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Abruzzo. Legambiente: subito il piano cave e regole per tutelare il territorio

Enormi crateri, come ferite aperte sul territorio, costellano i paesaggi italiani. Da Nord a Sud le cave attive in Italia sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, mentre se aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17 mila.

Nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità dei materiali lapidei estratti, i numeri rimangono comunque impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012.

A governare un settore così importante e delicato per gli impatti ambientali è tuttora un Regio Decreto del 1927, con obiettivi chiaramente improntati ad uno sviluppo economico oggi superato. Inoltre in molte regioni, tra cui l’Abruzzo, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e un’assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

“Questo rapporto racconta ancora la storia di una regione che nonostante i tentativi fatti con buoni propositi, non ancora riesce a dotarsi di una pianificazione moderna e sostenibile, come la legge impone. – dichiara Giuseppe Di Marco, Legambiente Abruzzo – Bisogna puntare sul riciclo degli inerti per creare lavoro e nuove aziende della green economy, ridurre il consumo di suolo e l’impatto sul paesaggio.”

Uno strumento, quindi, fondamentale per  promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive, con nuove regole. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili. Con l’obiettivo di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già fissata al 2020 dalla Direttiva 2008/98 quando si dovrà raggiungere l’obiettivo del 70% di recupero di materiali inerti.

L’ assenza del piano nella nostra regione crea una  situazione di incertezza che non possiamo più permetterci visto  gli interessi economici che si hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo delle aree delle cave, da qui si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore.

“Per questo ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi autorizzazione per nuove concessioni – continua Di Marco – In un’ottica di sviluppo sostenibile è possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”.

Raggiungere questi obiettivi in tempi brevi è possibile e per questo l’Associazione chiede: di rafforzare la tutela del territorio e della legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio; di accelerare l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni. Il tutto per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi.

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