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HomeTutte le agenzieL'industriale_ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA 27 Maggio 2004 RELAZIONE DEL PRESIDENTE LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO

_ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA 27 Maggio 2004 RELAZIONE DEL PRESIDENTE LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO

Autorità, imprenditrici, imprenditori, signore e signori,

ho negli occhi decine di Assemblee di Associazioni Industriali alle quali ho partecipato e il volto di centinaia e centinaia di imprenditori e imprenditrici. Con l’impegnativo compito di Presidente della Confindustria, che mi è stato affidato, ho il dovere di testimoniare la loro passione e la grande voglia di fare nonostante la stagione difficile.

Sono orgoglioso di essere stato scelto e rivolgo un grazie di cuore all’intera Confindustria che rappresenterò tutta. Spenderò ogni energia per soddisfare le aspettative dei colleghi Imprenditori. So di aver accettato una grande responsabilità, ma la vivo anche e soprattutto come un grande onore: quello di rappresentare le imprese che hanno contribuito a rendere grande il nostro Paese nel corso degli anni.

E’ un momento drammatico, non solo per l’economia, ma per la vita di tutti noi, alle prese con eventi che sembravano ormai relegati nei libri di storia, se non in quelli di una brutta letteratura. Le immagini che ci giungono dal Medio Oriente, i tragici atti di terrorismo, le barbare esecuzioni, le torture inflitte ai vinti, il clima di guerra crescente, le divisioni culturali e religiose che tornano da un passato lontano, incombono su di noi: ci sentiamo sperduti, disorientati, minacciati.

Emerge evidente un desiderio di distogliere lo sguardo da queste immagini: non per relegarle nel fondo della nostra coscienza, ma per avviare un nuovo processo di ricostruzione delle relazioni internazionali, fondate sulla pace, sul rispetto, e sulla sicurezza.

C’è una voglia palpabile di vedere un segnale di ripresa, di sentire che qualche cosa si rimette in marcia, nel mondo e in Italia.

Di questa voglia si è fatto coraggioso interprete il Capo dello Stato, Carlo Azelio Ciampi. Instancabile, si è prodigato nel richiamarci alle nostre responsabilità. A vedere quello che ancora c’è da costruire. A rifiutare logiche rinunciatarie.

Grazie, Signor Presidente.

 

 

Noi non ci tireremo indietro e lo faremo senza lasciarci andare al qualunquismo e alla protesta di chi crede che le colpe siano tutte degli altri.

Aumenta nel Paese la domanda di soggetti capaci di dare un contributo positivo. C’è una ricerca, quasi spasmodica, di una forza di attrazione che sappia catalizzare le migliori energie. A questa domanda bisogna dare una risposta.

L’obiettivo più importante che abbiamo di fronte è quello di ritrovare come Paese, come cittadini, come imprenditori un clima di fiducia.

Esiste un momento, nella vita di ciascuno di noi, nell’evolversi delle classi sociali, nell’operare delle categorie, nella dinamica della società, in cui occorre restituire qualche cosa di quello che abbiamo avuto. E noi, come imprenditori e come cittadini di questo Paese, abbiamo avuto molto.

Essere classe dirigente significa anche questo: restituire al Paese parte di ciò che si è ricevuto.

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Spetta a noi rifiutare la logica del declino. E noi la rifiutiamo guardando a noi stessi e a ciò che possiamo migliorare nelle nostre aziende.

Alle Istituzioni e alla politica spetta invece il compito di predisporre il migliore ambiente per il progresso.

Ma non mi stancherò mai di ripetere che, come imprese, abbiamo comunque il dovere di progredire e crescere con le condizioni esistenti sul mercato.

Nelle imprese, fra gli imprenditori di tutti i settori, fra i rappresentanti dei lavoratori si percepiscono una forte voglia di riscatto, l’orgoglio di partecipare, l’ambizione di riuscire.

Dobbiamo rimboccarci le maniche! Affrontando la concorrenza che c’è. Innovando i nostri prodotti. Investendo in ricerca ed in nuove capacità produttive che ci consentano di stare sul mercato: nessuno di noi può dirsi appagato. Ogni calo di tensione danneggia il nostro Paese e impoverisce i nostri figli. Quello che abbiamo, recita un antico detto, lo abbiamo in prestito da loro.

Un mondo in bilico tra vecchio e nuovo

Ed è il mondo intero che, oggi, si trova in bilico tra una modernità che irrompe offrendo nuove sfide e un passato che ci imbriglia e ci immobilizza in arcaici stereotipi.

Non servono molte analisi: basta ricordare i fatti. Nel mondo si sta combattendo una guerra contro un terrorismo ormai, purtroppo, globale. Si può essere a favore o contro le specifiche strategie adottate dai diversi governi, ma è certo che stiamo vivendo una transizione epocale.

Ma nel mondo ci sono anche la fame, intollerabili divari di reddito, l’ingiustizia, la povertà, la mancanza di condizioni di vita accettabili e i ricchi non possono non vedere tutto questo.

Aree intere del globo sono alle prese con la modernizzazione e con l’accesso alla democrazia, sotto la spinta di pulsioni interne e di condizionamenti esterni. Questo fenomeno ha prodotto notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita di molti popoli, ma ha anche generato reazioni e fondamentalismi.

L’epoca del nazionalismo solitario è tramontata e i paesi non sono più entità chiuse ed indifferenti a ciò che avviene altrove. Riuniti in Organizzazioni Internazionali, essi costituiscono una Comunità Mondiale che sta tentando di darsi regole di convivenza tra paesi e di imporre il rispetto di diritti umani inalienabili all’interno degli stessi.

Nel corso degli ultimi anni, i nostri soldati, come quelli di molti altri paesi, sono usciti più volte dai confini nazionali per azioni d’intervento umanitario, sotto l’egida della comunità internazionale. Abbiamo anche pagato un tragico tributo di sangue.

Ai soldati italiani, oggi impegnati in queste missioni, va il nostro riconoscimento e il nostro sostegno: grazie Ragazzi! Siamo orgogliosi di Voi!

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La diplomazia internazionale deve riprendere a giocare un ruolo. Chi farà il primo passo verso la pace, non farà un passo indietro, ma farà compiere un grande passo in avanti alla storia del mondo.

Diamo un’opportunità alla Pace costruendo un mondo sicuro.

I nuovi mercati dell’Asia

Un discorso non diverso vale in economia, con la globalizzazione che porta progresso ma anche rischi di nuove ingiustizie. L’innovazione tecnologica ha abbattuto molte barriere ed ha messo in competizione paesi distanti tra di loro con capacità competitive, culture e tradizioni estremamente diverse. Basti pensare alla Cina: ieri Continente chiuso in una sorta di medio evo perpetuato dalla divisione del mondo nei due blocchi; oggi Paese nuovo che si apre al mercato, pur conservando forme di dirigismo che gli consentono di competere con costi ed innovazioni che i paesi industriali penano a sopportare.

In particolare, noi europei siamo stretti tra la paura della deindustrializzazione e l’occasione dell’apertura di un mercato continentale. Un mercato fatto da circa la metà della popolazione mondiale, se assieme alla Cina contiamo anche l’India e tutti i paesi asiatici, oggi ancora ai margini della modernizzazione.

Certo, dobbiamo difendere i nostri diritti e dobbiamo imporre il rispetto delle regole internazionali: su questo saremo inflessibili ed esploreremo tutte le vie necessarie.

La lotta contro la contraffazione ed il furto dei brevetti deve essere condotta con l’uso di tutti gli strumenti. A cominciare, finalmente, dalla maggiore efficienza delle nostre dogane che devono fermare l’afflusso di prodotti falsi.

