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Abruzzo, Rozzi: “2 prodotti su 3 contraffatti, le aziende perdono 54 mld l’anno sui mercati internazionali. Devono tutelare i marchi”

DOP/IGP/STG sono le sigle apparentemente astruse con le quali cerchiamo di tutelare i la qualità dei prodotti agroalimentari italiani, cioè il famoso quanto contraffatto Made in Italy. Il mercato nazionale è preso d’assalto dalla grande distribuzione internazionale ma dalle piccole aziende italiane non sembrano giungere segnali parimenti aggressivi verso l’esterno. Dunque, morire o pianificare il contrattacco?

Le nuove misure di defiscalizzazione contenute nella Legge di Stabilità quanto nell’Investment Compact incentivano gli investimenti in materia di proprietà intellettuale e il fatto potrebbe accendere il motore per un inizio di inversione di rotta: il 29 maggio alle ore 11 al Salone dei Prodotti Tipici dei Parchi d’Italia lo Studio Rozzi & Consulmarchi interviene proprio con una conferenza su “Proprietà Intellettuale nell’agroalimentare – tutelare la qualità per essere più competitivi nel mercato italiano ed estero”, relatori Lia LEPORE (Consulente Marchi in Italia e CE) su Marchi individuali, collettivi e denominazioni d’origine (DOP, IGP) per un agroalimentare di qualità nel mondo globalizzato; Giuseppe ROZZI (Avvocato d’impresa) su Marchi e segni geografici: connessioni e sconnessioni nel processo di internazionalizzazione,Fabrizio BERARDI (Commercialista) su Patent Box: il nuovo regime di tassazione agevolata sui proventi dello sfruttamento dei marchi; h 12.45 Dibattito.

All’Avv Giuseppe Rozzi – titolare dello Studio Rozzi & Consulmarchi – abbiamo chiesto che margine c’è per le imprese italiane di riappropriarsi di un mercato che dalla moda all’agroalimentare sembra ormai essere diventato appannaggio di altri, tra illegalità e mancanza di tutela.

L’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promozionare e commercializzare prodotti non riconducibili al nostro Paese rappresenta la forma più eclatante di concorrenza sleale e truffa nei confronti dei consumatori, soprattutto nel settore agroalimentare. A livello mondiale, il giro d’affari annuo è stimato in circa 54 miliardi di euro l’anno (147 milioni di euro al giorno), comunque oltre il doppio dell’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23 miliardi di euro): dunque almeno due prodotti su tre commercializzati all’estero si riconducono solo apparentemente al nostro Paese”.

Un problema esiste: è nella cultura o nella legge?

Fondamentalmente in entrambi gli ambiti ma le imprese italiane tendono a non avvalersi neanche degli strumenti già disponibili: già la registrazione di un semplice marchio individuale attribuisce il diritto esclusivo di impedire l’utilizzazione da parte di altre imprese, di concedere lo stesso in licenza e di ottenere finanziamenti. Praticamente un business intero. Le esportazioni italiane nel settore agroalimentare segnano un +46,6% di incremento tra il 2009 e il 2013: questo ci dice che i mezzi a disposizione non mancano.

La situazione dell’Abruzzo quale è?

C’è molto da fare, perché le specialità agroalimentari di qualità sono molte  – e, in più, inserite in contesti digrande valorepaesaggistico, storico e artistico – ma quelle assoggettate a tutela sono una porzione piccolissima rispetto al tutto. Basta pensare all’aglio rosso di Sulmona, al pecorino di Farindola, alla pasta di Fara San Martino, ai confetti di Sulmona, alla lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, alla mortadella di Campotosto eccetera. Sono tutte tipicità che rischiano di svanire nel nulla perché possono essere copiate e messe sul mercato da chiunque:  purtroppo l’utilizzo di denominazioni geografiche, di immagini e marchi che evocano l’Italia, rappresenta la forma più eclatante di concorrenza sleale e truffa nei confronti dei consumatori, ed avviene proprio e soprattutto nel settore agroalimentare. Ad ogni modo, si registra un sempre maggior interesse delle aziende italiane, ed anche abruzzesi, alla tutela dei propri marchi non solo in Italia ma anche all’estero, il che fa ben sperare.

Si tratta di un business importante…

Molto. A livello mondiale, il giro d’affari annuo dell’Italian Sounding è stimato in circa 54 miliardi di euro l’anno: 147 milioni di euro al giorno, comunque oltre il doppio dell’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari che ammonta a 23 miliardi di euro. Praticamente, due prodotti su tre sono spacciati come italiani, cioè sono finti, con il risultato che altri “sfruttano l’italianità” al posto nostro. Come vedete il margine per fare business c’è, ed è pure a portata di mano, ma se lo accaparrano altri.

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