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Abruzzo, Confindustria e “L’impresa che verrà”: globalizzazione e protezionismo frenano

La globalizzazione frena: globalizzazione significa commercio internazionale e questo si muove lentamente, insieme al protezionismo dipinge lo scenario che vediamo.
Ad aumentare un’incertezza già forte sono gli appuntamenti elettorali, incognite nazionali ed europee.
Lo ha detto Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria nazionale oggi a Pescara per la Convention di Confindustria Abruzzo “L’impresa che verrà” che si è svolta al Porto Turistico, nei locali della Camera di Commercio.
“La Cina ormai produce anche i semilavorati che prima importava: praticamente i Paesi emergenti stanno commerciando tra loro e l’invecchiamento della popolazione insieme all’allungamento della vita ha abbassato la capacità produttiva dei lavoratori e modificato la domanda. A far ristagnare la domanda si aggiunge l’innalzamento dei livelli di benessere. Dunque ecco il Pil lento, all’inizio dell’autunno c’è stata una piccola crescita ma i dubbi sono sul prossimo futuro: lo scarto di Pil rispetto al pre-crisi oggi è dell’8%.

Il presidente nazionale Vincenzo Boccia vicino al presidente regionale Ballone

Il presidente nazionale Vincenzo Boccia vicino al presidente regionale Ballone

I G20 volevano evitare proprio il protezionismo che seguì alla crisi degli anni ’20 e invece sono arrivati i dazi. Abbiamo un ritorno delle imprese che dopo la delocalizzazione invece tendono ora a riportare la produzione a casa propria. L’Italia arranca e non può pensare di attaccarsi ai grandi perché anche questi sono in difficoltà: deve fare da sola.
Il manifatturiero continua ad essere il segmento di punta: l’Italia è la seconda al mondo, da sola ha il 28% del mercato mondiale: il problema è che non lo sa, appena il 30% della popolazione ne è consapevole.
La redditività del capitale investito oscilla tra un + 265 e un – 18% senza alcuna distinzione di aree geografiche o di segmento produttivo. La differenza la fanno le persone, il carattere dell’imprenditore: l’imprinting che imprime alla sua azienda, l’organizzazione, l’attitudine a fare crescere le competenze, la valorizzazione dei lavoratori, la capacità di lavorare in team, agli ultimi posti sta la capacità di comando, il rischio, il decidere da solo.
Questi sono i dati che sono emersi a livello mondiale, non solo per l’Italia.
La percezione della figura dell’imprenditore, invece, nel nostro Paese è molto bassa, altrove non è così. Questo significa che i nostri imprenditori non comunicano al territorio chi sono e cosa fanno.
AGEA, 17 novembre 2016

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