Ma dobbiamo soprattutto prepararci all’allargamento del mercato mondiale che richiederà nuove produzioni, nuovi servizi ed un nuovo modo di stare sul mercato.

L’organizzazione della produzione

Il mercato che si allarga non è solo un mercato di esportazione. E’ sempre più anche un mercato di produzione, di ricerca e di innovazione. Per questo dobbiamo difenderci dalle sempre latenti tentazioni autarchiche.

La scomposizione dei processi produttivi permette di concentrare in alcuni mercati funzioni specifiche, lasciando altre attività ad altri mercati. Questa non è deindustrializzazione, se non nelle menti di chi crede che il mondo produttivo sia fisso per sempre in certi stereotipi.

Il lavoro in fabbrica sarà sempre fondamentale, ma l’operaio non è più lo stesso di cinquanta o cento anni fa. Funzioni come la ricerca, l’innovazione, la fabbricazione dei prototipi, la logistica, il controllo di qualità, la finanza, la commercializzazione, la promozione, l’assistenza al cliente, l’ingegnerizzazione dei processi e dei prodotti, la produzione di parti specifiche, e così via, rappresentano ormai la parte principale delle nostre attività. Danno lavoro e reddito come e di più di quanto assicurava, cinquanta anni fa, la produzione di massa di processi verticalmente integrati.

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Qualcuno chiama questi fenomeni: la via verso i servizi e la terziarizzazione dell’economia. A noi interessano poco le definizioni statistiche e sociologiche. Importa il processo produttivo. Da sempre l’impresa produce servizi, misti con i manufatti. Continueremo sempre a produrre beni. Ma il contenuto di servizio aumenterà progressivamente, man mano che ci sposteremo nella fascia alta della gamma delle produzioni.

Il nuovo paradigma produttivo è capace di generare maggiori redditi e maggiori soddisfazioni. Sono stati sconfitti quanti, scioccamente, pronosticavano la fine del lavoro che invece nel mondo è cresciuto ed è aumentata la sua qualità, specie nei paesi sviluppati.

Nuovi mercati e nuove tecnologie ci consentono di avviare nuove organizzazioni produttive. Possiamo scegliere, se chiuderci al nostro interno nel tentativo di non cambiare nulla, o aprirci a queste nuove esperienze anticipando quanto stanno facendo altri paesi.

Uscire dalla stagnazione

Dobbiamo uscire da questa fase di stagnazione. La produzione industriale dei primi mesi del 2004 è ferma sugli stessi livelli dell’autunno del 2001. Di fatto, siamo tornati ai livelli di produzione di 6 anni fa.

Certo, il fenomeno non dipende tutto da noi e non siamo i soli a soffrire della stagnazione. Francia e Germania condividono con noi una stagione di deludenti risultati. Nel 2003 il PIL è aumentato dello 0,4% in Francia, mentre è sceso dello 0,1% in Germania. In Italia la crescita è stata appena dello 0,3%.

Ma noi imprenditori siamo abituati a confrontarci con chi va meglio, non con chi va peggio. Questa è la logica delle imprese. Questa è la logica se si vuole migliorare. Non abbiamo bisogno di consolazioni, ma di trovare in noi sempre nuovi stimoli.

Nello stesso 2003 la Spagna è cresciuta del 2,4%, il Regno Unito del 2,3%, il Giappone del 2,7%, gli USA del 3,1%. Non sto parlando, ovviamente, della Cina il cui tasso di crescita eccede l’8% annuo.

Non è vero che dobbiamo rassegnarci ad una bassa crescita perché ormai siamo troppo ricchi. Il Paese ha ancora sacche di povertà ed aree non sviluppate. Comunque non esiste in economia la logica dello stare fermi. O si cresce o si regredisce. Sta a noi decidere. Non esiste alcun male oscuro né alcuna maledizione che ci impedisce di crescere.

All’inizio degli anni Novanta l’Italia deteneva il 5 % del commercio mondiale. Oggi siamo al 4%. Certo, la crescita di nuovi mercati e di nuovi concorrenti determina necessariamente una riduzione delle quote degli altri paesi. Ma perché la Francia, la Germania e gli USA hanno difeso meglio le loro quote di mercato?

La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed efficienza della Pubblica amministrazione.

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Non è così per tutte le imprese. Abbiamo anche imprese eccellenti che sanno stare sui mercati. Ma il nostro obiettivo è avere il maggior numero possibile di imprese capaci di stare sui mercati.

Per raggiungere questi obiettivi dobbiamo lavorare tutti assieme. Con uno spirito di squadra, che veda le banche vicine all’industria, la distribuzione accanto ai marchi, la finanza assieme alle piccole imprese, i servizi alleati tra di loro e capaci di trascinare l’industria nella competizione mondiale e nella soddisfazione del cliente. Occorre che la Pubblica Amministrazione accompagni le imprese, non le ostacoli.

E dobbiamo fare presto. Perché, paradossalmente, oggi abbiamo condizioni favorevoli, ancora con bassi tassi di interesse. Domani non sarà più così. Se, come speriamo, la ripresa prenderà vigore, allora avremo un rialzo del costo del denaro, con rischi e tensioni per chi vive sul debito. E il nostro Stato ha un debito che supera il PIL. Questo significa che il pagamento di interessi da parte dello Stato crescerà, rendendo più difficile il controllo della finanza pubblica e più instabile la nostra economia.

Non aspettiamo di trovarci in quelle situazioni. Muoviamoci prima. Dobbiamo adottare politiche efficaci per lo sviluppo investendo risorse pubbliche in ricerca e in infrastrutture. Dobbiamo contestualmente sostenere lo sforzo del Governo di mantenere la stabilità dei conti pubblici.

Le imprese devono innovare

E il primo passo lo devono fare le imprese. Sta a noi costruire le condizioni per stare sul mercato. E’ li che si misura la qualità dell’imprenditore. La concorrenza si batte solo se si sa innovare.

L’innovazione non è qualche cosa che si fa una volta nella vita e poi si vive di rendita. E’ invece una fatica quotidiana. E’ il prodotto di una forma mentis che rimette sempre tutto in discussione.

L’innovazione è un’ansia continua che ci deve portare a migliorare i nostri prodotti, i nostri processi produttivi, le nostre tecniche di vendita, i servizi connessi ai nostri prodotti: in altre parole, la gestione delle nostre aziende.

L’innovazione è anche rischio e investimento, in persone e mezzi. Essa presuppone la vicinanza della finanza, che sappia accompagnare le idee dell’imprenditore e sappia dargli quello spazio di risorse capaci di portare a termine i progetti. Che aiuti il piccolo imprenditore come il grande a riprendere la strada dei brevetti, su cui si misura il grado di innovazione di un Paese.

Presuppone che le imprese coinvolgano cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di conoscenze, desiderosi di sperimentare.

Troppo pochi laureati sono impiegati nelle nostre aziende. Troppo pochi giovani scelgono gli studi scientifici. La bolla speculativa degli anni ’90 ha avuto, tra gli altri, anche l’effetto di distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione, per tentare la via facile della finanza. Abbiamo visto come è andata a finire. Riprendiamo a

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lavorare, tutti, concentriamoci sui nostri “fondamentali”: i nostri uomini, i nostri prodotti, i nostri clienti!

Non mi stancherò mai di ripetere: innovazione, innovazione, innovazione, da Ragusa a Trento, dall’agricoltura all’elettronica, dai giovani agli anziani, dai letterati agli ingegneri, dal professionista al pubblico ufficiale.

