionistici, dalla mancanza di servizi per conciliare vita privata e lavoro». In particolare resta aperto il capitolo “accesso al credito”: «A parità di solidità aziendale l’imprenditrice incontra maggiori difficoltà a essere considerata un interlocutore affidabile su cui investire da parte delle banche» osserva la Galdieri.

Il terziario al femminile, nonostante le difficoltà, ha tenuto meglio di altri settori negli ultimi cinque anni con un -1,3% a fronte di un calo del 6,8% nell’agricoltura e del 7% nell’industria. Nel Sud e nelle isole il saldo è stato addirittura positivo con un +0,4 per cento. «La Sicilia resta la regione in cui il trend di nuove aperture di imprese al femminile è superiore alla media nazionale. Se da un lato è un segnale positivo dall’altro è lo sbocco naturale alla mancanza di lavoro dipendente, come fotografato dall’Istat. Il problema è che l’imprenditoria non può essere una semplice scelta di autoimpiego» spiega Patrizia Di Dio, presidente di Terziario Donna Palermo e amministratore delegato di La vie en rose, attiva nel commercio e produzione di abbigliamento. «Chi opera sul nostro territorio – spiega Di Dio – ha già diversi svantaggi competitivi da affrontare quotidianamente: la mancanza di infrastrutture e servizi, ad esempio. Allo stesso tempo siamo abituate alle emergenze e quando ci troviamo di fronte alle difficoltà del mercato siamo più pronte a reagire».Fra le prime dieci città in Italia a maggiore presenza femminile nel terziario ci sono Chieti (29,3%) e L’Aquila (28,4%). «Da un sondaggio fatto fra le iscritte a Terziario donna – commenta Gabriella dell’Olio, presidente Terziario Donna L’Aquila – è emerso che le imprenditrici continuano ad avere più difficoltà dei colleghi nell’accesso al credito. Difficoltà che si sono acuite con la crisi per chi non ha una storia imprenditoriale familiare, che faccia in qualche modo da garanzia». Sul problema specifico del dopo terremoto nell’aquilano, la dell’Olio spiega che Confcommercio è stata attiva da subito per supportare i piccoli imprenditori, ma nonostante questo «diversi non hanno ancora riaperto le attività a causa della mancanza di fondi. Ora le associazioni di categoria promuoveranno un comitato per fare il punto della situazione».

La crisi economica, più in generale, sta portando con sé strascichi di incertezze sulle prospettive future. «Vorrei investire in innovazione, per rinnovare gli ambienti e comprare strumentazione nuova, ma il clima di incertezza economica non permette alle imprenditrici di prendere decisioni in questo senso» spiega Emanuela Poffe, 38 anni, titolare di un’attività di ottica aperta 16 anni fa a Verona dopo il diploma. La Poffe è anche mamma di due bambini e ha sperimentato le difficoltà della maternità: «Resta il problema della conciliazione lavoro-famiglia comune a tutte le donne che lavorano. Per le piccole imprenditrici c’è poi l’aggravante dei costi della maternità, che non si possono coprire con i contributi che arrivano dall’Inps se si vuole essere sostituite da una persona qualificata».
Un contributo importante arriva dalle imprenditrici straniere, aumentate del 44% negli ultimi cinque anni, non senza difficoltà. «Sono donna, giovane e straniera. Devo combattere tre diversi tipi di diffidenze» spiega Lejdi Dervishi, nata a Tirana 28 anni fa e approdata in Toscana nel 2008. «Nonostante la mia laurea in lingue e il master in studi europei – racconta Lejdi – mi è stato subito chiaro che avrei avuto difficoltà a trovare un impiego in Italia. Così ho deciso di puntare sulla mia specializzazione e ora mi occupo di consulenza linguistica all’interno dello studio Echo, dove collaboro con un avvocato e una commercialista. E intanto mi mancano 3 esami per la laurea breve in Italia».
Una realtà variegata, quindi, che ha comunque problemi comuni. Proprio per questo, secondo il presidente nazionale di Terziario Donna, non bisognerebbe relegare questi temi «a rivendicazioni dolenti di piccole e micro imprenditrici, ma bisognerebbe approcciare il problema per ciò che è, una difficoltà di genere. Non si chiedono corsie preferenziali, ma parità di opportunità rispetto ai colleghi imprenditori».

Monica D’Ascenzo (tratto da “Il Sole 24 Ore”).

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