Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieL'industriale92.3C O SESTO OBIETTIVO?

92.3C O SESTO OBIETTIVO?

In attesa che per l’Abruzzo vengano concesse misure di intervento che consentano un’uscita dolce dall’Obiettivo 1 e, in una forma tutta da studiare, strumenti di incentivazione dell’economia, si è da più parti proposto di far rientrare l’Abruzzo nelle previsioni dell’art.92.3.c del Trattato di Roma. Sarebbe lecito, così, continuare ad avvalersi di quegli interventi straordinari approntati dallo Stato nazionale (non dalla Comunità) per “spingere l’economia” e tornare ad avere provvedimenti come quelli sulla imprenditoria giovanile, sull’imprenditoria femminile, sulla piccola e media impresa… in sostanza su tutta la vita economica. Ciò sarebbe possibile, in quanto la norma citata, del trattato di Roma, autorizza l’U.E. a consentire deroghe alla disciplina rigida che governa gli aiuti degli Stati nazionali allo sviluppo economico. L’Europa impone misure omogenee nei singoli Stati per evitare che si determino condizioni di concorrenza sleale tra le imprese. A questo principio sono ammesse alcune deroghe.

Nelle righe che seguono, si offre una lettura interpretativa dell’art.92 con un duplice intento: analizzarne oggettivamente i principi informatori e dimostrare la legittimazione dell’Abruzzo ad avere riconosciuta l’applicazione della deroga.

 

 

Al paragrafo 1 dell’art. 92  è formulato un generale pricipio di incompatibilità tra gli interventi nazionali e il mercato comune:«sono incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidono sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza» e ai paragrafi 2 e 3, invece, sono indicate le ipotesi di compatibilità, più note come deroghe al punto 1.

Formano oggetto della norma in esame tutti gli aiuti concessi dagli Stati direttamente o indirettamente, mediante risorse statali, cioè tutti gli aiuti che gravano sulla collettività e che siano volti a stimolare la produzione e la distribuzione dei beni. Sono compresi anche quelli concessi da Governi regionali e da Amministrazioni locali, da enti o da istituti di diritto pubblico autorizzati da norme regionali o statali (esemplificativamente: facilitazioni di crediti e/o di garanzie, sovvenzioni dirette o agevolazioni fiscali). Detti interventi, incidendo sul costo del prodotto e quindi sul suo prezzo, alterano le condizioni della domanda e dell’offerta, influendo così sull’equilibrio della concorrenza. Nel caso di specie, in particolare, devono insistere su talune imprese o talune produzioni, devono avere, cioè, un applicazione ratione personae e ratione loci: non possono essere finalizzati a tutte le imprese e/o a tutti i rami della produzione, ma ad un solo settore di esse.

Il 92.3 individua la categoria degli aiuti ritenuti compatibili con il mercato comune prescindendo dalla influenza, attuale o potenziale di essi, sulle condizioni della concorrenza (almeno in certa misura), e indipendentemente dalla reale incidenza sul volume degli scambi tra gli Stati membri. Praticamente, si tratta di quegli stessi aiuti ritenuti incompatibili in base al paragr.1 ma che, in virtù di un giudizio discrezionale degli organi comunitari che si esprimono attraverso un esame di merito della Commissione (organo collegiale), assurgono al rango dei compatibili.

In particolare sub c) vengono presi in esame quei settori produttivi e quelle regioni che manifestano un particolare squilibrio economico, pur non appartenendo al novero dei “paesi” tipicamente sottosviluppati di cui sub a). Rispetto a questi ultimi, gli aiuti in questione hanno una applicazione settorialmente e territorialmente più estesa, anche se un’entità ed un valore inferiore, e dal dettato normativo risultano sottoposti ad una condicio sine qua non che riduce notevolmente il loro margine di compatibilità: le condizioni degli scambi non possono essere alterate «in misura contraria al comune interesse». L’eccezione è dunque costituita dalla possibilità di incidere sugli scambi anche in misura contraria all’interesse di uno o più Stati membri, ma nel limite dell’interesse comune e per interesse comune deve intendersi quello dell’intera comunità, sintesi degli interessi dei vari membri.

Proprio l’ampia portata del combinato disposto dei punti 2 e 3 ha fatto paventare un annullamento di fatto del principio generale sancito dal paragr.1, giacché da una dichiarazione di generale incompatibilità si passerebbe ad una dichiarazione generale di compatibilità. Così non è.

Ricostruendo lo spirito con il quale si volle istituire la Comunità, si può ritrovare una scala di parametri che funge da fonte di interpretazione dei principi contenuti, ma controversi, nel trattato. Si applica, in sostanza, il normale criterio di interpretazione della norma giuridica.

Il principio “generale” e motore del Trattato, e quindi dell’istituzione della CEE, è quello della parificazione degli Stati membri nel progresso economico. Parificazione che impone, necessariamente, un divieto di discriminazione rivolto a tutti i membri. Parificazione e discriminazione sono dunque fonti di pari grado. E le incompatibilità e compatibilità dicendono da esse, o meglio, le prime dal divieto di discriminazione, le seconde dall’esigenza di parificazione. L’errore della dottrina (che reclama l’annullamento del dispositivo del punto 1) sta proprio nell’aver designato, a torto, le incompatibilità stesse come principio generale, una fonte anziché una conseguenza, e le compatibilità come particolari eccezioni del principio generale (e in questo senso sarebbe vero che esautorano il punto 1).

Sembra fuor di dubbio che la volontà del legislatore, e il suo fine ultimo, sia il rafforzamento e lo sviluppo armonioso ed equilibrato delle economie degli Stati membri nell’ambito del Mercato comune: certo non si dettava legge con lo scopo di imporre incompatibilità, che invece hanno ragion d’essere solo funzionalmente e strumentalmente al principio generale.

 

La parificazione del progresso, infatti, impone che vengano adottate non uguali misure per tutti, ma, anzi, misure diversificate e personalizzate per la differente realtà di ciascun Paese. Non si potrebbero offrire pari opportunità laddove venissero adottati indiscriminatamente e per tutti i medesimi strumenti. Ed è evidente che, risultando l’«interesse comune» dalla sintesi degli interessi di ciascuno Stato, la Comunità adotterà tutti i criteri che riterrà opportuni per eliminare gli squilibri economici nell’ambito della Comunità.

 

Appurato, alla luce di quanto detto, che per l’Abruzzo possono trovare applicazione le “eccezioni” previste dall’art.92, il problema, insolubile, potrebbe essere soltanto un  atteggiamento rigido della Commmissione.

 

E’ credibile, allora, la risolutività dell’inserimento di un sesto Obiettivo, il 5C, nel quale ricondurre la particolare situazione dell’Abruzzo che, fuori dall’Obiettivo 1 ma ancora “indigente”, potrebbe così continuare ad avvalersi delle agevolazioni comunitarie.

 

Print Friendly, PDF & Email

Condividi