Lo Stato deve investire in istruzione e ricerca

Ma l’innovazione da sola non basta. Le nuove produzioni e i nuovi lavori presuppongono forti investimenti in formazione e ricerca. Il mondo è tornato a viaggiare sulle idee. Questo dovrebbe renderci tutti più ottimisti. Ma le idee non vengono solo dalla fantasia innata dei geni isolati, sono il prodotto di una applicazione perseverante e di uno studio profondo e diffuso di milioni di individui.

Se dovessimo immaginare quale sarà l’Italia dei prossimi venti anni e se dovessimo avviare un progetto per essere competitivi anche tra venti anni, credo che non ci sarebbe altra risposta che investire nella ricerca. Nessuno di noi sa quali saranno i settori e le produzioni di domani. Ma tutti abbiamo chiara la percezione che chi parteciperà allo sforzo di ricerca mondiale sarà in grado di competere nel mondo di domani.

Dobbiamo investire in ricerca più di quanto oggi facciamo. Siamo agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi per investimento nella ricerca. Noi dobbiamo riuscire a spostare nella ricerca un punto di PIL.

Questo è un campo dove le imprese da sole non bastano. La ricerca è sforzo principale di tutta la comunità scientifica del Paese. In ogni Paese, c’è lo Stato dietro il sistema della ricerca nazionale. Questo, non per esonerare le imprese, ma per rendere il senso delle proporzioni. Se il sistema della ricerca è vivace, tutta l’economia è moderna. Le nostre esportazioni sono tradizionali perché il Paese fa poca ricerca. Non era così 30 anni fa.

Occorre avviare una vera politica della formazione e della ricerca a livello Paese. Noi non possiamo assistere alla mortificazione del nostro sistema di educazione. I Paesi in declino non sono quelli che perdono qualche grande impresa, ma sono quelli che non investono nell’educazione e nella ricerca. E’ lì il segno del declino, il rischio di vivere sul consumo del proprio patrimonio di conoscenze.

Scuola e Università sono un patrimonio fondamentale per il nostro Paese, dove si formano i nostri giovani. E’ da lì che verrà il nostro futuro. Ognuno di noi passa o è passato, attraverso queste strutture. Certo, i più fortunati possono scegliere anche strutture estere, più efficienti. Ma la competitività del Paese si misura sulla massa delle competenze, non sulle punte di eccellenza di pochi individui.

Un patto per la riforma del sistema dell’istruzione

Eppure dobbiamo constatare che ogni tentativo di riforma o adeguamento del sistema educativo italiano genera più reazioni negative che sostegni interessati. Qui non ci sono differenze politiche.

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Oggi è questo Governo che sta incontrando resistenze a varare una buona riforma. Molti degli obiettivi perseguiti, come quello dell’istruzione fino a 18 anni, dell’alternanza scuola lavoro sono validi per tutti.

Ieri c’era un governo diverso politicamente, ma altrettanto ostacolato nei progetti di riforma del sistema dell’istruzione e della ricerca. E se andiamo indietro nel tempo, non è possibile ricordare alcun progetto di reale riforma della scuola che abbia avuto il sostegno delle parti interessate.

Così, il sistema educativo italiano si dibatte tra riforme parziali, carenza di risorse, avversioni interne, attese di rivincite politiche. La pur buona volontà dei singoli operatori del settore non basta più. Ogni riforma avviata rischia di essere annullata da un’altra riforma di segno opposto, che finirà per fare la stessa fine.

Bisogna dirlo chiaro: l’alternanza politica non è e non deve essere un ribaltone istituzionalizzato, dove ogni 5 anni si cambia tutto, per non cambiare mai nulla nella sostanza del Paese.

E’ tempo di sostenere un progetto di progressivo investimento nell’istruzione che coinvolga tutti: le parti sociali, gli operatori del settore, le istituzioni, ma soprattutto la politica.

La mia proposta è semplice. Sull’istruzione e sulla ricerca si gioca il destino del Paese. Bisogna che su un disegno pluriennale di riforma e di obiettivi si impegnino maggioranza ed opposizione affinché, pur nell’alternanza possibile della democrazia, si segua con continuità il progetto di modernizzazione del sistema educativo e della ricerca italiano.

In altre parole, si tratta di applicare alla politica un po’ della logica della concertazione. Questo non è consociativismo, ma senso di responsabilità nei confronti dei cittadini. Ogni formazione politica avrebbe sempre la libertà di interpretare il senso della modernizzazione, ma entro un quadro di obiettivi condivisi. Ogni parte in causa deve saper mettere in discussione se stessa ed accettare la sfida della modernizzazione

Soprattutto risponderemmo a quell’esigenza d’ammodernamento della ricerca e dell’istruzione che è stato sollevato al Vertice di Lisbona e che è stato riconosciuto valido da tutti, salvo poi essere spesso disatteso.

L’Europa

Un simile obiettivo ci darebbe una maggiore credibilità in Europa, dove anche il sistema di istruzione e ricerca presenta grossi limiti. E ci darebbe anche la possibilità di collaborare più attivamente alla costruzione di questa nuova istituzione.

Dobbiamo riconoscerlo. In questi ultimi tempi abbiamo rimpianto fortemente di non aver ancora concluso il processo di unificazione europeo. C’è una domanda di Europa fortemente crescente, mentre non c’è ancora una risposta adeguata. Noi dobbiamo dare questa risposta. Le imprese vogliono che la Costituzione Europea sia firmata il più presto possibile, entro i prossimi giorni, per dare il via al processo di costruzione di una unità politica.

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Questo è un pressante appello che facciamo al Governo del nostro Paese ed a quelli degli altri paesi europei. Noi non siamo euroscettici. Noi non crediamo che l’Europa stia nascendo male. Noi pensiamo invece che occorra accelerare i tempi.

L’Europa che costruiamo è la più grande innovazione istituzionale di questi tempi. Non esiste altrove alcuna esperienza di costruzione di una nuova aggregazione istituzionale fra Stati che contemperi l’unità politica con la sovranità nazionale. Nel passato le unioni avvenivano solo dopo una guerra, attraverso l’applicazione della legge del vincitore, lasciando strascichi drammatici, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

E’ il segno che la Vecchia Europa si è rimessa in marcia ed ha ancora molto da dire al mondo, anche a quello nuovo che riproduce ancora vecchi comportamenti nazionalistici.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di rinunciare a molti egoismi nazionali. Dobbiamo accettare lo spirito delle decisioni a maggioranza, sapendo che in Europa conterà chi ha progetti di crescita, non chi userà del diritto di veto per avere piccoli vantaggi e deroghe temporanee.

Ma l’Europa deve essere più semplice. Oggi l’Europa è il Continente più aperto per imprese e prodotti che vengono dall’esterno ed il più chiuso per le imprese europee che operano con i forti ostacoli interni.

L’Europa burocratica, dalle molte leggi incomprensibili, non è una iattura inevitabile. Non è solo il prodotto di una burocrazia internazionale sorda e cieca. Essa è anche il prodotto dei nostri egoismi, dell’azione degli interessi organizzati in corporazioni, del gioco perverso delle amministrazioni nazionali che si ergono a tutela di piccoli interessi, spinti solo dal desiderio di salvare la proprie competenze.

Mercato e Concorrenza

Invece l’Europa ed i nostri Stati hanno bisogno di maggiore concorrenza. Oggi il mercato e la competizione non sono più in auge. Le difficoltà economiche europee hanno spinto molti paesi a riscoprire le presunte virtù dell’intervento pubblico in economia.

Ma il mercato e la concorrenza non sono optional che si prendono solo quando fa comodo. Le loro regole sono la costituzione sostanziale delle imprese.

Molti osservatori che, nell’ultimo periodo, hanno cercato di dare una spiegazione della difficoltà dell’economia italiana, concordano nel dire che è la mancanza di concorrenza quella che genera il maggiore disagio.

Una mancanza di concorrenza che è forte in molti settori, e che ha contribuito a mantenere piccole le dimensioni delle imprese, specie nei servizi. Una carenza di concorrenza che deriva anche dalla permanenza di confini nazionali e di barriere linguistiche. Che è giustificata dalla difesa di prerogative locali e culturali.

Ne è derivato un circuito perverso. La mancanza di concorrenza ha reso più deboli alcune nostre strutture. La loro debolezza è oggi motivo per chiedere nuove protezioni, anche per

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“non cedere allo straniero” presunti campioni nazionali. E’ così che, per difendere piccoli interessi locali, spesso si finisce per perdere tutto.

La protezione delle professioni e la pretesa di mantenere un rapporto di tipo personale e fiduciario ha solo aperto il mercato italiano alle grandi imprese internazionali di studi giuridici, di ingegneria, di consulenza, ecc..

La parcellizzazione delle nostre imprese di servizi locali rischia solo di evitare la nascita di competitori mondiali, quando anche questi servizi saranno sul mercato globale.

Lo stesso vale nel settore dei trasporti e nell’industria, dove le maggiori difficoltà le troviamo in quei comparti che hanno goduto di una protezione.

Il settore delle banche, che negli ultimi anni ha fatto grandi progressi grazie alla apertura della concorrenza, soffre comunque ancora del ritardo con cui il processo è partito, tanto che banche straniere sono presenti nel nostro mercato ben più di quanto accada per il contrario. E in giro per il mondo sentiamo la mancanza di banche italiane che accompagnino la nostra internazionalizzazione.

L’industria crede nella concorrenza e la sua associazione, Confindustria, non persegue gli interessi dei suoi maggiori iscritti e neppure quelli della produzione in opposizione a quelli dei consumatori o dei lavoratori.

Confindustria ha l’ambizione di essere un’istituzione di tutte le imprese, volta a far funzionare bene l’ambiente in cui le imprese possono realmente crescere e prosperare: ossia il mercato con le sue regole della concorrenza.

Il ruolo delle imprese per un mercato più trasparente

E il primo passo per la costruzione di un mercato valido sta proprio nei comportamenti delle imprese. Per questo, nel mio programma, ho messo in evidenza il ruolo che le imprese devono svolgere, riscoprendo l’orgoglio di fare da sole.

Finora una sorta di pudore faceva arrestare tutti i nostri ragionamenti alla soglia della nostra casa, dove ciascuno di noi si sentiva dominus e non accettava consigli. Non è più così nelle società moderne. L’impresa è anche cosa pubblica, nel senso che coinvolge più soggetti (lavoratori, clienti, fornitori, ecc.) e usa risorse altrui, ambientali e finanziarie.

In questa accezione, la trasparenza gestionale è necessaria, sia come responsabilità verso gli altri, sia come fattore di competizione. Come responsabilità perché si impiegano fattori della produzione che non ci appartengono e che devono essere adeguatamente remunerati e preservati. Come fattore di competizione, perché si affermano i nostri marchi, solo se si è capaci di garantire qualità della produzione e continuità, che deve poggiare su di un modello di gestione trasparente, capace di mettere l’impresa al riparo dalle vicissitudini della famiglia azionista e dal rischio di avventurismo del management.

La tutela del risparmio non è solo un atto dovuto nei confronti dei milioni di risparmiatori.

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Dobbiamo accettare la sfida della trasparenza e aprire le nostre imprese ad un efficace sistema di controlli: è nostro interesse tutelare il risparmio, è il nostro impegno perseguire la moralità degli affari.

Io sono uno di quegli imprenditori che sentono l’impresa, prima come responsabilità e poi come proprietà. Una responsabilità che a volte non ci fa dormire la notte, ma che ci dà felicità ed orgoglio quando riusciamo a realizzare progetti che altri non immaginano nemmeno.

La trasparenza deve essere la nostra etica. Una trasparenza di gestione che non vuol dire mettere in piazza i segreti di conduzione, ne burocratizzare le procedure. Ma vuol dire separare nettamente le funzioni della proprietà da quelle della gestione, pur se fanno capo necessariamente alla stessa persona nelle imprese famigliari.

La famiglia resta il fulcro dell’imprenditoria, ma la famiglia imprenditrice non può essere una famiglia come le altre. Essa deve avere la capacità di distinguere quando parla come proprietà e quando parla come gestione dell’impresa. Deve saper valutare le professionalità in azienda senza essere distorta da normali sentimenti affettivi. Essa deve conquistare una cultura manageriale che è necessaria per crescere ed aggregare nuovi soggetti che non possono e non devono riconoscersi nella cultura famigliare, che resta un valore eccezionale, ma da riservare a pochi intimi.

La concertazione

Se noi, come imprese, dobbiamo guardare al nostro interno e molto dobbiamo fare per tenere il passo della competizione, non potremo certo fare tutto da sole. Occorre che tutto il Paese si metta in marcia. Occorre che si riprenda con nuovo entusiasmo e fiducia reciproca il dialogo tra le parti sociali.

Da parte mia ringrazio sinceramente per quello che hanno detto i rappresentanti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori all’indomani della mia designazione. Lo considero come la testimonianza di un desiderio sincero di confronto. Le ho prese come un invito a riannodare i fili di un dialogo.

Lo stesso vale per le posizioni espresse dalle altre Associazioni di categoria, che rappresentano parti determinanti della nostra economia. Commercio, Banche, Assicurazioni, Artigianato, Agricoltura, Industria, Cooperazione, non sono più categorie statistiche separate da definizioni e da interessi contrastanti. Sono componenti intersecate di un’unica realtà: l’impresa.

Noi, tutti assieme, possiamo condividere un progetto per il Paese. E’ in questo modo che possiamo contribuire anche noi a creare fiducia Perché condividiamo, credo, la stessa preoccupazione sulla tenuta del nostro apparato produttivo, e sulla necessità di creare più occupazione. Per questo dobbiamo avviare analisi congiunte, individuare obiettivi, definire gli strumenti e, soprattutto curare l’implementazione della azioni necessarie. Senza una vera attenzione alle cose da fare, si rischia di rielaborare l’ennesimo elenco delle cose da fare.

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Con questo non voglio proporre alcun Patto dei Produttori, come se dovessimo difenderci dal mercato, né intendo sostituire l’opera della Politica, né tanto meno quella del Governo. Vogliamo però essere protagonisti del nostro futuro e non semplici soggetti passivi.

Vogliamo, credo tutti assieme, chiudere la stagione dei dissidi e delle incomprensioni. Una stagione che non ci appartiene. Così facendo, non solo daremo un contributo a risolvere i nostri problemi. Ma potremo anche dare un segnale al Paese che è tuttora scosso da troppe divisioni, con un, ormai insopportabile, tasso di litigiosità. Un Paese, invece, che ha bisogno di fattori di convergenza.

Un Paese dove vedo un pericoloso ridursi dell’autorevolezza delle nostre istituzioni. Parlamento, Governo, Amministrazioni Locali, Magistratura, Autorità di controllo e di garanzia si trovano troppo spesso in una contrapposizione reciproca difficile da accettare e sotto attacchi mediatici spropositati.

Guai se ciò continuasse. Mettere in discussione le Istituzioni significa tagliare il ramo su cui si è seduti. Giocare su una loro contrapposizione finirebbe solo per deludere la gente. Nessuno si chiederebbe quale delle istituzioni ha ragione, ma tutti sarebbero convinti della decadenza del Paese intero.

Certo, le istituzioni devono essere autorevoli per i loro comportamenti. Ma noi dobbiamo aver fiducia in esse, nella loro storia e nella loro professionalità, con la quale è stato costruito questo Paese: che non è l’ultimo al mondo, ma occupa i primi posti.

E ognuno deve correttamente svolgere il proprio ruolo: l’autonomia delle parti sociali rispetto alla politica è essenziale in un quadro di collaborazione. Per la Confindustria l’autonomia è e sarà sempre una caratteristica indiscutibile del suo modo di essere.

Noi, come parti sociali, veniamo da una stagione lunga di concertazione, che ha dato grandi frutti, ma ha generato anche talune incomprensioni. Noi intendiamo ripartire dai primi.

Il patto sociale del 1993 è tuttora valido ed è soprattutto valido nello spirito con cui esso venne firmato. Ha consentito al Paese di fermare i processi inflattivi. Ha garantito ai lavoratori una difesa del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ed una crescita dell’occupazione. Ha permesso alle imprese di affrontare una stagione di stabilità dei cambi.

Dobbiamo ripartire da lì, per affrontare i nuovi problemi. Il valore di quell’accordo non stava solo nell’aver posto fine ad una lunga stagione di tensioni. Esso ha rappresentato uno scambio tra le parti sociali che si sono fatte reciproca fiducia: uno scambio che ha fatto nascere nuove relazioni industriali, eliminando automatismi inflattivi. E’ lo scambio la connotazione principale. Dopo di allora abbiamo anche fatto nuovi accordi, ma senza più rimetterci in gioco. Non è questo lo spirito della concertazione.

Credo che dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro interno, di metter da parte gli estremismi, di riprendere la via del dialogo diretto, non per una questione di principio, ma perché ci sono nodi che attendono di essere sciolti e solo noi possiamo farlo.

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Non pretendo di dettare una agenda dei nostri lavori. Ma credo che abbiamo molti argomenti da affrontare. C’è convenienza a rivedere gli assetti dei contratti, anche in una logica di modernizzazione e semplificazione, per ridurne il numero e quindi la complessità degli stessi. Per meglio definirne i contenuti, evitando rischi di cattive interpretazioni.

Altri argomenti possono vederci protagonisti. L’Europa ci invita a ragionare sui sistemi di partecipazione. Sul mercato del lavoro possiamo cercare soluzioni condivise a quelle che ormai sono leggi dello Stato. La riforma degli ammortizzatori sociali è ancora da fare. Quella della Previdenza non può vederci arroccati su posizioni contrapposte.

Abbiamo poi davanti a noi la vera sfida per dimostrare che la collaborazione tra imprese e sindacato produce risultati concreti, utili allo sviluppo delle imprese e alla crescita delle persone. Dobbiamo far partire in Italia la formazione continua. Abbiamo costituito i Fondi, la risposta delle imprese e dei lavoratori è stata molto superiore alle attese. Dobbiamo far funzionare i fondi in modo rapido ed efficiente. Il Governo crei le condizioni per favorire questo sforzo, non mortifichi tutto questo con impedimenti burocratici e sofismi interpretativi.

Abbiamo molto lavoro da fare insieme. Il mio invito è quello di cominciare da subito. Se sapremo trovare alcune soluzioni per i nostri problemi, saremo anche più credibili per chiedere agli altri di fare la loro parte.

Io sono certo che possiamo farlo. Il Paese si aspetta da noi fatti concreti. Sarebbe colpevole non cogliere questa occasione. Sono certo della vostra disponibilità: siatelo anche della mia.

Il contesto competitivo

Da più parti si invoca una nuova politica industriale, ma il significato di essa resta confuso e multiforme. C’è chi rimpiange l’epoca delle Partecipazioni Statali e c’è chi vorrebbe erigere dazi e dogane per chiudere il Paese, nell’attesa che sia capace di affrontare condizioni di competizione “equa”. In tutte queste posizioni aleggia, a mio avviso, un diffuso pessimismo, che deriva dalla convinzione che il Paese sia ormai sull’orlo del fallimento.

Questa non è la mia opinione e questo non risulta da molti fatti. L’elenco delle cose che non funzionano è ampio, ma è sufficientemente grande anche quello delle cose che funzionano. Non mi interessa la logica del farmacista che misura con precisione la somma dei positivi e dei negativi, per stilare una diagnosi.

Preferisco guardare a cosa bisogna fare, perché comunque siamo un grande Paese industriale: un Paese ove il peso dell’industria resta a livelli paragonabili ed anche superiori a quelli degli altri grandi paesi.

Il Paese ha bisogno di maggiore concorrenza e, per affrontarla, ha bisogno di infrastrutture moderne. Il Governo ha fatto passi importanti nella definizione di regole per le nuove infrastrutture, e dobbiamo dare atto che il disegno di nuove autostrade e di treni ad alta capacità ha acquisito una ben maggiore visibilità. Su questa strada dobbiamo procedere, con un forte coinvolgimento della politica, soprattutto a livello locale. Abbiamo

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un bisogno enorme di centrali per l’energia, di siti per lo smaltimento dei rifiuti, di interventi per migliorare le nostre città.

Siamo tutti consapevoli di questi bisogni. Spesso abbiamo anche le risorse finanziarie per soddisfarli. Perché non riusciamo a trovare il consenso per procedere? Non è questo il più alto compito della politica? A che serve la politica se deve solo seguire gli umori di qualcuno? Abbiamo bisogno di politica che sappia costruire il consenso per progredire.

Anche questa è politica industriale.

Oggi soffriamo di un eccessivo segmentazione delle competenze sul territorio. Lo spirito originale del federalismo, nato dall’idea di alcuni movimenti politici, non era sbagliato. Muoveva da un ragionamento semplice, comprensibile ai cittadini e razionale. Per cambiare la nostra pubblica amministrazione c’è bisogno di una profonda riorganizzazione dei poteri, in modo da avvicinare ai cittadini le responsabilità e le decisioni. Era l’occasione per avere una amministrazione pubblica più vicina ai cittadini e alle imprese, più leggera, semplice e meno costosa.

Ma, dopo quattro anni dalla prima riforma costituzionale e dopo molti progetti di ulteriore riforme, dopo decine di ricorsi alla corte costituzionale e una incredibile proliferazione legislativa a tutti i livelli, dobbiamo dire che stiamo andando nella direzione sbagliata. Questo federalismo rischia di far affondare il nostro Paese, altro che liberarlo! Il localismo avrebbe dovuto esaltare le specificità delle diverse aree, responsabilizzando i loro amministratori, aumentando la loro competitività. Invece il localismo ci sta uccidendo. Stanno aumentando i costi per la finanza pubblica, c’è confusione di competenze, c’è una rincorsa ad occupare potere. L’autonomia fiscale avrebbe dovuto ridurre le tasse alleggerendo l’amministrazione, invece viene usata per drenare più risorse per pagare apparati sempre più costosi e privilegiati.

Misureremo il Federalismo sulla sua capacità di ridurre la spesa pubblica, quindi le tasse, e di accelerare le decisioni. Lo condanneremo se servirà solo a far prevalere il particolare ed il locale sugli interessi generali.

Anche la dimensione delle nostre imprese non può più essere un tabù. Siamo un Paese fondato sulle piccole imprese. Queste sono state e saranno sempre la forza del nostro sistema. Molti si lamentano delle troppe piccole imprese. Io penso che non sono mai troppe.

Ma, se l’Italia sarà sempre un Paese di piccole imprese, dobbiamo avere la coscienza che le piccole imprese dell’era globale saranno piccole imprese comunque più grandi di quelle che oggi conosciamo. Bisogna far crescere le nostre imprese.

Nessun senso di inferiorità per le nostre piccole imprese, ma molto senso di realismo. Per affrontare nuove tecnologie e mercati globali, esse devono crescere, devono allearsi, devono raggrupparsi in filiera, devono articolarsi nella gestione, avere maggior capitale di rischio, investire nel loro marchio. In altre parole, devono crescere di dimensione e di cultura, pur restando piccole.

Noi non possiamo e non dobbiamo lasciar sole le piccole imprese. Sono la nostra forza e su di esse dobbiamo puntare.

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Mi sembrano chiari i compiti che le imprese devono assolvere da sole per crescere, ma dobbiamo porci almeno tre priorità:

– una cultura imprenditoriale favorevole alla crescita;

– un sistema finanziario capace di aiutare le piccole imprese nella fase di crescita,

– un fisco che non penalizzi, ma aiuti i processi di fusione e di acquisizione delle imprese che vogliono crescere

Ci vuole poi un ambiente esterno favorevole alla crescita. E questo ambiente è fatto di molte cose.

Infrastrutture moderne, perché la competizione impone una logistica efficiente. Oggi si produce ovunque e si ricompongono produzioni da più angoli della Terra. Oggi si servono mercati lontani e ci si approvvigiona dovunque. Oggi la tecnologia ha ridotto spazio e tempo. Oggi la logistica è diventata fattore di competitività per eccellenza. E noi dobbiamo valorizzare i nostri sistemi di comunicazione, i nostri porti, gli aeroporti, costruire le autostrade del mare che rappresentano la soluzione per integrare una rete di comunicazione, che nel nostro Paese ha difficoltà a svilupparsi anche per evidenti asperità orografiche. E, lasciatemelo dire, dobbiamo uscire dalla logica localistica che porta a creare aeroporti “condominiali” in ogni provincia e comune del Paese.

Abbiamo bisogno di energia a costi competitivi, che oggi non abbiamo. Le imprese che investono in Italia non possono continuare a lungo a pagare l’energia il 20% in più rispetto agli altri paesi europei. Le vicende di questi giorni legate al surriscaldamento del prezzo del petrolio dimostrano la grave vulnerabilità del nostro sistema energetico. Oggi bisogna completare il processo di liberalizzazione; stabilizzare le regole perché si realizzino gli investimenti programmati in nuove centrali; dare la possibilità ai produttori di ripensare ad una nuova politica delle fonti energetiche, l’unica in grado di ridurre in modo significativo il costo della produzione.

Occorre semplificare il Paese, a cominciare dalla Pubblica Amministrazione, che rappresenta il principale deterrente all’investimento estero in Italia. Questa della semplificazione, purtroppo sta diventando solo uno stanco ritornello a cui nessuno reagisce più. Abbiamo troppe leggi, dicono tutti. Eppure tutti i Governi si vantano di aver fatto nuove leggi. Mai uno che ci dicesse di averne eliminate qualcuna! Siamo arrivati al punto che il Parlamento italiano è fiero della sua “produzione legislativa”, neanche fosse un bene da esportare!

E intanto cresce la normazione regionale, accanto a quella provinciale e comunale. Non è solo l’Europa che è burocratica. Lo siamo noi.

Come si può crescere se le imprese devono dedicare tempo e risorse per parlare con la Pubblica Amministrazione, invece di destinarle a conquistare nuovi mercati?

Ma per crescere occorre avere anche una finanza efficiente ed alleata delle imprese. Il sistema delle banche in Italia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. Certo, veniva da un’epoca in cui la banca era soprattutto un soggetto pubblico. Ma il progresso è stato forte ed ora le nostre banche competono con quelle europee, anche se vale anche per loro la necessità di crescere.

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Tuttavia, resta ancora una cultura di separatezza tra banca ed impresa. La prima ha difficoltà a valutare bene progetti industriali e punta troppo a garanzie reali, con ciò mortificando lo spirito imprenditoriale. La seconda vede ancora la banca come uno sportello pubblico, che deve dare risorse senza entrare nella condivisione del progetto, che resta di sola discrezionalità personale del capo azienda. Non vorrei più sentire parlare di contrapposizione tra banca e impresa.

Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Senza finanza moderna le imprese non crescono. Senza crescita delle imprese la finanza resta antiquata. E’ un bisogno comune. Facciamo questa strada assieme. Per far crescere soprattutto le piccole imprese.

Ma una finanza aperta alle imprese è fondamentale anche per le grandi e medie imprese italiane. Esse sono ancora troppo poche. Non mi scandalizzo se il Paese fa uno sforzo per difendere le poche grandi imprese esistenti, con mezzi rispettosi del mercato. Lo fanno tutti i paesi, a cominciare da quelli che fanno professione di liberalismo.

Il nostro problema è far crescere il numero delle grandi aziende, perché un Paese di piccole imprese deve comunque avere delle grandi imprese, che producano ricerca e management, che sappiano stare sui mercati mondiali, che forniscano quei servizi avanzati che solo una grande organizzazione può produrre.

Il Mezzogiorno

Nostro problema resta ancora quello del Mezzogiorno. Non è più lo stesso problema di anni addietro. Nuove imprese sono nate nel Mezzogiorno e il Sud ha fatto consistenti passi in avanti. Ma servono ancora molti interventi per portare questa area alle condizioni del resto del Paese.

Un imbarazzante silenzio caratterizza il dibattito sulla questione meridionale. Quasi che non parlandone il problema si risolva da solo. Non è così. Nel 2006 sarà ridimensionato il sostegno concesso dall’Unione Europea alle regioni meridionali a causa della revisione delle politiche di riequilibrio territoriale conseguenti all’ingresso dei dieci nuovi paesi. Non possiamo farci trovare impreparati.

Il Mezzogiorno ha un drammatico bisogno di tre cose: infrastrutture, recupero dei centri urbani ed una pubblica amministrazione efficiente. La sua struttura industriale è ancora fragile. Vogliamo assistere inerti davanti a questi bisogni? Vogliamo scoprire troppo tardi di non esserci mossi in tempo?

Il problema si fa urgente di fronte a una ventilata modifica del sistema di incentivazione per il Mezzogiorno. Aleggia una ipotesi di sostituzione degli incentivi in conto capitale con quelli in conto interessi, a per i debiti a lunga scadenza e, pare, garantiti dallo Stato.

Voglio dirlo subito. Non ho remore a parlare di come migliorare il sistema di incentivi. Specie se, attraverso una loro modifica, si riducesse l’intermediazione politica e discrezionale. Se poi, da tali modifiche ne dovessero derivare anche risparmi per lo Stato, ne saremmo tutti ben felici.

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Trovo però improprio che si parli di modifica degli incentivi, non già per rendere più efficiente l’intervento nel Mezzogiorno, ma per ridurre le spesa pubblica e per favorire una successiva riduzione della pressione fiscale.

Ogni cosa deve stare al suo posto. Se vogliamo parlare di modifica di incentivi, parliamone, ma per renderli più efficienti e mirati. Se poi vogliamo ridurre le uscite dello stato, parliamone: è un obiettivo che condividiamo e ci sono molte aree della spesa pubblica da indagare. Se si vogliono ridurre le tasse, benissimo. Il sistema produttivo può essere stimolato da una minore pressione fiscale, ma solo in un quadro positivo della finanza pubblica.

Ma cosa c’entra tutto questo con la politica per il Mezzogiorno?

Solo se il Paese è unito ed omogeneo nelle sue possibilità di sviluppo noi potremo dire di essere competitivi e capaci di attrarre investimenti. Sta qui il senso della politica per il Mezzogiorno.

Una politica che si fondi su un reale riequilibrio. Che punti ad una semplificazione delle procedure, una efficienza della Pubblica Amministrazione, una rete di infrastrutture moderne, una capacità di far fruttare le risorse esistenti. Questo implica anche una valorizzazione della cultura, dell’arte, del territorio, per restituire al Mezzogiorno capacità di attrazione. Una capacità che coinvolga imprese e persone. Le prime per produrre e svilupparsi, le seconde per lavorare o per visitare e vivere questa realtà unica al mondo.

Il Mezzogiorno deve essere la nostra Nuova Frontiera: una frontiera che si apra e che rappresenti il futuro del Paese e non la somma dei problemi del passato.

Competitività e Presenza Internazionale

Noi dobbiamo portare il marchio Italia nel mondo. Un marchio fatto della nostra storia, dalla nostra cultura, di un incredibile patrimonio artistico e paesaggistico, dei nostri stili di vita, della nostra industriosità, dei molti brand che siamo riusciti ad affermare nel mondo, della filiera di garanzia di qualità che le nostre piccole aziende sanno fornire.

E’ qui che dobbiamo sapere veramente fare sistema. Le Istituzioni italiane devono dare il supporto necessario per far comprendere che tutto il Paese è dietro alle nostre aziende. La Distribuzione, la Finanza, i Servizi, l’Industria, l’Artigianato e tutto il variegato mondo delle imprese si deve impegnare, perché per tutti il mercato non è più quello sotto casa.

Stiamo sprecando troppi soldi e troppe energie tra mille soggetti che si occupano di promuovere l’Italia nel mondo, ognuno a modo suo. L’imprenditore ha ormai bisogno di una bussola per districarsi tra le mille sigle. Occorre invece uno sforzo comune. Un coordinamento che ci faccia fare sistema almeno nei paesi più importanti per il nostro Export. Su questi ci attendiamo un impegno forte e urgente del Governo.

Noi daremo il nostro contributo, per consolidare la presenza dei nostri marchi all’estero e per portare nel mondo tutto il sistema Italia. La Confindustria sarà più presente nei mercati mondiali. Occorre vendere all’estero non soli i prodotti ma la filiera della nostra produzione. Occorre portare nel mondo i nostri distretti. Molte nostre piccole imprese sono fornitrici di prodotti e di servizi di altissima qualità: occorre fare in modo che questa

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qualità si trasformi in valore riconosciuto dal mercato, attraverso marchi e certificazioni, per evitare di competere solo sul prezzo. In caso contrario, si finisce per comprimere l’area di produzione e per consegnarla a paesi che, sui costi e sui prezzi, saranno sempre più competitivi di noi.

Questa non è un’esigenza solo della piccola impresa: lo è anche e soprattutto delle grandi imprese italiane, che di questa qualità si avvantaggiano per competere sui mercati mondiali.

Occorre organizzare dei veri e propri consorzi di filiera, con marchi e certificazioni, per esportare il sistema dell’impresa italiana e non solo il singolo prodotto.

Ma nella promozione del nostro Paese un ruolo determinante è giocato dalla cultura, che rappresenta un patrimonio da cui derivano molte nostre eccellenze e che può produrre reddito e ricchezza, se ben preservato e valorizzato come una grande opportunità imprenditoriale.

Questo patrimonio, da cui possono nascere servizi ad altissimo contenuto tecnologico, ha un valore inestimabile. Un valore che ci riconosce il mondo intero e che va accresciuto, oltre che conservato. Un valore che andrebbe promosso con maggiore sensibilità, per attrarre imprese moderne e persone di qualità sul nostro territorio.

E’ giunto il momento di rivolgere un’attenzione diversa, strategica e organica al turismo, considerandolo un settore chiave di sviluppo e di opportunità imprenditoriali e, quindi, occupazionali. Non più concepito come mera capacità ricettiva, ma avviato a fare di tutto il Paese un ambiente capace di attrarre cittadini e imprese di tutto il mondo. Un Paese che ha saputo diventare industriale senza rinnegare la sua storia, ma che deve elevare il livello e la competitività della promozione e dell’offerta. E questo vale soprattutto per il Mezzogiorno che nel turismo è, paradossalmente, più indietro del Centro-Nord, malgrado quanto si possa credere e malgrado lo straordinario valore storico, artistico e paesaggistico, che nessun cinese potrà mai copiare.

Guardiamo al futuro

A osservare il nostro Paese, si ha l’impressione che l’Italia si stia imborghesendo, senza essere riuscita a costruire una vera classe dirigente borghese.

Il nostro Paese deve saper uscire dal suo passato. Un passato ricco di soddisfazioni, ma anche denso di antiche tensioni. Non è riscrivendo continuamente la propria storia che si costruisce il futuro.

Ai nostri figli dobbiamo consegnare una storia condivisa: che sappia guardare con disincanto a quanto avvenuto, ma che costituisca soprattutto base solida per costruire il nostro futuro.

E il nostro futuro è nei giovani. Ne vedo troppo pochi in questa sala e vorrei che fossero di più qui ma anche nelle aziende e nella politica. Vorrei che, con le loro facce scanzonate e curiose, ci facessero riflettere sulla vacuità di molte nostre discussioni. Ci dessero il senso del nostro avvenire. Il coraggio di cambiare.

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Non che i giovani non siano, a volte, anche loro conformisti, come e più degli anziani. E purtroppo li vediamo anche troppo sovente difendere vecchi assetti e resistere ai cambiamenti.

Ma i giovani hanno il vantaggio di saper cambiare in fretta e comunque il nostro avvenire è in mano loro.

Alla loro preparazione deve andare uno sforzo maggiore da parte di tutta la società.

A loro dobbiamo aprire le porte il più presto possibile: non devono diventare vecchi per assumere nuove responsabilità. Noi non dobbiamo deludere i giovani.

A loro voglio dare un benvenuto particolare. A tutti i giovani: che scelgano di operare in una azienda o nel settore pubblico, nelle professioni o nell’arte e nella cultura.

Ma un saluto particolare lo voglio riservare a quei giovani che, spero, saranno molti a voler prendere la strada dell’intraprendere. A quelli che saranno i nostri colleghi, in qualsiasi settore vorranno operare.

E’ una strada difficile, che non prevede percorsi conosciuti. E’ una strada fatta di coraggio e di solitudine, perché l’imprenditore è sempre solo a prendere le sue decisioni. Solo con le sue responsabilità, i suoi rischi, le sue aspettative.

Ma è anche una strada piena di soddisfazioni, di passione, di gioia. Una strada che mantiene sempre vivi e sempre giovani, proprio perché ci rimette sempre in discussione.

A coloro che, da giovani, vorranno fare l’imprenditore, voglio dire che questa è la loro casa.

Perché questa è la casa di tutti gli imprenditori e di tutte le imprese. Una casa aperta, dove ognuno si possa sentire libero di esprimere il proprio parere. Una casa che intende collaborare con quanti vogliono che cresca il benessere, la cultura, la civiltà, nel nostro Paese e nel mondo. La casa di tutti coloro che sentono forte l’orgoglio di essere imprenditori ed italiani.

Una casa che collaborerà con tutti perché l’Italia ritrovi il gusto di crescere e la capacità di innovare.

Grazie a tutti.

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pezzi selezionati

 

 

 

 

Ma nel mondo ci sono anche la fame, intollerabili divari di reddito, l’ingiustizia, la povertà, la mancanza di condizioni di vita accettabili e i ricchi non possono non vedere tutto questo.

 

In particolare, noi europei siamo stretti tra la paura della deindustrializzazione e l’occasione dell’apertura di un mercato continentale. Un mercato fatto da circa la metà della popolazione mondiale, se assieme alla Cina contiamo anche l’India e tutti i paesi asiatici, oggi ancora ai margini della modernizzazione.

 

Il mercato che si allarga non è solo un mercato di esportazione. E’ sempre più anche un mercato di produzione, di ricerca e di innovazione. Per questo dobbiamo difenderci dalle sempre latenti tentazioni autarchiche.

 

 

Il lavoro in fabbrica sarà sempre fondamentale, ma l’operaio non è più lo stesso di cinquanta o cento anni fa. Funzioni come la ricerca, l’innovazione, la fabbricazione dei prototipi, la logistica, il controllo di qualità, la finanza, la commercializzazione, la promozione, l’assistenza al cliente, l’ingegnerizzazione dei processi e dei prodotti, la produzione di parti specifiche, e così via, rappresentano ormai la parte principale delle nostre attività. Danno lavoro e reddito come e di più di quanto assicurava, cinquanta anni fa, la produzione di massa di processi verticalmente integrati.

 

Nuovi mercati e nuove tecnologie ci consentono di avviare nuove organizzazioni produttive. Possiamo scegliere, se chiuderci al nostro interno nel tentativo di non cambiare nulla, o aprirci a queste nuove esperienze anticipando quanto stanno facendo altri paesi.

 

All’inizio degli anni Novanta l’Italia deteneva il 5 % del commercio mondiale. Oggi siamo al 4%. Certo, la crescita di nuovi mercati e di nuovi concorrenti determina necessariamente una riduzione delle quote degli altri paesi. Ma perché la Francia, la Germania e gli USA hanno difeso meglio le loro quote di mercato?

La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed efficienza della Pubblica amministrazione.

 

 

veda le banche vicine all’industria, la distribuzione accanto ai marchi, la finanza assieme alle piccole imprese, i servizi alleati tra di loro e capaci di trascinare l’industria nella competizione mondiale e nella soddisfazione del cliente. Occorre che la Pubblica Amministrazione accompagni le imprese, non le ostacoli

 

Le imprese devono innovare

E il primo passo lo devono fare le imprese. Sta a noi costruire le condizioni per stare sul mercato. E’ li che si misura la qualità dell’imprenditore. La concorrenza si batte solo se si sa innovare.

L’innovazione non è qualche cosa che si fa una volta nella vita e poi si vive di rendita. E’ invece una fatica quotidiana. E’ il prodotto di una forma mentis che rimette sempre tutto in discussione.

L’innovazione è un’ansia continua che ci deve portare a migliorare i nostri prodotti, i nostri processi produttivi, le nostre tecniche di vendita, i servizi connessi ai nostri prodotti: in altre parole, la gestione delle nostre aziende.

L’innovazione è anche rischio e investimento, in persone e mezzi. Essa presuppone la vicinanza della finanza, che sappia accompagnare le idee dell’imprenditore e sappia dargli quello spazio di risorse capaci di portare a termine i progetti. Che aiuti il piccolo imprenditore come il grande a riprendere la strada dei brevetti, su cui si misura il grado di innovazione di un Paese.

Presuppone che le imprese coinvolgano cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di conoscenze, desiderosi di sperimentare.

Troppo pochi laureati sono impiegati nelle nostre aziende. Troppo pochi giovani scelgono gli studi scientifici. La bolla speculativa degli anni ’90 ha avuto, tra gli altri, anche l’effetto di distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione, per tentare la via facile della finanza.

 

Lo Stato deve investire in istruzione e ricerca

Ma l’innovazione da sola non basta. Le nuove produzioni e i nuovi lavori presuppongono forti investimenti in formazione e ricerca. Il mondo è tornato a viaggiare sulle idee. Questo dovrebbe renderci tutti più ottimisti. Ma le idee non vengono solo dalla fantasia innata dei geni isolati, sono il prodotto di una applicazione perseverante e di uno studio profondo e diffuso di milioni di individui.

Se dovessimo immaginare quale sarà l’Italia dei prossimi venti anni e se dovessimo avviare un progetto per essere competitivi anche tra venti anni, credo che non ci sarebbe altra risposta che investire nella ricerca. Nessuno di noi sa quali saranno i settori e le produzioni di domani. Ma tutti abbiamo chiara la percezione che chi parteciperà allo sforzo di ricerca mondiale sarà in grado di competere nel mondo di domani.

 

In ogni Paese, c’è lo Stato dietro il sistema della ricerca nazionale. Questo, non per esonerare le imprese, ma per rendere il senso delle proporzioni. Se il sistema della ricerca è vivace, tutta l’economia è moderna. Le nostre esportazioni sono tradizionali perché il Paese fa poca ricerca. Non era così 30 anni fa.

 

 

I Paesi in declino non sono quelli che perdono qualche grande impresa, ma sono quelli che non investono nell’educazione e nella ricerca. E’ lì il segno del declino, il rischio di vivere sul consumo del proprio patrimonio di conoscenze.

 

 

 

L’innovazione non è qualche cosa che si fa una volta nella vita e poi si vive di rendita. E’ invece una fatica quotidiana. E’ il prodotto di una forma mentis che rimette sempre tutto in discussione.

L’innovazione è un’ansia continua che ci deve portare a migliorare i nostri prodotti, i nostri processi produttivi, le nostre tecniche di vendita, i servizi connessi ai nostri prodotti: in altre parole, la gestione delle nostre aziende.

L’innovazione è anche rischio e investimento, in persone e mezzi. Essa presuppone la vicinanza della finanza, che sappia accompagnare le idee dell’imprenditore e sappia dargli quello spazio di risorse capaci di portare a termine i progetti. Che aiuti il piccolo imprenditore come il grande a riprendere la strada dei brevetti, su cui si misura il grado di innovazione di un Paese.

Presuppone che le imprese coinvolgano cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di conoscenze, desiderosi di sperimentare.

 

Abbiamo poi davanti a noi la vera sfida per dimostrare che la collaborazione tra imprese e sindacato produce risultati concreti, utili allo sviluppo delle imprese e alla crescita delle persone. Dobbiamo far partire in Italia la formazione continua. Abbiamo costituito i Fondi, la risposta delle imprese e dei lavoratori è stata molto superiore alle attese. Dobbiamo far funzionare i fondi in modo rapido ed efficiente. Il Governo crei le condizioni per favorire questo sforzo, non mortifichi tutto questo con impedimenti burocratici e sofismi interpretativi.

Abbiamo molto lavoro da fare insieme. Il mio invito è quello di cominciare da subito. Se sapremo trovare alcune soluzioni per i nostri problemi, saremo anche più credibili per chiedere agli altri di fare la loro parte.

 

Noi non ci tireremo indietro e lo faremo senza lasciarci andare al qualunquismo e alla protesta di chi crede che le colpe siano tutte degli altri.

Aumenta nel Paese la domanda di soggetti capaci di dare un contributo positivo. C’è una ricerca, quasi spasmodica, di una forza di attrazione che sappia catalizzare le migliori energie. A questa domanda bisogna dare una risposta.

L’obiettivo più importante che abbiamo di fronte è quello di ritrovare come Paese, come cittadini, come imprenditori un clima di fiducia.

Esiste un momento, nella vita di ciascuno di noi, nell’evolversi delle classi sociali, nell’operare delle categorie, nella dinamica della società, in cui occorre restituire qualche cosa di quello che abbiamo avuto. E noi, come imprenditori e come cittadini di questo Paese, abbiamo avuto molto.

Essere classe dirigente significa anche questo: restituire al Paese parte di ciò che si è ricevuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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